20 anni di Fanny & Alexander. Mitologie a confronto nella Emerald City

Marco Cavalcoli in Emerald City

Marco Cavalcoli in Emerald City (photo: © Enrico Fedrigoli)

Nel corso degli ultimi cinque anni, l’imponente progetto che Fanny & Alexander hanno costruito a partire dal romanzo “Il meraviglioso mago di Oz” (scritto nel 1900 da L. Frank Baum) non ha prodotto solo una rete ricca e affascinante di spettacoli, laboratori, esposizioni e pubblicazioni editoriali.
Inevitabilmente tutti questi percorsi creativi, arricchiti di volta in volta dall’apporto di artisti diversi e stimolanti (si pensi, ad esempio, alla collaborazione delle attrici Fiorenza Menni e Francesca Mazza, cui Klp dedica una lunga intervista oggi pomeriggio), hanno generato un vero e proprio labirinto di significati, immagini, allusioni e rimandi, in cui i concetti chiave del progetto (come “coraggio”, “attesa” o “scelta”) rimangono punti di riferimento da cui si sviluppa una vera e propria mitologia “sul” Mago di Oz (e quindi sui suoi protagonisti) che porta la firma della compagnia ravennate.

In onore del ventennale della compagnia, vari luoghi teatrali e culturali della città di Bologna hanno ospitato “Progetto Oz” (a cura di Elena di Gioia), che ha ripercorso le tappe salienti del lavoro condotto da Fannny & Alexander su “Il mago di Oz” attraverso spettacoli, mostre e incontri di approfondimento.


Tra gli spettacoli in programma, “Emerald City” ci conduce nella mitica Città di Smeraldo, la mitica dimora del Mago in cui è necessario indossare degli occhiali verdi (necessità che, ovviamente, coincide con una costrizione) per evitare di rimanere accecati.
Anche gli spettatori saranno sottoposti, per poter seguire lo spettacolo, a delle “costrizioni” percettive: come gli abitanti della città di Smeraldo, anche il pubblico, verso la fine dello spettacolo, dovrà inforcare un paio di lenti (quelle rosso/verdi degli occhialini 3d) e, sin dal principio, indosserà un paio di cuffie per poter ascoltare l’intero lavoro.

Assorbiti e, in parte, manipolati sul piano percettivo, ci troviamo di fronte sin dal principio a una figura che ormai costituisce un emblema di quella mitologia “sul” Mago di Oz prodotta da Fanny & Alexander di cui parlavamo all’inizio: si tratta dell’attore Marco Cavalcoli, inginocchiato al centro della scena su un blocco bianco marmoreo nelle vesti di “Him”, la statua di Maurizio Cattelan (raffigurante Adolf Hitler in atteggiamento remissivo e penitente) da cui prende il titolo un altro spettacolo del “ciclo” di Oz.

Come ormai sappiamo, il dittatore/attore rimanda all’ambigua figura del Mago, che ricorre al proprio potere oscillando pericolosamente fra paternalismo, indifferenza e volontà di oppressione. Alle sue spalle avanza, scorrendo quasi impercettibilmente, un’ampia parete bianca sulla quale, attorno a un foro rettangolare che incornicia la figura di Hitler/Cavalcoli (e che si impregnerà di luci colorate, in primis quella color smeraldo), campeggiano altoparlanti di diverse forme e dimensioni: è questa l’immagine della città-utopia, dove il tiranno costituisce il punto di riferimento per una massa multietnica di individui, le cui storie sono affidate a un racconto a più voci che noi, come il dittatore/mago, ascoltiamo rigorosamente in cuffia.

Marco Cavalcoli in Emerald City

Marco Cavalcoli in Emerald City (photo: © Enrico Fedrigoli)

Lo spettacolo si costruisce tutto sulla dialettica fra il rapido susseguirsi e intrecciarsi delle immagini sonore che ascoltiamo, un vero e proprio amalgama di suoni e voci in cui si mescolano idiomi, storie ed esigenze diverse, e la lentezza del movimento attraverso cui si dipingono diverse espressioni sul volto del dittatore sempre fermo e silente, come se fossero una sorta di reazione schizofrenica e a tratti irriverente alle richieste che gli vengono rivolte.
Se, da un lato, coloro che hanno varcato la soglia di questa teatralizzata Città di Smeraldo portano con sé fragilità, speranze e desideri che li accomunano ai protagonisti della fiaba di Baum (il desiderio di un cuore e di un cervello “nuovi”, così come il bisogno di autentico coraggio), dall’altro il dittatore/mago risponde ad essi con una serie di reazioni quanto mai stereotipate e impenetrabili. Sarà proprio il finale a chiarire il carattere di estraneità del mago rispetto ai suoi supplichevoli avventori, quando, grazie agli occhialini 3d, saremo costretti a seguire l’immagine proiettata del dittatore (il foro rettangolare della parete viene chiuso ad hoc da uno schermo) che ci fa vedere una sorta di piccolo prontuario di “pose” o “espressioni”, in cui a ogni atteggiamento facciale mostrato segue una didascalia esplicativa.
Quasi a dire che l’atto di ascolto del mago è stato un trucco, una mistificazione, un’illusione verde smeraldo che non regala nulla ma ti porta via qualsiasi cosa.

Come il tiranno della città di Smeraldo, anche lo spettacolo agguanta il pubblico dettandogli le regole da seguire e affidando alla manipolazione percettiva un ruolo centrale, sia sul piano dell’individuazione di un possibile “significato” sia, soprattutto, su quello della costruzione di un immaginario che prenda origine dal momento dello spettacolo.
E’ così che, mentre cuffie e occhialini ci annebbiano i sensi attraverso il gioco mistificatore di un venefico stregone in divisa grigio/verde, l’eco delle parole che abbiamo ascoltato, vibranti di paura, inquietudine e timida speranza, si deposita dentro di noi e successivamente riaffiora, sorprende, rimane.

Emerald City
ideazione: Chiara Lagani e Luigi de Angelis
musiche: Mirto Baliani
immagini video: ZAPRUDERfilmmakersgroup
drammaturgia: Chiara Lagani
costumi: Chiara Lagani e Sofia Vannini con Marta Benini (sartoria)
regia, scene, luci: Luigi de Angelis
con: Marco Cavalcoli
durata: 1’ 10’’
applausi: 2’ 15’’

Visto a Bologna, La Soffitta, il 21 aprile 2012

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