Il tentativo d’incontro etnico di Constanza Macras

Open for everything

Open for everything (photo: blog.dorkypark.org)

Immaginate una scena ricca di luci e barocca di oggetti; alla sinistra sei musicisti intonano melodie gitane, al centro una macchina interamente ridipinta si sposta in continuazione; ai lati, in alto, dentro e sopra la macchina, tantissimi giovani ballano, cantano, urlano, in una esplosione di colori ed energie.

Si apre così “Open for everything”, ultima creazione dell’artista argentina Constanza Macras, in scena la scorsa settimana in Svizzera, al Théâtre Forum Meyrin, spazio teatrale con vocazione al sociale nel quale da anni si organizzano incontri per discutere e stare assieme. Anche perché questo teatro, che si trova in un quartiere-dormitorio alle porte di Ginevra, in cui le tante etnie presenti vivono il disagio della perdita d’identità, chiede alla direttrice Anne Brüschweiler uno sforzo maggiore, oltre il teatro: essere per la comunità un punto di riferimento.

In questa cornice, lo spettacolo di Constanza Macras è occasione per parlare di uno dei popoli più maltrattati della storia, oggetto, nei secoli, di stillicidio ideologico. Di questo si è discusso in teatro l’indomani dello spettacolo, in una giornata intitolata “Scambi sulla presenza rom nelle nostre città”, dove si è cercato di affrontare il tema sotto diversi aspetti (da quello giuridico, i diritti dei Rom, a quello più pratico): cosa possono fare le amministrazioni comunali e quali politiche urbane si possono intraprendere per l’uso dello spazio pubblico? Tematiche importanti a cui si devono dare delle risposte, anche in Italia.


Ma torniamo allo spettacolo: “Open for everything” nasce come una danza contro la discriminazione, contro il razzismo e i luoghi comuni, e per dimostrare tutto ciò la coreografa sceglie di unire in scena danzatori professionisti bravissimi e giovani gitani alla loro prima esperienza, per dimostrare che un incontro è possibile.

Se questo però è un obiettivo fortemente simbolico, dobbiamo constatarne il simbolico fallimento. Lo spettacolo infatti, se ha il pregio di accompagnare allegramente lo spettatore per tutta la sua durata, tra balletti allegri, lazzi e musiche tipiche, mostra le sue fragilità nell’accanimento a far danzare tutto il tempo i danzatori e questi giovani, dall’animo sì straordinario, ma comprensibilmente incapaci di piroettare in scena. Tanto che, così pensate, le coreografie anziché raccontare qualcosa finiscono per intrattenere.
   
Ci sono certo energie pulite in “Open for everything”, come non se ne vedono spesso in teatro: sono le emozioni pure di chi non è abituato a stare in scena e vi si ritrova per la prima volta, con i tremori delle mani, gli sguardi furtivi dell’inizio per farsi coraggio e le voci strozzate nei racconti delle proprie vite. Sono sentimenti che arrivano alla platea e sono veri, sinceri, toccanti.

Questi giovani artisti provenienti da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia e India, a poco a poco, nel cambio d’abiti sgargianti, nelle gonne multicolore, si impossessano della scena e ne divengono, a pieno titolo, i veri protagonisti. Con semplicità mostrano chi sono, come sanno ridere della vita, cosa sanno fare. Tuttavia è come se dovessero necessariamente dimostrarlo per essere accettati dalla comunità.

Diventeremo famosi? Si chiedono ad un certo punto. Speriamo di sì, pensiamo noi, perché la vita lì fuori è dura, e loro lo sanno benissimo: non sarà facile ritornarvi, dopo le luci della ribalta.

Per il resto però è un assistere ad uno sbrodolamento nei soliti cliché legati al ‘mondo zingaro’, con una drammaturgia che non regge i danzatori, che a tratti paiono aggirarsi confusi, privi di emozioni e parole.
Un incontro ‘vero’ insomma non sembra avvenire, e la cultura Rom, così ammaliante e ricca, finisce per mostrarsi solo come una allegra macchietta di sé stessa, troppo in stile Bollywood.

Open for everything

regia e coreografia: Constanza Macras
drammaturgia: Carmen Mehnert
di e con: Louis Becker, Emil Bordás, Hilde Elbers, Anouk Froidevaux, Fatima Hegedüs, Ádám Horváth, László Horváth, Hyoung-Min Kim, Viktória Lakatos, Zoltán Lakatos, Iveta Millerová, Elik Niv, János Norbert Orsós, Monika Peterová, Rebeka Rédai, Marketa Richterová, Ivan Rostás, Magdolna Rostás, Viktor Rostás
musicisti: Marek Balog con i gitani Milan Demeter, Milan Kroba, Jan Surmaj, Petr Surmaj
scenografie: Tal Shacham
costumi: Gilvan Coêlho de Oliviera
foto: Manuel Osterholt
luci: Sergio de Carvalho Pessanha
suono: Mattef Kuhlmey, Stephan Wöhrmann
regia: Welko Funke
tecnico costumi e accessori: Marcus Barros Cardoso
produzione: Constanza Macras/DorkyPark e il Goethe-Institut
coproduzione: Wiener Festwochen, New Stage of National Theatre Prague, Trafó House of
Contemporary Arts Budapest, International Theatre Festival Divadelná Nitra, Hebbel am Ufer Berlin, Kampnagel Hamburg, Hellerau-European Center for the Arts Dresden, Dansens Hus Stockholm, Zürcher Theater Spektakel

durata: 1h 40
applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Meyrin (Svizzera), Théâtre Forum Meyrin, il 15 novembre 2013


 

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