Casual Bystanders. La serra dei gesti di Salvo Lombardo

Casual bystanders (photo: Gabriele Gargini)
Casual bystanders (photo: Gabriele Gargini)

Se il vecchio luogo comune dell’ispirazione, che ogni generazione chiama a suo modo, possa mantenersi valido per Salvo Lombardo (coreografo, regista e performer di Catania trapiantato a Roma), questo ci è ignoto. Di certo nei suoi lavori l’interrogativo gnoseologico, assai più che quello comunicativo, ha una forza, un’esigenza vitale cruciali, a cui non ci si può sottrarre.
Ciò che emerge con più forza dai suoi lavori non è solo un percorso di trama, o drammaturgico in qualunque dei sensi si voglia intendere il termine. Essi vi sono e lavorano, certo. Ma la loro linea, che a posteriori può apparire chiara, attiva una dura e intricata tenzone con lo spettatore, un agone di serrate domande/risposte a tratti defatigante.

Solo a patto di accettare questa trasparente sfida si può accedere a un percorso le cui molteplici coordinate culturali appaiono volutamente insabbiate, lasciate macerare. Non è nostro compito quello di attuare una critica di decrittazione, alla ricerca dei riferimenti (se lo fosse, ce ne dichiareremmo incompetenti). Il compito è di far crescere il lievito di quelle premesse, così abilmente riattivate: premesse presenti e anche presunte, che nell’onesto gioco intellettuale possono inserirsi, inattese.
Ciò che ne fiorisce, ancor più che una narrazione o un armamentario originale di strumenti rappresentativi, è un metodo convintamente, serenamente, applicato e ribadito.

Approfondimento di uno dei filoni emersi dall’ampio percorso – più filosofico che estetico – del progetto “Casual Bystanders”, è “Present Continuous”, andato recentemente in scena nell’ambito del ricco Short Theatre 2017. Entrambi i lavori si muovono esplorando il gesto e la situazione quotidiana.


In “Present Continuous” i quattro danzatori si trovano in un ambiente non più neutro, riproduzione elegante nei mezzi scenici di una discoteca, con tanto di bancone e dj set. Una voce sintetica mima un dialogo estremamente informale; le coppie si uniscono, si scambiano, si lasciano; attivano quell’operazione dialettica tra ballo non teatrale in teatro e danza che, per certi versi, ci ricorda gli Abbondanza/Bertoni degli “Orbi”. Non sembra esserci uno sviluppo nel tempo, la realtà è frammentata in una quantità di spicchi forse equivalenti.

“Casual Bystanders”, fugacemente presentato per il Terni Festival 2016 e appena ripassato da Teatri di Vetro, ha ormai una discreta vita scenica alle spalle, ma merita – come l’altro, del quale ci riserviamo di parlare altrove – più che di essere visto, di essere rivisto. Di essere anche mal rammentato, e corretto.

Lo spazio: neutro se mai ve ne sono stati, bianco il pavimento, bianco il fondo; semplici i costumi, abiti normali, a tinta unita per i tre interpreti (lo stesso Lombardo, Lucia Cammalleri e Daria Greco). Tre microfoni sono poggiati in terra, all’uscita delle quinte laterali. Rigidamente monocromatica è l’illuminazione, ghiaccio. I danzatori a turno usano i microfoni per brevi interventi parlati.
A fare da oggetto di analisi è una selezione del materiale di risulta della quotidianità, esistente e ignorato insieme, scelto per ciò che potrebbe essere descritto come l’opposto della pregnanza. «Molte cose ci sono» si dice, usando il tempo verbale del presente – quello più spaventoso.

Il bianco è da sala anatomica, e poi da serra: dopo la scarnificazione, la decantazione, si assisterà all’impianto Bene, estratti dal loro contesto, i gesti normali scelti da Lombardo, posti in un opportuno bagno di filtraggio, perdono senso, luogo, situazione e ovviamente messaggio. Ne rimane come un’anima sottile di movimento a essere attraversata dalla luce. Poi, la lente, innanzitutto quella del microscopio verbale, per ricondurne a livello conscio l’articolazione.

Descritti, e quindi eseguiti, tali gesti si accingono a percorrere l’intero lavoro, esposti al cimento e a esigenti stress-test. Ma quei bulbi non sono rinchiusi in vasi di vetro, anzi maturano nel processo di farsi nuova vita, “buttando” le prime gemme, per accasarsi nel mondo. Un mondo squisitamente meccanico, bianco ghiaccio anch’esso, la cui pulsazione ha la forma delle onde captate e riprodotte sullo schermo di fondo; un mondo privo del mistero della comunicazione e del senso.

Eccoli, quei gesti, attraversare le pratiche burocratiche di un atto di nascita: la descrizione verbale, un movimento che la voce al microfono detta, e l’esecutore compie. Eccoli tentare lo spazio in una palestra prima bidimensionale come un piano cartesiano – e il segno grafico, esemplificato dal gesto della scrittura (della firma?) è eseguito sullo sfondo, accompagnato dall’effetto sonoro della penna che scorre su carta –, poi fuggendo all’habitat del piano per sconfinare nella terza dimensione.

Le descrizioni parlate tentano di stare al passo, hanno un loro andamento progressivo: ma succede che i loro spazi si fanno più radi, alternandosi sempre meno frequentemente a sezioni di puro movimento che definire liriche sarebbe troppo, e che hanno invece dell’asciutta prosa. Finché i gesti – staminalmente differenziati, imprevedibilmente adulti, impossibilitati a essere detti – debordano e fanno ammutolire, mentre i danzatori si producono in unisoni che, per quanto si potrebbero definire esperienziali, non si svolgono mai su piattaforme sociali, e sono spesso rotti da uno dei tre membri, che li abbandona senza apparente motivazione.

Tutto questo complicato lavorio ha una cornice, che finora si è taciuta, una cornice circolare. All’inizio: la descrizione, fatta in uno dei tre microfoni, di una tranche de vie in mezzo alla strada cui alcuni personaggi passano o stanno, e a stento si incontrano. Un uomo che legge un giornale, una ragazza che stende un telo da picnic, una terza donna con una reticella di arance, «forse pompelmi».
Nel finale, dal buio, ecco il ritorno di quei tre, stavolta tradotti in una lancinante presenza fisica. Lei stende il telo con un solo movimento, lui legge, la terza ha una reticella poggiata in terra: ci chiedono senza preavviso di reinserire un elemento che fino a quel momento era stato accuratamente filtrato e lasciato sul fondo di quel processo di decantazione: il depositato del senso, che se fossimo un po’ più svergognati chiameremmo ‘i rapporti’, o, addirittura, l’umanità.

I tre corpi ora sono tre personaggi, con tutta l’esigenza realistica che si ha il coraggio immaginare.
La prima, sdraiata sul suo telo, tocca la superficie della terra con tutto il corpo. Il secondo legge silenziosamente un articolo abbastanza interessante. La terza, ragazza dai capelli rossi con retina di arance (sì, a vederle bene sono arance), persa in qualche catena di pensieri si rià, e solleva la sporta da terra per andare. Fuori da ogni geometria, sfilata la rete, i frutti rotolano liberi per il palco, sporcando il piano di traiettorie irrecuperabili.
Quello con il giornale, paurosamente umano, se ne accorge e nasconde un poco di più la faccia nella pagina.

Casual bystanders
Ideazione, coreografia e regia Salvo Lombardo
Luci e video Luca Brinchi e Maria Elena Fusacchia
Sovrapposizioni sonore Salvo Lombardo su musiche di Luc Ferrari
Suoni Fabrizio Alviti
Danzatori Lucia Cammalleri, Daria Greco, Salvo Lombardo
Coprodotto da Fabbrica Europa, Karamazov Associati (CapoTrave/Kilowatt, Progetto Goldstein, Pierfrancesco Pisani), Festival Oriente Occidente
Con il sostegno di Anghiari Dance Hub, Inteatro Festival, DiD Studio/Danae Festival, Teatro Spazio Electa/ACS Abruzzo, Villaggio d’Artista, Verdecoprente Residenze, Centro di Palmetta, [Non]Museo

durata: 45′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Centrale Preneste, l’11 ottobre 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *