CCNL fermo al 2021, salari erosi, stato di agitazione ignorato. Il sistema produce, ma scarica il costo su chi lo tiene in piedi
Nel giorno in cui si celebrano i diritti del lavoro, c’è un intero settore che arriva al Primo Maggio senza contratto aggiornato: il contratto collettivo nazionale dei lavoratori dello spettacolo dal vivo è scaduto nel 2021 e da allora non è stato rinnovato.
Nel frattempo l’inflazione, tra il 2021 e il 2024, ha superato il 16%. E non si è fermata: nel 2026, anche a causa del nuovo shock energetico legato all’aumento dei prezzi del petrolio, si mantiene intorno al 2,5% annuo. Traduzione semplice: stessi stipendi, ancora meno potere d’acquisto.
Ad aprile i sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione. La richiesta è il rinnovo del CCNL (Contratto collettivo nazionale del lavoro) con un aumento del 20%, per recuperare il costo della vita e riportare il lavoro dentro una soglia di sostenibilità. Le trattative restano difficili.
I numeri sono chiari: circa 11.500 euro lordi annui medi nel settore. Ma è la struttura del lavoro a spiegare davvero il problema. Una quota limitata ha contratti stabili: tecnici e personale strutturato possono arrivare tra i 1.300 e i 1.700 euro netti al mese. Il resto è lavoro intermittente, pagato a giornata: tra i 70 e i 120 euro lordi. Si lavora quando c’è produzione. Quando non c’è, non si guadagna.
Il punto non è solo il reddito immediato, ma quello nel tempo. Per maturare contributi sufficienti servono giornate che molti non riescono a raggiungere. Questo significa coperture parziali, tutele fragili, prospettive incerte.
A fotografare il clima è intervenuto anche l’attore Stefano Annoni, che in un post pubblicato su Facebook ha scritto: “La tristissima consapevolezza che del teatro non gliene frega un ca*** a nessuno. Ieri in molti teatri abbiamo letto comunicati che denunciano la mancanza di adeguamento del contratto nazionale, scaduto da ben 5 anni. Nessuno ne parla. Nessuno, nessuno, nessuno. Artisti, tecnici, operai, operatori e le loro famiglie intanto cercano di sopravvivere continuando a fare il loro lavoro, ma non può andare avanti così…”.
Non è solo uno sfogo. È la constatazione di una mobilitazione che esiste ma resta confinata dentro il settore. Poca attenzione mediatica, scarsa circolazione delle informazioni, basso impatto nel dibattito pubblico.
Eppure il sistema continua a funzionare. Il Fondo Unico per lo Spettacolo vale circa 400 milioni di euro l’anno.
Le risorse pubbliche non mancano. Il problema è la loro destinazione.
I criteri di assegnazione premiano la quantità: numero di spettacoli, repliche, pubblico. Non esiste un vincolo stringente che leghi i finanziamenti alle condizioni di lavoro. Si può produrre molto e continuare a reggersi su una base occupazionale fragile.
Le mobilitazioni delle ultime settimane – dallo stato di agitazione nazionale fino ai lavoratori del Mercadante di Napoli – indicano una tensione crescente. Senza rinnovo contrattuale, non esiste alcun meccanismo automatico di adeguamento salariale.
A questo si aggiunge la disciplina dei contratti a termine, regolata dal decreto legge 48/2023, che richiede causali specifiche per proroghe e rinnovi. In un settore già discontinuo, significa ulteriore complessità.
Il confronto con altri Paesi europei è avvilente. In Francia esiste un sistema che riconosce la discontinuità del lavoro artistico e la compensa. In Germania il modello dei teatri pubblici garantisce maggiore continuità occupazionale. In Italia convivono finanziamento pubblico e precarietà diffusa.
Anche nelle fondazioni lirico-sinfoniche il quadro è noto: organici ridotti, turnover bloccato, esternalizzazioni. In diversi casi il personale è diminuito del 20-30%, mentre la produzione è rimasta stabile o è cresciuta. Più lavoro, distribuito su meno persone.
Il pubblico vede lo spettacolo. Non vede i vuoti tra una produzione e l’altra. Non vede i contributi insufficienti, né l’erosione del reddito. Non vede neppure chi, a un certo punto, esce dal settore.
Intanto alcune compagnie chiedono sostegno diretto, anche attraverso il 5 per mille. Non per espandersi, ma per restare operative. È un indicatore semplice della fragilità complessiva.
Il punto è strutturale: il sistema regge perché trasferisce il rischio sul lavoro. Stabilizzare davvero, aumentare i salari, garantire continuità avrebbe un costo diverso. E quel costo, oggi, non viene affrontato.
Così il teatro continua a produrre, mentre il lavoro resta fermo. Nel giorno in cui si celebra il lavoro, la fotografia è questa: i palchi sono accesi, i contratti spenti. E non è un paradosso. È il modello. Un modello tutt’altro che esemplare.
