Inequilibrio 16. Se tra le poche certezze spunta poi la Calamaro

La vita ferma di Lucia Calamaro (photo: Lucia Baldini)
La vita ferma di Lucia Calamaro (photo: Lucia Baldini)

Nonostante tutte le difficoltà, il festival Inequilibrio di Armunia ha preso il via il 28 giugno per la sua edizione numero 19 che, articolata nella formula di due lunghi fine settimana, terminerà il 10 luglio.
Dalla prima settimana, ricca di studi, spettacoli ed incontri pubblici nell’ambito del premio Lo straniero (rivista che ha annunciato proprio in questi giorni, dalla voce del direttore Goffredo Fofi, la sua chiusura a fine anno, dopo venti di attività), ce ne torniamo però a casa con poche certezze (come spesso accade del resto!).
Parleremo quindi oggi di cosa ci ha più convinto degli studi presentati nei primi giorni di festival.

Partiamo dallo studio de Gli Omini, “Più carati”, che è sembrato presentare uno scarto rispetto al precedente “La famiglia campione”. Merito forse della scrittura di Armando Pirozzi (sua, assieme a Giulia Zacchini, la drammaturgia), che dona un taglio meno arrabbiato e popolano (absit iniuria verbis), meno “toscano”… Usando una metafora potremmo dire meno alla Cecco Angiolieri o alla Giancattivi, per semplificare.

Che succede se il caso pone tre amici che condividono tutto – lavoro, vita e passione – di fronte a un dubbio esistenziale? Le domande rimaste inespresse possono mettere a rischio gli equilibri di tre vite intere più quella del gruppo?

Per ora ci sono le basi per una drammaturgia interessante, una riflessione sul contemporaneo che scaturisce da un episodio realmente accaduto e che diviene spunto efficace di indagine su di un presente di crisi, povertà, insomma tutte quelle tematiche che popolano come spettri i nostri giorni, dove l’etica – termine assai vago – purtroppo viene sempre ad avere un ruolo secondario, al cospetto di atti guidati soltanto dal primario bisogno spasmodico di denaro, guadagno e affermazione sociale.
Qualche dubbio rimane sulla scelta di certe partiture gestuali, ovvero quegli inserti caratterizzati da balletti un po’ ripetitivi che poco sembrano aggiungere di necessario all’economia del lavoro.
Attendiamo gli sviluppi.

Più carati de Gli Omini (photo: Lucia Baldini)

Più carati de Gli Omini (photo: Lucia Baldini)

Se di una cosa siamo sicuri, è che a rifulgere ed illuminare la prima settimana di festival è stato il notevole lavoro – se l’aggettivo è sufficiente per descrivere l’interesse suscitato da questa nuova drammaturgia – di Lucia Calamaro, che ha presentato uno studio (I e II atto), da lei scritto e diretto, di cui ha curato anche scene e costumi.

“La vita ferma” è una riflessione potentissima su ciò che la regista definisce la “gestione interiore dei morti”.
E si rimane felicemente sorpresi soprattutto dal primo atto, con il curioso incontro tra un marito indaffarato nello scatolame di un trasloco e la moglie defunta, che si riaffaccia nel quotidiano dell’uomo preoccupata del suo ricordo. Una sorpresa non perché il secondo atto non sia riuscito, semmai poiché, rispetto al primo, presenta forse minori “novità”; semplificando rozzamente, il secondo è a tratti più “Calamaro vecchia maniera”. Ma non è una pecca.

Il primo atto invece – e di conseguenza lo studio nell’insieme – offre una sorta di “balzo in avanti” rispetto ai precedenti lavori dell’autrice romana, quanto meno da un punto di vista drammaturgico. Si avverte maggiore fluidità, respiro, ironia, leggerezza, vividezza dei personaggi, senza tralasciare alcune trovate scenografiche sorprendenti, tra le altre le scatole del trasloco, in disparte all’inizio, che vanno a poco a poco a chiudere come un sipario il primo atto, nascondendo ai nostri occhi i protagonisti.
A ciò si aggiunga che non si ha mai la sensazione che si strizzi l’occhio al pubblico, cercando l’effetto, il colpo di scena o indugiando nel voler per forza dire, sottolineare.

Si potrebbe parlare di meraviglia, di incanto, di fronte alla qualità cristallina della scrittura e di certe soluzioni drammaturgiche e scenografiche. E che sorpresa, ancora, che momento di teatro (!), quando all’improvviso un secchio pieno di biglie di vetro, rovesciato sul palco dai protagonisti, esplode in tante piccole sfere saltellanti che vanno ad invadere l’intero spazio, cogliendoci impreparati, come a risvegliarci da quel torpore dell’abitudine che spesso finisce per essere la vita quotidiana, quella “vita ferma” che, anche se non vuoi, di colpo ti sorprende, con quel grande e inatteso imprevisto che è la morte. E poi ti sorprende di nuovo quando t’accorgi che, a poco a poco, finisci con l’abbandonare il ricordo di una persona che ha rappresentato la tua vita, ne è stata parte preponderante. Eppure sbiadisce nel tempo.

In questa “vita ferma”, in questo quadretto famigliare qualunque  – padre, madre (ottima la prova di Simona Senzacqua) e figlia – che si trova ad affrontare la malattia e la scomparsa della donna, Lucia Calamaro continua il felice viaggio dentro quei personaggi femminili a lei così cari, da sempre protagonisti del suo teatro, di cui scandaglia con compassionevole ironia gli abissi interiori, le fragilità, piccole o grandi che siano, che ogni donna si cuce addosso negli anni come una coperta di cui l’autrice romana esplora e setaccia trama, ordito e pieghe più recondite.

Ma non siamo più, qui, in quel gineceo di nevrosi di cui parlammo per “L’origine del mondo”; si va oltre, e la riflessione si allarga. Ci sono un padre-marito, una madre-moglie e una figlia travolti in pieno dalla perdita. Ma più del dolore seguente, che emerge terribile alla fine del secondo atto per bocca della figlia (Alice Redini) – che come d’improvviso sembra riportarci per mano a “Tumore”, lavoro di qualche anno fa -, si riflette sul dopo, su ciò che la Calamaro definisce con efficacia “rammendo laborioso del ricordo”, sull’alternativa all’elaborazione del lutto che oramai è vulgata imperante e che non può essere l’unica soluzione. Di sopravvivenza nella memoria degli altri si parla, di come il ricordo venga poi deglutito a forza, alterato, inquinato e disperso in abitudini e lente sottrazioni.

Tornando per un attimo alle figure femminili a cui accennavamo, si finisce quasi con l’innamorarsi di queste deboli dolci solipsiste, disperate e comiche, autoironiche e critiche, così ripiegate in sé stesse da escludere talvolta, o dimenticarsi, di tutto ciò che le circonda, colte e mostrate nelle situazioni banali del quotidiano, come una visita dal medico, un pomeriggio al sole sul terrazzo o un incontro con una vecchia amica di cui si è dimenticato il nome.

Lucia Calamaro, insomma, fa la cosa più semplice eppure più difficile: rende universale il particolare. Ci tiene avviluppati ad osservarci mentre sul palco affrontiamo e combattiamo balbettanti la “morte” di tutti i giorni.
Anche il personaggio del marito, un bravo Riccardo Goretti, è felicemente ritratto e delineato, e non è solo merito dell’ironia, della levigatezza con cui la drammaturga ha smussato certi angoli; è anche, a nostro parere, un passo ulteriore che ne fa sempre più un unicum nel panorama nazionale, con la sua scrittura potente eppur fluida, costellata di figure sempre più definite ed al contempo sorprendenti, immerse in un universo sempre più proprio, con uno stile personalissimo che talvolta sembra innervato di quelle “frasi infinite” così care a Giorgio Gargani.

Negli anni ’90, un giovane calciatore del Padova fu acquistato dalla Juventus e, nel giro di pochi anni, si conquistò uno spazio di rilievo nel calcio dell’epoca per un certo modo di tirare e segnare gol, che ad oggi, nella memoria collettiva degli appassionati, è divenuto “proverbiale”: era Alessandro Del Piero.
Parimenti, ed ammesso mi si perdoni questo rimando calcistico, si può oramai definitivamente parlare di personaggi (solo femminili?) alla Calamaro, un po’ come quando ci si riferisce ai “vecchioni” di Bernhard. Speriamo di non azzardare troppo…

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