Dal romanzo scandaloso di Klaus Mann, la regia decadente di Andrea Baracco per un teatro che smaschera l’arte che si vende al potere
C’è odore di zolfo. E di trucco colato. Di gloria e marciume. “Mephisto. Romanzo di una carriera”, di scena al Teatro Comunale di Novoli dopo le repliche bolognesi e milanesi, affonda le mani nella materia viva del romanzo di Klaus Mann – opera dalla pubblicazione travagliata, censurata, rimossa, poi riscoperta – e ne restituisce il cuore pulsante: l’arte quando si piega al potere, l’etica quando si spezza.
Il romanzo “Mephisto” racconta l’ascesa di Hendrik Höfgen, attore ambizioso nella Germania tra la fine della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo. Pur di ottenere fama e potere, Höfgen scende a patti con il regime, rinnegando affetti, ideali e integrità morale. È il ritratto lucido e spietato di un artista che vende l’anima al potere, incarnando la figura moderna di un Mephisto: non tentatore ma tentato, e infine complice.
La regia di Andrea Baracco è una lama. Affilata, decadente, visionaria. Ci scaraventa nella Germania della Repubblica di Weimar, sul crinale della catastrofe, mentre l’ombra di Adolf Hitler si allunga. Non c’è didascalia. Non serve. Bastano luci rossastre, musiche d’epoca da grammofono e radio gracchiante, che si intrecciano con suoni contemporanei curati da Giacomo Vezzani. Il tempo si sfalda. E dice una cosa semplice: il compromesso non è storia. È presente.
Baracco, coadiuvato all’allestimento scenico e ai costumi da Marta Crisolini Malatesta e Francesca Tunno, costruisce un teatro rovesciato. Siamo dentro e fuori il palco. Al di qua e al di là del sipario. Il pubblico è complice. Spettatore e testimone. La finzione si dichiara e si moltiplica. Gli applausi? Registrati. Dilatati. Falsi. E in questo gioco di livelli si inserisce la voce fuori campo di Lino Musella, che presta timbro e coscienza tanto all’autore quanto ad Amleto: una presenza fantasmica, metateatrale, che scava nella frattura tra parola e verità.

La scena è dominata da uno specchio opaco. Ossidato. Scende e sale. Come quotazioni. Come vite. Rimanda immagini distorte. Offuscate. Nessuna verità piena. Solo riflessi imperfetti. Un baule. Un guardaroba. Abiti di scena. Identità che si indossano e si gettano. Il teatro come menzogna necessaria.
Al centro, lui. Hendrik Höfgen. E con lui, un Woody Neri istrionico. Totalizzante. Quasi un one man show. Recita. Canta. Danza. Si contorce. Si veste e si sveste. Ama. Si esibisce. Si perde. È inebriato dal successo. Spiritato. Magnetico. Neri domina la scena con una fisicità nervosa, febbrile. Una mimica che graffia. Una presenza che divora tutto. E tutto restituisce.
Il resto del cast si muove in un equilibrio più tenue ma necessario: Gabriele Gasco, solido e puntuale, costruisce un controcampo credibile. Insieme a lui, gli altri interpreti – Giuliana Vigogna, Rita Castaldo, Samuele Finocchiaro – abitano ruoli plurimi e cangianti, tra ensemble e figure simboliche. Sostengono la macchina scenica con disciplina, pur senza imprimere un segno incisivo.
Il nodo è tutto qui. Nella sovrapposizione. Hendrik è Mephisto. E Mephisto è Hendrik. Il personaggio che interpreta lo fagocita. Il teatro si mangia l’uomo. Il compromesso diventa identità. Non è più scelta. È natura.
E il compromesso cos’è? È accettare il potere per continuare a esistere. È piegare i valori per restare sotto i riflettori. È dire sì quando si dovrebbe dire no. Hendrik lo fa. Senza tragedia. Con lucidità. E con una punta di cinismo. Qui sta la forza – e il gelo – dello spettacolo: non cerca empatia. Non permette assoluzione.
Accanto a lui, Otto. L’amico. L’integro. Quello che non cede. Che ha paura, sì, ma resiste. La differenza tra eroe e antieroe è tutta lì. Hendrik sale. Otto resta. E paga. Ma resta intero.
Scorrono, come fantasmi, echi del passato, attraverso i video in bianco e nero di Luca Brinchi e Daniele Spanò. Figure del regime. Gerarchi. Spettri. L’aria è satura di antisemitismo, omofobia, stupidità del potere. Un potere che si lascia blandire. Che gode dell’adulazione. Che si nutre di ipocrisia. E l’artista, se vuole sopravvivere, deve diventare servo. O giullare.
Poi arriva “Amleto”. Prova delle prove. Banco di verità. Lì non si può mentire. Non si può barare. E infatti è il momento in cui la crepa si allarga. In cui la maschera vacilla. Ma non crolla. E quella voce fuori campo di Lino Musella amplifica lo scarto tra parola e verità, tra interpretazione e coscienza.

La scrittura scenica di Baracco è ricca. Sapida. Stratificata. Passa dal café chantant alla farsa. Sfiora il teatro musicale di impronta brechtiana. Cabaret tedesco. Burlesque. Ironia e malinconia. Politica e spettacolo. La gestualità è marcata. Espressiva. A tratti sopra le righe. Ma coerente con l’impianto.
Le luci di Orlando Bolognesi lavorano in profondità. Calde. Fredde. Violacee. Algide. Disegnano confini morali. Senza mai essere didascaliche. Evocano. Suggeriscono. Separano i mondi. E le scelte.
Qualche limite c’è. La riduzione del romanzo appare a tratti macchinosa. Un po’ esplicativa. Qualche passaggio si appesantisce. E le convulsioni – fisiche, quasi epilettiche – rischiano di diventare cifra insistita. Ma il ritmo regge. La sostanza arriva. Eccome. Non è uno spettacolo emotivo. Non cerca la commozione. Il protagonista non è tragico. È lucido. E proprio per questo inquieta di più.
Perché “Mephisto” parla di oggi. Di ogni tempo. L’arte che si prostituisce. Il talento che si vende. Il successo che seduce. E la domanda, sempre la stessa: fino a dove sei disposto a scendere?
Baracco non risponde. Ma mette lo spettatore davanti allo specchio. Opaco. Distorto. E lì, forse, si intravede qualcosa. Non bello. Non rassicurante. Ma vero.
MEPHISTO. Romanzo di una carriera
Di: Klaus Mann
Adattamento: Andrea Baracco e Maria Teresa Berardelli
Con: Woody Neri, Giuliana Vigogna, Gabriele Gasco, Rita Castaldo, Samuele Finocchiaro
Regia: Andrea Baracco
Voce dell’autore e voce di Amleto: Lino Musella
Ideazione scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta, Francesca Tunno
Suoni e musiche: Giacomo Vezzani
Video: Luca Brinchi, Daniele Spanò
Disegno luci: Orlando Bolognesi
Aiuto regia: Andrea Lucchetta
Produzione: Pierfrancesco Pisani, Isabella Borettini per Infinito, Compagnia Mauri Sturno, MAT – Movimenti Artistici Trasversali, Tieffe Teatro
durata: 2h
applausi del pubblico: 2’
Visto a Novoli, Teatro Comunale, il 31 marzo 2026
