César Brie e i Karamazov. Incontrare i grandi fa bene

César Brie ne I Fratelli Karamazov

César Brie ne I Fratelli Karamazov (photo: emiliaromagnateatro.com)

Il Teatro Testoni di Casalecchio di Reno (Bo), gestione Emilia Romagna Teatro che negli ultimi sette anni ha visto Cira Santoro occuparsi dello spazio alle porte di Bologna, ha in questo lungo periodo organizzato in collaborazione con il Dams una serie di incontri con molti dei tanti registi e artisti che sono transitati per il teatro. L’ultimo di questi – non solo in senso temporale – è stato l’incontro con César Brie venerdì scorso, 27 aprile.
In attesa dell’uscita del nuovo bando del Comune per la riassegnazione della gestione del teatro, Luigi Pedroni di Ert si è dimostrato ottimista che la collaborazione possa continuare. Ma, comunque, ogni sospensione dispiace e restiamo fiduciosi ad aspettare quel che accadrà. Ne riparleremo in autunno.

Torniamo all’intensa giornata di venerdì.
Ore 17. Brie è affiancato da due docenti del Dams di Bologna, Laura Mariani e Paola Bignami, che hanno preparato per lui una serie di domande relative sia allo spettacolo attualmente in scena (i Karamazov da Dostoevskij) sia alla sua lunga attività di attore e regista.


Seguire il percorso di un artista che ha alle spalle quarantuno anni di carriera è, per chi scrive, quasi impossibile: dei suoi molti spettacoli del passato ebbi occasione di vedere solo “Il cielo degli altri” e “Il mare in tasca” – oltre che leggere “César Brie e il teatro de los Andes” per la Ubulibri.
Certo questo non basta per avere una panoramica complessiva dell’opera dell’argentino, ma è forse sufficiente a farsi un’idea della sua grandezza.


La pulizia di pensiero, la capacità di analisi e di racconto, la personale visione sul teatro, la poeticità dell’immaginario, la dimensione umana, la profondità di sguardo che connotano Brie emergono anche nell’incontro con il pubblico nel foyer del Teatro Testoni.
Ascoltare Brie è nutriente e illuminante; riporta a un senso comunitario e potente del teatro: “Da giovane pensavo che il teatro fosse quello che facevo io, ora penso che è quello che fanno gli altri, perché quello è il teatro che amo e non posso/so/voglio fare. È importante aprirsi alle cose, guardare a uno spettacolo con occhi puri, senza preconcetti o ideologie, senza ostilità. Desidero come spettatore colui che, in un qualche modo, mi cerca perché ha bisogno della mia arte, così che io possa restituire qualcosa. Fare arte è restituire. […]. Il teatro si fa con gli altri, per cui devi sapere a chi parli. È importante anche chi ti critica, è importante che qualcuno ti distrugga ma amandoti, non disprezzandoti”.

A partire da questo nodo centrale si sono poi dipanate molte questioni inerenti l’attore (ad esempio su come il regista ha lavorato col gruppo di giovani del cast) ma anche aspetti squisitamente registici (l’uso dello spazio e delle immagini nei “Karamazov”).
La puntualità e la profondità delle risposte di Brie denota quanto egli sia dedito al pensiero quale sostrato del suo fare artistico, pensiero che è una summa di esperienza teatrale (anche di teatro “visto”, come il suo entrare di nascosto cinque volte di seguito a vedere “La classe morta” di Kantor), e studio (in un paio d’ore emergono dalle sue parole Simone Weil, Artaud, Bene, Bachtin, Eisenstein, Tarkovskij e molti altri… tutti citati puntualmente, a proposito, con quella sapienza che non è ostentazione di cultura ma rimasticazione personale e approfondita di molte riflessioni).

A ciò si aggiunge il lungo esercizio, il calcare le scene in vari continenti, la dedizione quotidiana nello sperimentare (molto utile il suggerimento agli attori: prendetevi almeno un’ora tutta per voi, per studiare fuori e oltre la dimensione della produzione di spettacoli; imitate per esercizio i modi e le voci degli altri, e poi tenetevele dentro, non usatele a imitazione; saranno una vostra ricchezza segreta che tornerà fuori senza manierismi, ad arricchirvi).
L’ammirazione per tanta generosità, bravura, dedizione, coerenza è davvero grande e non sta a chi scrive ribadire quanto siano centrali la figura e il lavoro di César Brie per il teatro.

César Brie ne I Fratelli Karamazov

I Fratelli Karamazov di César Brie (photo: Gabriele Ciavarra)

Ore 21. Qualche ora dopo l’incontro, per “I Fratelli Karamazov” la sala è piena.
Per l’occasione mi sono riletta il romanzo, altra cosa di cui si dovrebbe essere debitori verso qualcuno che fa  silenziosamente e a distanza da motore alle nostre curiosità intellettuali, trasformandole in occasioni di crescita personale e umana.

Vedere Brie nella parte di Fedor Karamazov, il dissoluto padre di questa disastrata famiglia, è incredibile. Giocato con sapienza, in equilibrio tra il grottesco e il disperato, con una naturalezza magistrale che mai scimmiotta il naturalismo, è una figura teatrale che rimarrà nell’immaginario a lungo. Così come alcune intuizioni registiche, che restituiscono certe immagini (il discorso teologico tra Fedor, Ivan, Alekseij e il successivo litigio tra Fedor e Mitja, per esempio) in modo potente e sorprendente.
Questo e altre cose ancora, come l’interpretazione di Smerdjakov da parte del giovane Giacomo Ferraù (vivo, estroso, presente, di una bravura in questo ruolo davvero da sottolineare) e di alcuni altri interpreti (il credibile Dimitrij di Vincenzo Occhionero, oltre ovviamente alla ariosa presenza di Mia Fabbri) sono punti di forza di uno spettacolo che è contemporaneamente occasione di formazione per un gruppo di giovani attori.

Però forse i miei occhi non sono puri, come vorrebbe Brie e come dovrebbe essere ogni apertura verso l’arte. Mi assumo dunque la responsabilità di sbagliare, per non essere riuscita a godermi appieno il lavoro.
Nel complesso sono state molte le difficoltà a superare una certa staticità degli altri personaggi, dalla recitazione un po’ impostata, accademica, che affaticava l’ascolto, la comprensione. E anche se è verissimo che romanzo e teatro sono due cose distinte, è pur vero che non si può cancellare l’impronta che il primo lascia dietro di sé e i temi che solleva. Non si può far finta di non essere stati abitati dalle parole e dalle riflessioni di Dostoevskij. Questa “purezza” è forse impossibile.

Per chi scrive i Karamazov sono un romanzo in cui è il presagio il segno forte, l’alone di mistero e di minaccia che ciascuno di noi porta in sé, l’oscuro lato del male che ci abita e non ci dà tregua, l’ingiustizia che si compie nel mondo perché noi la compiamo, la nostra ambiguità, ma anche tanto, tanto altro, e non posso togliere da me questa radice.

Accolgo con gioia il tradimento (la traduzione) che la scena è, nel momento in cui riesce a dare varco ad altro pur mantenendo comunque tutta la forza di un’opera di partenza tanto ambivalente. Ma ci sono cose che mi pare restino ostilmente lontane, o quantomeno che mi respingano.
Di certo questo spettacolo è l’assunzione di un rischio (districarsi in una complicata trama di centinaia e centinaia di pagine, volendo considerare per scelta l’intero romanzo, è qualcosa di significativo) e l’assunzione di rischio va sempre rispettata e ringraziata.

Non potendomi confrontare con Brie su certe sue scelte, mi rimetto agli oltre tre minuti di applausi, a un pubblico soddisfatto, e invito a giudicare chi vedrà lo spettacolo. Male che vada, avrete visto in opera un grande, onesto, coerente artista e riscoperto un classico della letteratura mondiale. E scusate se è poco.
 

 

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