Il circo contemporaneo in Italia. Tra mappature e nuove strade

Traces presentato a Romaeuropa (photo: © Alexandre Galliez)
Traces presentato a Romaeuropa (photo: © Alexandre Galliez)

Più di trent’anni fa, a Parigi, vidi uno spettacolo di circo acrobatico cinese. L’unico animale in scena era il drago, ovviamente composto da persone mascherate sotto un tubo colorato. Ciò che vidi era lontano anni luce dalla mia idea di circo. E forse anche per questo mi sembrò bellissimo.

Se, all’interno delle nostre classificazioni artistiche, facciamo coesistere il teatro e il teatro ragazzi, così non è per il circo: non c’è bisogno del circo ragazzi (anche se qualcuno potrebbe obiettare che pure la prima distinzione dovrebbe essere superflua).
Ad ogni modo, se ben fatto, il linguaggio del circo è universale: come la danza, supera lo scoglio della letteratura, evita la barriera della comprensione, si concentra sull’empatia e sul brivido della verticalità (il circo si guarda spesso verso l’alto, come le stelle), sulla curiosità verso il virtuosismo, sulla verità dei suoi interpreti, sulla bellezza del gesto e del corpo teso.

Negli ultimi vent’anni, come riassume bene Silvia Mei, l’interesse verso il circo e le sue ibridazioni è stato crescente grazie alle sue caratteristiche intrinseche: “La vocazione a una comunicazione diretta, il carattere popolare e la malleabilità dei formati hanno reso le arti circensi sempre più appetibili ad operatori di vari settori”.

Invadendo strade, piazze e teatri, il circo contemporaneo, poi, esce dal folklore costruendo una drammaturgia che coinvolge (attraverso una storia ma non solo).
Sia chiaro, non tutti ci riescono e, dall’altra parte, non tutti gli spettatori vivono questa fascinazione. C’è anche chi proprio detesta il nouveau cirque.

Ma per chi scrive, questa disintermediazione meravigliosa che unisce, come pubblico, genitori e figli, trova conferma nel parallelo scarso interesse di molti critici e studiosi teatrali a ciò che sta accadendo nel circo contemporaneo (e qui citiamo di nuovo, come eccezione, l’attento e accurato sguardo di Silvia Mei su due festival estivi piemontesi, Teatro a Corte e Mirabilia, e l’apertura della Biennale Teatro con Baro d’Evel Cirk, di cui aveva parlato anche Klp).

Attraverso le caratteristiche riassunte da Mei il circo contemporaneo può unire le generazioni, creare un dialogo, esser la base per sviluppare strategie di audience engagement. Può diventare il terreno adatto nella sperimentazione di nuove strade per coinvolgere più spettatori, come è stato fatto in luglio proprio al Festival Mirabilia dislocato fra Torino e il cuneese, e sarà ripetuto a Natale per Circumnavigando a Genova, grazie alle attività del Progetto Quinta Parete che, fra le sue attività, promuove “lo sviluppo e la formazione del pubblico di circo contemporaneo in Italia”.
Ne è testimonianza la raccolta dati per mappare meglio questo pubblico attraverso la compilazione di un questionario online rivolto a festival, compagnie e organizzatori del settore, che si è chiuso a febbraio 2016. E al relativo censimento redatto da Filippo Malerba e Gaia Vimercati, che hanno elaborato i dati emersi dalle risposte di 80 compagnie. Mentre una nuova raccolta dati sulle declinazioni del circo, oggi, in Italia è compilabile fino al 15 gennaio 2017 a questo link.

La strada sembra tracciata; per continuare è necessario che gli operatori del circo contemporaneo si aprano alle altre discipline, pur mantenendo le loro peculiarità. Potrebbe sembrare semplice ma non è così. L’andare dietro a “mode” e il rischio di proposte improvvisate e di bassa qualità è pur sempre presente.

Recentemente, all’Auditorium della Conciliazione, per Romaeuropa, è stato presentato “Traces”, firmato dai canadesi Les 7 Doigts de la main. Il teatro, che ha 2000 posti, era pressoché pieno. Che, per le cinque repliche previste, vuol dire quasi diecimila persone, inclusi moltissimi bambini.
Certo, si tratta di una grande compagnia internazionale, ma non siamo di fronte a un fenomeno televisivo.
Les 7 Doigts de la main hanno sorpreso il loro pubblico con numeri vertiginosi, usando attrezzi affascinanti come la bascula, il palo cinese, il rue cyr. Infine una struttura con tre cerchi, uno sull’altro, che rappresenta il loro marchio di fabbrica.

Un brivido mi ha percorso sentendo gli applausi da stadio per questo ensemble che, ci tengono a precisare, non è il nuovo Cirque du Soleil perché ha un approccio più “intimo e familiare”, meno commerciale (nonostante le tournée mondiali).

Les 7 doigts de la main non sono personaggi ma persone. Ci dicono il loro nome, si presentano. Cercano un rapporto col pubblico: “Vogliamo che gli spettatori si sentano vicini a chi è in scena – afferma la regista e coreografa Shana Carroll – Che si preoccupino per i rischi che ognuno di noi corre, che si emozionino con noi”.

Traces presentato a Romaeuropa (photo: © Alexandre Galliez)

Traces presentato a Romaeuropa (photo: © Alexandre Galliez)

Gli spettacoli di circo contemporaneo possono anche essere meno acrobatici e virare verso il teatro e la performance. Se ne potrebbero fare molti esempi.
Mi piace ricordare lo spettacolo “Acrobates” di Stéphane Ricordel e Olivier Meyrou presentato a Romaeuropa nel 2014.

Ma ci sono anche compagnie italiane brave che chiedono spazio, dato che ancora si fa fatica a vedere spettacoli di circo contemporaneo nei circuiti tradizionalmente destinati al teatro. Anche se la tendenza sembra progressivamente invertire rotta. Una fluidità di generi e commistioni che ha già coinvolto anche importanti festival di danza, come Torinodanza, che nelle ultime edizioni ha aperto sempre più a contaminazioni che coinvolgono anche il circo.

Senza fare l’elenco della spesa, ma per allontanarci dai grandi nomi stranieri, basti citare, tra gli italiani, la compagnia Circo El Grito. Il loro è un “circo contemporaneo all’antica”, con spettacoli delicati, intelligenti e intimi come il loro chapiteau (l’ultima produzione è una sorta di storia del circo contemporaneo raccontata in scena).

Nominiamo anche Guido Nardin, artista poliedrico con collaborazioni con la Compagnia della Fortezza e Slava Polunin, che da un po’ di anni porta per strada, nei teatri e nelle piazze il suo personaggio, Ugo Sanchez Jr., un clown muto, musicista romantico che si diverte a giocare come un bambino, e da bimbo torna a scuola come Gian Burrasca.

Lo scarso interesse del potenziale pubblico italiano verso le arti della scena dal vivo potrebbe quindi essere in parte mitigato proprio dal circo contemporaneo; se ne potrebbe quindi prevedere un futuro roseo, soprattutto se si prendono come riferimento le attività che già si realizzano da anni in regioni come il Piemonte, “terra di circo”, o in Lombardia, dove il circuito C.L.A.P.S. sottolinea la natura multidisciplinare del circo come uno dei suoi punti di forza.

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1 Comment

  • Eugenio Viceconte ha detto:

    Bene benissimo il nuovo circo.
    Ma il circolo tradizionale è comunque un patrimonio culturale da preservare.
    Spesso si fanno incursioni integraliste contro il circo tradizionale.
    Quella più forte contro l’uso degli animali in scena.
    In parte, ma solo in parte, giustificata.

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