Orbita. Silgoner, Astolfi, Baròn e Rosso, la danza sotto il segno di Spellbound

Un poyo rojo (photo: Magui Pichinini)
Un poyo rojo (photo: Magui Pichinini)

Al Teatro Palladium di Roma si è aperta con “Un poyo rojo” la stagione di Orbita

La stagione di Orbita, la nuova programmazione romana di danza diretta da Spellbound Contemporary Ballet, aleggia sulla capitale. Si è aperta ufficialmente al teatro Palladium con “Un poyo rojo”, ma il debutto è stato preparato e lanciato dal quadrante Est della città dove, al Quarticciolo, sono andati in scena tre brevi lavori, due di Mauro Astolfi, anima di Spellbound, uno di Erika Silgoner, prima ballerina e assistente alla coreografia della storica compagnia romana, appena reduce dai festeggiamenti per i suoi primi 25 anni.

L’impronta Spellbound è piuttosto evidente nel lavoro di Silgoner, “Gōlem – Amore sintetico”: il virtuosismo della velocità e della forza, quel piazzarsi in una scena salvata dal buio altrimenti preponderante da fasci di luce netti, direzionati, con un’espressività carica, di sensualità e violenza. Ma oltre – o forse al di qua – dell’Astolfi che lo seguirà in scena (quello dei brevi passi a due “Ascent” e “A better place”) è in “Gōlem” la smaccata rappresentazione, la scelta della narratività.

Un uomo in mutande, ciabatte e trench beige (Giovanni Leone) consuma la sua vita in poltrona, tra lecca-lecca e sigarette che cava – talvolta già accese – dalle molte tasche del soprabito; annoiato, bisognoso forse di compagnia, di amore, di senso, si costruisce (o chissà, acquista bell’e fatto) un fantoccio di carne.
Spersonalizzato, creato come solo corpo (Gloria Ferrari ha il petto annullato da una striscia elastica color carne e il capo è incapsulato in una maschera che ne annulla i connotati), questo golem è anche, di conseguenza, portatore di una non-identità di soggetto, fisicamente già vivo ma ancora non-persona. Non-creatura agente, vive in quanto oggetto patente, indifferenziato destinatario di impulsi e azioni esterne, la cui natura sembra a sua volta confondersi: è amorosa o violenta, si tratta di puri spostamenti nello spazio (Leone la fa vorticare da un capo all’altro del palco) o quasi-amplessi, dolorosi, o neutri? Sono umani, o si tratta di un venire in contatto con una carne muta? Di fatto, lo sguardo di lui non si posa che raramente sul corpo liscio del golem; mai sui due minuscoli fori oscuri ricavati nel cranio a mo’ di occhi. Chi guarda questi due in scena è mosso a una ruvida ma patetica compassione, come chi vedesse infierire sulla sua creatura un furibondo dottor Frankenstein.

La posizione dei due brevi corti di Astolfi è altra. Quanto la drammaturgia di “Gōlem” è rappresentativa, tanto “Ascent” e “A better place” sono danza pura; il primo è un apologo, i secondi sono brevi strofe liriche, in cui gli incontri dei corpi, gli incroci di braccia, gambe, gli scivolamenti sulla superficie del palco, la distribuzione dei pesi e degli equilibri dei due organismi umani in scena sono il tema.

In “Ascent” (con Giuliana Mele e Mario Laterza) la danza è tutta concentrata nel rapporto tra gli angoli e i segmenti di due corpi quasi identici nelle dimensioni, in una forma di amplesso mediato e metaforico, in cui la sensualità è trasposta su un piano astratto, tra incontri e unisoni. La struttura circolare che segna il viaggio del pezzo avvantaggia una ricerca fatta come una vite, che penetra in profondità, senza giungere a conclusioni ma agguantando sempre nuovi traguardi di intensità drammatica del ritmo e dell’incontro. Ciò è compiuto attraverso gli elementi già noti e su cui sempre torna la ricerca di Astolfi, tutta strenuamente tesa a una forma di fibrillazione che per forza di cose deve contenersi in un piccolo corso di tempo.

Ancor più lirico, “A better place” (con Anita Bonavida e Mateo Mirdita) lavora su una dimensione che è un palmo appena più mimetica (a danzare sono inequivocabilmente due amanti), più palpabilmente sensuale già nel petto nudo di lui, che ne fa un essere di pelle umana e muscoli e nella struttura esile di lei, che riassume su di sé la tradizionale levità, trasparenza di un corpo da danzatrice. Ecco dunque alla prima apparizione già fiorire uno scheletro di rapporti, poi millimetricamente delineati, tra i riconoscibili “scatti” e accelerazioni astolfiani e i momenti di più quieta ricognizione dei contrappesi che tengono i corpi in relazione.

Ma la stagione di Orbita parte con lunga fila di spettatori in coda alla Garbatella, con quel “Un poyo rojo” (2008) che ardentemente Valentina Marini, co-direttrice del Quarticciolo e ideatrice, anima, di Orbita, desiderava presentare alla capitale.
In scena, davanti a tre semplici armadietti da palestra, ci sono due danzatori/acrobati (Alfonso Baròn e Luciano Rosso); il lavoro, diviso tematicamente grossomodo in due tronconi, racconta inizialmente una sfida fisica, quasi una battle da strada fra i due, poi un innamoramento e una seduzione, coronata infine da un lungo bacio che conduce al buio.

Appropriandoci di alcune delle dimensioni che Laura Pugno ipotizza per tracciare un’ipotetica mappa della poesia italiana contemporanea (assertività, affettività, performance, sperimentazione, io, mondo, conoscenza) e applicandole alla coreografia del duo argentino, quelle che più si attagliano sembrano “affettività” e “performance”.
Se la “affettività” sembra principalmente avere un suo spazio nella seconda parte, quella della seduzione (una seduzione tenera e appassionata, furba, convinta) nella prima parrebbe prevalere la dimensione della “performance”.
Qui i due danno prova, in un’inarrestabile assortimento di imitazioni zoologiche, antropologico-sociali, coreografiche, senza apparente soluzione di continuità, di mirabili capacità camaleontiche e di commistione stilistica, in una linea che dal mimo, passando per l’esperienza del clown giunge fino all’acrobatica più “hard“, sotto il segno di un protagonismo funambolico dei corpi, continuamente esposti in “ciò che sanno fare”, ciò che “riescono a diventare”. Non solo, in tutto il lavoro la “performance” non si limita a esporsi al verso il pubblico, ma sa dirigersi verso una seconda destinazione sullo stesso palco: è l’altro performer, che assorbe le azioni del primo per poi rispondere, prima nel contesto della sfida, poi in quello della seduzione e della fuga.
È però quel primo momento il più entusiasmante dello spettacolo, perché la potenza della prestazione virtuosistica inaspettatamente suscita dell’altro. Come in una delle più rozza splapstick, i performer, che rozzi non sono, trascurano il sentimento del cuore per sostituirlo con l’azione pura e la meravigliosa gamma delle possibilità del corpo (di certi corpi), con lo scivolamento nella mimesi e nell’invenzione di ciò che non esiste, nella contrazione e nella distensione della materia organica. In ciò si opera un instancabile contagio reciproco fra i due, le regole del gioco paiono essere il gioco stesso, ed ecco che in questa freddezza ipotetica, in cui il sentimento parrebbe escluso, si palesa imprevisto quel fantasma che si è soliti chiamare amore, o melanconia amorosa.

Che la malinconia possa risiedere nella materia, e in special modo nella materia di un corpo pronto e centrifugo, come se in quelle membra quasi onnipotenti si potesse leggere il confine con l’infinito che non siamo, lo stridore tra esso e le nostre piccole vite, ciò è evidente nel minuscolo bis finale, tanto esteriore da sfiorare la trivialità, quello performato da Luciano Rosso sulle note del “Pollito Pio” (sì, l’estenuante tormentone per bambini in versione spagnola).
Qui la dimensione carnascialesca del pezzo si fa così travolgente – e il corpo si ritrova a tal segno sopraffatto da una totale coazione ad adeguarsi al ritmo e all’onomatopea della rutilante musichetta – da convertirsi in uno spaventoso morbo, che possiede e strapazza quel corpo e lo scuote e lo strema e non lo molla fino al cruento liberatorio finale, in cui il terribile pulcino è spappolato sotto la suola della scarpa.

Gōlem – Amore Sintetico (prima nazionale)
Direzione e coreografia Erika Silgoner
Musica originale Samuel Puggioni
Danza Gloria Ferrari, Giovanni Leone
Produzione DANCEHAUSpiù
Coproduzione Festival tanzOFFensive EISFABRIK

durata: 30′
applausi del pubblico: 2′

 

DUOS
Ascent/A better place
Coreografia Mauro Astolfi
Interpreti Anita Bonavida, Giuliana Mele, Mateo Mirdita, Mario Laterza
Produzione Spellbound
realizzata con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura

durata: 25′
applausi del pubblico: 2′

 

 

Un poyo rojo
di Alfonso Baron, Hermes Gaido, Nicols Poggi, Luciano Rosso
coreografia Luciano Rosso, Nicolás Poggi, Alfonso Baron
regia Hermes Gaido
con Luciano Rosso e Alfonso Barón
produzione Timbre 4 Buenos Aires, Carnezzeria srls

durata: 60′
applausi del pubblico: 3′

 

 

Visti a Roma, Teatro Palladium, il 18 marzo 2022

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.