Gender Bender e la copertina dello spettatore

Photo: Giulia Agostini
Photo: Giulia Agostini

Quanto è necessario, per il teatro contemporaneo, essere rassicurante e accomodante? Ma non dovrebbe essere un’altra la sua ‘funzione’, se di funzione possiamo parlare?
Si va a teatro per sedersi in poltrona con la copertina avvolgente della consuetudine o ci si va (anche) per il rischio che una performance dal vivo, viva, può comportare guardandoci diritto negli occhi?

Sono alcuni degli interrogativi che emergono dalle diciotto ore trascorse a Bologna per Gender Bender: tre spettacoli, una mostra e sei corse in autobus. Da spettatore compulsivo.

Il pomeriggio inizia nell’intimo e accogliente Piccolo Teatro del Baraccano con la performance di Chiara Bersani “Goodnight, peeping Tom”.
A partire dalla leggenda di Lady Godiva e Peeping Tom, Chiara Bersani, artista affetta da una forma di osteogenesi imperfetta, propone una riflessione sul corpo come “entità politica”, che si forma e trasforma a contatto con lo sguardo dell’altro e della società. Qui la riflessione punta alla sessualità e ai suoi stereotipi: “I disabili visti come asessuati, gli anziani percepiti come privi di carica erotica, gli omosessuali a cui viene frequentemente attribuita una vita dissoluta, gli attori porno considerati incapaci d’amare”, riassume la performer.


Dopo aver ricevuto le istruzioni capisco subito che non sarò un semplice spettatore. Entreremo uno alla volta e potremo cercare il contatto con “i ragazzi” che troveremo all’interno. Ad un certo punto mi verrà chiesto se vorrò stare solo per un po’ insieme a uno dei quattro.

Entriamo nella sala e me li trovo davanti, seduti in terra: sono la stessa Chiara Bersani, Marta Ciappina, Marco D’Agostin e Matteo Ramponi. Si sfiorano, ci accarezzano. Penso a chi scegliere, in fondo alla sala noto una piccola struttura in legno che accoglierà le coppie. Guardo e bramo.
Guardo le scarpe che entrano nei piedi, guardo gli affreschi, guardo loro, ma senza fissarli negli occhi. Mi crogiuolo nella consapevolezza di essere uno spettatore privilegiato (a tutto quel teatro sensoriale e immersivo attraversato, da Enrique Vargas al Teatro del Lemming, Animanera…).

Scelgo Marta Ciappina, e so che il mio è un gesto banale. Il più facile. Ho scartato subito la possibilità di non scegliere nessuno. E ho scartato Matteo: i suoi occhi sono troppo penetranti. Ho scartato anche Chiara. Avrei potuto rischiare di più.
Stiamo l’uno davanti all’altra per una decina di minuti. Come in un camerino davanti ad uno specchio che non esiste. Ci sorridiamo poco e ci accarezziamo le mani. Giochi di luce evidenziano il suo volto: la sua bellezza emerge possente.
E’ tutto. Esco.
Un altro spettatore compirà la scelta. Ma c’è anche chi sceglierà di non scegliere. Intanto tutti noi altri ci guardiamo a vicenda. A un certo punto ci sfioriamo anche. Ci annusiamo. Sono allo stesso tempo consapevole, impreparato e vittima. Ho scelto di lasciarmi andare ma non riesco a farlo fino in fondo. Chi ci riesce davvero? Nonostante questo, gioco con me stesso. Sorrido, ma le labbra tremano.

Se Peeping Tom è il personaggio che spiava Lady Godiva mentre cavalcava nuda, “Goodnight, peeping Tom” è il teatro, ovvero quella sensazione mista di benessere, disagio, eccitazione e incomprensione che deve pervadere lo spettatore. È un viaggio interiore che mette in crisi lo spettatore davanti ai suoi tabù e al suo desiderio. È un momento troppo intimo per essere definito spettacolo. Un’esperienza fisica e mentale.
Ma quanto siamo pronti a metterci così in gioco?

Ore 19. Toccata e fuga a Il Cassero, lo storico lgbt center di Bologna adiacente a quello che era il Canale del Cavaticcio. Il Cassero produce il festival, ricchissimo di eventi, e ospita la mostra fotografica “Transpilipinas” del giovane artista Victor H. Garcia sulle realtà lgbt delle Filippine: il paese cattolico più grande del sud-est asiatico e secondo paese al mondo per popolazione transgender, transessuale e crossdresser dopo la Thailandia.
La mostra, semplice ma suggestiva, è composta da foto e video di 12 persone trans di età, occupazione e background diversi, immortalati nei loro momenti di vita quotidiani.

Subito dopo è l’ora dell’Atelier Sì, altro bellissimo spazio bolognese e nuova scoperta. Stavolta siamo in sala come spettatori “veri”. Una bellezza asiatica emerge dal buio. Cade.
Comincia così “Within Her Eyes” del coreografo inglese James Cousins.
È una danza abbarbicata, stirata, contesa. Un trionfo di sensualità. Guardo attentamente i due protagonisti e mi chiedo se siano una coppia nella vita. Entrambi bellissimi. Mi interrogo – nelle mie riflessioni da spettatore medio – su come si faccia a sprigionare tanta bellezza se non ci si ama.
Guardo le mani di lui che scivolano su di lei. Gesti semplici ma molto generosi. Lei che non tocca mai terra. Lei che ogni tanto guarda verso l’alto, e che alla fine si rivelerà un sogno irraggiungibile. Non solo per lui.
In venti minuti va in scena un rapporto completo, un amplesso perfetto, un “tour de force attraverso le emozioni più contrastanti”. Nell’intimità della sala divento spettatore voyeur, e nel confronto con le mie riflessioni, così scontate, per la seconda volta nella giornata entro in crisi.

Within her eyes

Within her eyes di James Cousins

Una crisi di spettatore che finirà la sera, quando assisto a “MDLSX” dei Motus, ospitato da Teatri di Vita e inserito nel progetto Hello Stranger, che la città di Bologna dedica alla compagnia in occasione dei 25 anni di attività.
Silvia Calderoni è narratrice performer e dj, lo spettacolo è sicuramente emozionante (il trionfo decretatogli del pubblico di Gender Bender lo conferma), ma dopo 80 minuti nella sala stracolma, tra appassionati, artisti, “gender benders” e moltissimi operatori di area emiliano-romagnola, mi accorgo di essere esageratamente tranquillo, rilassato. Forse troppo. E a tal proposito rimandiamo alla recensione scritta sullo spettacolo da Michele Ortore, ulteriore apporto a questo discorso.

Dall’immersione veloce e intensa in un festival si sovraffollano insomma riflessioni e impressioni. Benvengano i premi, i festival e le retrospettive, consapevoli del fatto che molto spesso servono per alimentare il dialogo tra gli operatori, per abbellire le piattaforme degli addetti ai lavori, per favorire gli scambi fra gli artisti. Tutti fattori importanti. Credo però che sia altrettanto necessario, in era di “audience engagement” avanzato (molto spesso più nominato che realmente sviluppato), intavolare momenti esperienziali, interattivi, che giochino anche con il corpo, l’intimità, l’eros e la seduzione. Perché è fondamentale creare degli shock, dei cortocircuiti a uno spettatore che spesso esce annoiato da teatro, nella speranza di farlo (definitivamente?) innamorare. Love development.

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