La caccia a Bin Laden di Agrupación Señor Serrano: western odierno da Leone d’Argento

Il frigo veneziano di Agrupación Señor Serrano. Felicità è trovarci dentro 15 lattine di birra, prosciutto di Parma, formaggio e...
Il frigo veneziano di Agrupación Señor Serrano. Felicità è trovarci dentro 15 lattine di birra, prosciutto di Parma, formaggio e...

Il frigo veneziano di Agrupación Señor Serrano. Felicità è trovarci dentro 15 lattine di birra, prosciutto di Parma, formaggio e…

Se la crisi c’è stata Àlex Serrano è caduto in piedi, e con lui la compagnia teatrale Agrupación Señor Serrano, cui ha dato vita a Barcellona nel 2006.

Occhi infossati, vivaci, una dialettica mordace, ottima dose di humour, di chi sa prendere non troppo sul serio né sé stesso e né ciò che lo circonda.
Un background in comunicazione e pubblicità, poi la folgorazione improvvisa per il teatro. L’intuizione di un gap da coprire nella relazione tra supporti multimediali e spettacolo dal vivo. La determinazione a combinare al meglio i due linguaggi per crearne uno comune.
Ama citare la sempiterna frase di Beckett: “Ever tried, ever failed, no matter. Try again, fail again, fail better”.

Difatti, sul palco allestito a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, il regista catalano, con il suo bel Leone d’Argento in mano (finito poi, temporaneamente, al fresco tra le lattine di birra in frigo, come testimoniato dalla foto) non si è fatto sfuggire l’occasione di rivendicare il diritto e il dovere al fallimento.
“Il fallimento ha a che fare con l’idea dell’arte e il significato della vita. Con l’idea che solo se rischi puoi commettere degli errori – ha affermato rispondendo al perché di questa sorta di “Manifesto” – L’arte nel suo “gioco”, non essendo una società (nel senso in cui non si occupa di vendere prodotti e di avere un beneficio economico) è sempre vicina a questo rischio. Non parlo di un rischio suicida, ma di quello che ti porta a incontrare qualcosa al di là del precipizio, della crisi”.


Ed è stata proprio la crisi di qualche anno fa, emersa in seguito a uno spettacolo mal riuscito, a far prendere consapevolezza al regista e ai suoi due compagni di viaggio, Pau Palacios e Barbara Bloin, che quel che stavano facendo (“ripetere modelli precedenti senza reinventare nulla di nuovo”) non funzionava.

Agrupación Señor Serrano ha corso il rischio e ha fatto il salto. È andata molto bene. Nel giro di soli quattro anni dalla loro prima volta in Biennale, l’ensemble con meno di dieci anni di attività alle spalle si è portata a casa il Leone d’Argento per “la ricerca di un teatro personale dove il linguaggio delle immagini raggiunge una forma universale. Per la capacità di convertire i suoi spazi scenici in spazi installativi. Perché sa convertire la videocamera in protagonista di storie teatrali. Per aver assunto il linguaggio del cinema nel mondo delle arti sceniche senza perdere i valori insiti nella materializzazione viva delle storie. Il che significa un equilibrio perfetto tra ciò che si mostra e come lo si mostra. Per aver ottenuto un’attenzione internazionale rapida e di successo in pochissimo tempo. Per il senso, lo sforzo e il valore che comporta scommettere oggi su una compagnia del sud Europa e mantenersi saldi nelle proprie convinzioni etiche ed estetiche”.

L’en plein! Ora, tra le cose a cui pensare, c’è come affrontare il jet lag di una tournée internazionale che li vedrà, in tempi assai ravvicinati, presentare i loro lavori tra nord e sud America, Europa e Asia.

Proprio da quest’ultimo continente prende le file il lavoro “A House in Asia”, presentato in prima nazionale al Teatro alle Tese di Venezia in occasione della Biennale Teatro.
Un lavoro vivace, intelligente e molto divertente che, in maniera magistrale, combina assieme tre livelli: quello artistico, attraverso il fitto e acuto intreccio di letteratura, cinema, video, teatro, musica, coreografia, architettura; il livello politico, che svela il rapporto democrazia-impero attraverso il “gioco dei soldatini”, della leggenda, dell’epopea, emblematici macrocosmi della caduta di una potenza mondiale; e quello sociale, dove la dinamica dei rapporti umani e dei cambiamenti della società reale sono ridotti a maquette, a copia, rappresentazione, riflesso.

La casa a cui il titolo fa riferimento è l’ultima dimora pakistana in cui Bin Laden si nascondeva con la famiglia. Di questa casa ne esistono almeno altre due copie identiche: quella costruita dalla CIA in una base militare del Carolina, per l’esercitazione dei Marines in vista della cattura dell’introvabile, e quella realizzata in Giordania dalla casa di produzione del film Zero Dark Thirty, che racconta appunto l’attività dei servizi segreti per riuscire a trovare e poi uccidere “Geronimo”.
Era infatti proprio il nome di uno dei più grandi capi Apache il ‘code name’ dato a Osama Bin Laden dai Navy Seals durante le fasi della cattura.

Da questo spunto metaforico la compagnia ha costruito una drammaturgia dal ritmo giocosamente frenetico, sovrapponendo l’epopea western, su cui si fonda la mitologia americana, al “Moby Dick” di Melville, quale potente allegoria sugli archetipi del bene e del male (e della caccia al nemico per cercar vendetta), unendoli al racconto in prima persona che Matt Bissonnette, il soldato che sparò a Bin Laden, riporta nel suo libro “No easy day”.

“Qui siamo nel West, dove, se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda” recitava uno degli ultimi film di John Ford.
Agrupación Señor Serrano, riproducendo su un modellino in scala la casa originale di Abbotabad, dà vita – utilizzando la magia dell’arte e la propria abilità tecnica e creativa di video-ripresa, montaggio e alterazioni video – a una serie di spiazzanti scatole cinesi che giocano con la realtà e i suoi infiniti riflessi (Georges Méliès ne sarebbe impazzito), spezzando l’incanto atemporale e invertendo di continuo la possibilità di prospettiva e d’insieme.

A house in Asia (photo: teatromaniafestiwal.pl)

A house in Asia (photo: teatromaniafestiwal.pl)

Il risultato è ironico, politico, parodico, critico. Oggetti apparentemente depotenziati assumono valori e significati che esplodono grazie al live video editing nello schermo.
Sul palco, ricoperto da qualche metro di finta erba da giardino, è allestito il gioco dei potenti, la tragedia dei piccoli, la caduta degli eroi.
Nel mezzo di questo gioco rimane l’uomo, rimangono loro: Àlex Serrano, Pau Palacios e Alberto Barberá: performer, registi, deus ex machina.
Basterà la spinta di un dito per buttare a terra il nemico.

Il cinema western ha avuto il ruolo di grande certificatore delle credenze, ha fornito al pubblico di tutto il mondo una lettura parziale della storia della colonizzazione, dove l’uomo bianco era il portatore di valori positivi contro gli indiani selvaggi che impedivano, con la loro ferocia, il progresso della civiltà.
“A House in Asia” diventa quindi metafora e immagine della crisi di identità della grande potenza americana e dei suoi/nostri eroi di frontiera, ma anche del moltiplicarsi costante della realtà, riconoscibile, forse, solo attraverso le sue copie.

I “senza macchia e senza paura” si trasformano nello spettacolo, attraverso i pensieri e i ricordi di Bissonnette – qui un Ismaele solitario ed estraniato – in antieroi spenti nella loro ottimistica veste di conquistatori della libertà.
“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”: rubando la celebre citazione a “Blade Runner”, il marine Bissonnette ci restituisce un mondo in cui regna una cieca violenza che nessuno riesce più a controllare e combattere.
Ma anche lui è parte del sistema. Anche lui, unico narratore di quella realtà, si svuota della propria identità scegliendo per sé stesso un ‘code name’ che, in un cambio di registro davvero esilarante, Àlex Serrano ci rivelerà essere Mark Owen, nome di uno dei cantanti degli osannati Take That (di cui ci ricorderà una coreografia) nonché – nella logica delle copie multiple della realtà – uno dei militari protagonisti dell’operazione Bin Laden.

Agrupación Señor Serrano presenterà “A House in Asia” a Roma, durante Short Theatre, il prossimo 11 e 12 settembre. Andate a vederlo!

A House in Asia
creazione: Àlex Serrano, Pau Palacios e Ferran Dordal
interpreti: Àlex Serrano, Pau Palacios e Alberto Barberá
voci: James Phillips (Matt) and Joe Lewis ( il giovane marine)
direttrice di produzione: Barbara Bloin
video: Jordi Soler
sound design e colonna sonora: Roger Costa Vendrell
light design: Alberto Barberá
modellini in scala: Nuria Manzano
costumi: Alexandra Laudo
consulenza tecnologica: Eloi Maduell e Martí Sánchez-Fibla
consulenza legale: Cristina Soler
consulenza al progetto: Víctor Molina
fotografo: Nacho Gómez
management: Iva Horvat / Agente129
produzione: Agrupación Señor Serrano, GREC Festival de Barcelona, Hexagone Scène Nationale Arts et Sciences – Meylan, Festival TNT – Terrassa Noves Tendències, Monty Kultuurfaktorij, La Fabrique du Théâtre – Province de Hainaut
col supporto di Festival Hybrides Montpellier, Festival Differenti Sensazioni, Departament de Cultura de la Generalitat, INAEM
ringraziamenti speciali a Montserrat Bou, Emma Argilés, Olga Tormo, Carmen Zamora, Àngels Soria and Cristina Mora.
grazie a cube.bz, Max Glaenzel, Marta Baran, Berta Díaz Laudo, Ro Esguerra, Henar Rodríguez (Escola de maquillatge Montserrat Fajardo), Carine Perrin, Matis Guillem, Rosa Pozuelo, Àngela Ribera, Valérie Cordy, Denis Van Laeken and Iván Gómez García

durata: 60′

Visto a Venezia, Arsenale Teatro alle Tese, l’8 agosto 2015

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