Il riuscito caso della famiglia Coleman

Il Caso della famiglia Coleman

Il Caso della famiglia Coleman (photo: Giampaolo Samà)

Il teatro argentino è in pieno fermento e Milano accoglie sui palcoscenici più illustri questi nuovi e potenti artisti.  
Dopo Rafael Spregelburd con “Lucido” al Teatro I la stagione passata per la regia di Milena Costanzo e Roberto Rustioni, è il turno di Luca Ronconi alle prese con un altro testo del drammaturgo, “La Modestia”, poi Cesàr Brie e i suoi Karamazov al teatro dell’Elfo, e in ultimo ma non per successo Claudio Tolcachir e “Il caso della famiglia Coleman” al Teatro Grassi.

Il giovanissimo regista, specie per i canoni a cui siamo tristemente abituati in Italia, è ormai sull’onda del successo da tempo, e sarà tra i protagonisti del prossimo Napoli Teatro Festival.
Lo spettacolo proposto a Milano è in realtà un debutto di sei anni fa ed ha girato ben trenta paesi riscontrando il favore unanime del pubblico.


La famiglia Coleman è “l’assurdo e la quotidianità dell’impossibile” afferma Tolcachir in una recente intervista, una famiglia in cui nessuno pare mantenere il ruolo che gli è stato assegnato.
Vediamo quindi una madre bloccata alla pubertà, che si comporta come figlia nei confronti dei suoi stessi figli, ognuno dei quali di diverso padre e con una diversa problematica sociale, una figlia-sorella estranea alla propria famiglia perché cresciuta in un’altra casa e una nonna che tiene le redini del serraglio in sostituzione alla figura del-dei padri.

I Coleman sono un caso sociale e psichiatrico straripante, e quello a cui assistiamo per un’ora e mezza è una continua ricerca di spazio privato in una casa che lo nega, ponendo gli abitanti continuamente l’uno a confronto dell’altro.
In tale claustrofobia l’egoismo del singolo assume proporzioni enormi e la violenza diventa quotidiana realtà, sino ad assumere le forme della normalità. Ma dietro a questo male c’è un legame inscindibile e un profondo affetto a legarli.
I Coleman non riescono a non odiarsi ma neppure a separarsi. I figli continuano a professare una fuga che non agiscono e quando la nonna viene ricoverata in ospedale l’intera famiglia si trasferisce là, perché quella dell’unione è l’unica organizzazione umana che conoscono.
Un aggregato umano che ricorda un gruppo di bambini sperduti, immaturi ed incapaci di affrontare la realtà e sé stessi.

La scena è minima, uno spazio ristretto, a cui il teatro Grassi si presta benissimo, su cui si accatasta l’arredamento di una claustrofobica casa: un divano, uno stendino, un mobile, un tavolo e poco altro, alla rinfusa. Un salotto-accampamento aperto al pubblico, ospite di un apparente quotidianità in famiglia.
Gli attori sono straordinariamente bravi, e come atleti entrano ed escono dalla scena celandosi in quinta o solamente nella penombra del palco con una agilità impressionante. Il ritmo è serrato, la comicità  straniante e piano piano la distanza tra il palco e la platea svanisce sino a renderti parte di quel salotto.

Il testo, dal taglio forte e denso di tragica ironia, fa parte di una trilogia che comprende “Tercer cuerpo” e “El viento en un violin”, nasce dall’improvvisazione degli attori. Tolcachir ha infatti dato il via al progetto da una idea di famiglia che ha sviluppato assieme alla compagnia tra le sale del suo Timbre4 per poi passare ad una riscrittura scenica e infine alla formalizzazione a cui assistiamo oggi.
Un progetto collettivo che arricchisce enormemente lo spettacolo e in un qualche modo parla della compagnia stessa che, a causa della carenza di finanziamenti in campo teatrale in Argentina, ha trasformato la propria casa in teatro-casa-scuola. Una cornice quindi sgangherata e di ringhiera nella periferia di Buenos Aires, in cui la comune di artisti ha dato vita alla genie dei Coleman. E questa collaborazione si sente nell’aria, nella sintonia e verità dei rapporti in scena, nei sorrisi  degli attori di fronte al pubblico e nell’abbraccio del regista sceso a prendere gli applausi.

Un successo nato nei  sobborghi e giunto al dominio delle scene internazionali: una grande lezione per noi italiani a reagire alla crisi con sincerità attraverso l’unione e l’azione.

Il caso della famiglia Coleman
di Claudio Tolcachir
regia: Claudio Tolcachir
con: Araceli Dvoskin, Miriam Odorico, Inda Lavalle, Lautaro Perotti, Macarena Trigo, Diego Faturos, Gonzalo Riuz, Jorge Castano
assitente alla regia: Macarena Trigo
luci: Omar Possemato, Emilio Valenzuela
produzione: Timbre4
durata: 1h 35′
applausi del pubblico: 3’ 40’’

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 22 aprile 2012

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