«A piece of him». Il legame tra Ludwik Flaszen e Grotowski

Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen, 1960 (ph. @Leonard Olejnik)
Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen, 1960 (ph. @Leonard Olejnik)

Dopo l’intervista a Marco De Marinis che ha ricordato la figura di Ludwik Flaszen, scomparso lo scorso autunno, abbiamo pensato di proseguire questo percorso affidando un nuovo approfondimento a Paola Pelagalli e Samuel Lhuillery, ricercatori in Francia e specialisti del teatro di Grotowski, grazie alla cura di Tommaso Zaccheo, anche lui ricercatore a Parigi.
L’intenzione è quella di proseguire con ulteriori ricordi/approfondimenti su personalità importanti che ci hanno lasciato nel 2020.


Ci ha sempre affascinato nel dramma dell’“Amleto” – l’unico del repertorio shakespeariano che i membri del Teatro-Laboratorio avrebbero voluto mettere in scena – più che il personaggio del principe di Danimarca, il suo fedele amico e servitore Orazio. È Orazio che per primo riconosce nello Spettro il fantasma del re padre, è lui che capisce le potenzialità di una tale apparizione e che prevede i rischi del contatto con l’Invisibile. È Orazio che, nell’intimità dei loro dialoghi, prepara Amleto ad agire con noncuranza rispetto alle istituzioni e alle norme del regno danese; sono le loro conversazioni che lo dispongono a un avvenire sovversivo, “scandaloso” direbbe Pasolini. Orazio è custode del viaggio di Amleto, lo accompagna silenzioso come un testimone senza il quale il viaggio potrebbe non avere l’impatto sociale sperato, o addirittura non avvenire affatto.
Amleto è “a piece of him”, a cui egli affida l’incarico dell’incontro con l’Invisibile che trascende la norma, così come Grotowski e il Teatro-Laboratorio sono un pezzo di Ludwik Flaszen.

Critico teatrale di grande notorietà sul territorio polacco, Flaszen non ha ancora compiuto ventinove anni quando le autorità della cittadina di Opole lo avvicinano per proporgli la direzione del Teatro delle 13 File, fondato un anno prima e caduto in rovina dopo due sole rappresentazioni.
Reduce da una formazione letteraria, ma fermamente convinto che la rivoluzione scenica fosse da cercare nella pratica piuttosto che nel testo-centrismo, che allora caratterizzava l’istituzione teatrale, Flaszen intraprende la ricerca di un compagno. Grotowski risponde all’appello, e dopo un incontro nel cuore della Slesia – degno di nota almeno quanto la riunione notturna al Bazar Slavo di Mosca di Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko – l’atto di nascita del Teatro delle 13 File viene firmato.

Benché l’ufficialità delle funzioni preveda Jerzy Grotowski alla direzione artistica e Ludwik Flaszen alla direzione letteraria della compagnia nascente, il suo ruolo straripa fin da subito ben oltre gli argini del direttore letterario. Così descrive lui stesso il suo posto di consigliere: “Anche se a volte ero un portavoce, il mio lavoro essenziale in tutti questi anni è stato parlare con Grotowski – una specie di dialogo che copre conversazioni durate anni – mentre camminavamo da qualche parte o seduti al ristorante della stazione (l’unico luogo pubblico aperto tutta la notte). Ero il suo “analista”, come mi ha chiamato una volta. Ero l’”avvocato del diavolo”. Devo dire che è stato un dialogo molto bello – molto intimo – poiché avevamo stabilito di essere assolutamente sinceri l’uno con l’altro. Gli ho detto quello che pensavo veramente su ciò che stava accadendo, le sue possibilità. Gli ho fatto notare chi era e qual era la tradizione da lui ereditata dalle menti del passato. […] Non ho mai partecipato direttamente al lavoro dell’attore. Se c’è una parte di me nel lavoro, è attraverso la mia influenza su Grotowski durante i nostri dialoghi. La mia connessione era diretta solo nei suoi confronti”.

Breslavia, 5 luglio 1972. Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen (photo arch. PAP/Grzegorz Kurzajczyk)

Breslavia, 5 luglio 1972. Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen (photo arch. PAP/Grzegorz Kurzajczyk)

È un lavoro, quello di Ludwik Flaszen all’interno del Teatro-Laboratorio, che si svolge nella discrezione; per di più in un contesto storico, quello dell’occupazione sovietica della Polonia, che domanda ancor più discrezione. Il legame che unisce Grotowski e Flaszen va oltre il sodalizio artistico e li rende complici di una congiura contro l’istituzione teatrale e, di conseguenza, contro l’istituzione dello Stato sovrano. E proprio il vincolo di completa fiducia che lega questi due cospiratori diventa l’immagine che dall’esterno si ha del Teatro-Laboratorio: una roccaforte sicura e misteriosa, capace di trascendere gli obblighi e le attese del sistema politico per mezzo dell’arte.
Solo la loro diaspora dopo la dichiarazione della legge marziale in Polonia e la domanda di asilo politico, rispettivamente negli Stati Uniti e in Francia, segneranno definitivamente la fine della loro collaborazione.

Dall’esilio, nonostante l’assenza di Grotowski già occupato dal nuovo progetto para-teatrale, Flaszen rimane alla direzione del Teatro-Laboratorio; è solo grazie alla sua perseveranza che la compagnia rimane attiva fino al 1984, anno della sua dissoluzione ufficiale e definitiva a causa del rischio incorso dai membri del gruppo per la situazione politica sul territorio polacco.

La vicinanza silenziosa alla roccaforte concede a Flaszen uno sguardo privilegiato sul lavoro di Grotowski. In virtù del fatto di non essere coinvolto nel lavoro attoriale, egli incarna in pieno la funzione dello “spettatore-testimone”, non soltanto nell’ambito della performance, ma soprattutto nel contesto di ricerca teatrale. Se Grotowski parlava del suo ruolo di regista “come spettatore di professione” sul lavoro di preparazione della performance, la posizione di Flaszen si dimostra ancora più favorevole: Ludwik Flaszen è “spettatore di professione” dell’intera impresa nascente, specialmente della sua vita quotidiana e nascosta agli occhi dei più curiosi. Proprio questa posizione di osservatore privilegiato lo porta a coniare l’espressione “teatro povero”, che fa conoscere il Teatro-Laboratorio su scala internazionale.

È per l’appunto Flaszen che si occupa di testimoniare al pubblico in forma scritta le cangianti prospettive di lavoro e gli obiettivi della ricerca artistica in evoluzione continua al Teatro-Laboratorio. Se l’esperienza teatrale polacca del Teatro-Laboratorio è ancora oggi la massima rappresentazione della ricerca laboratoriale a teatro, è soprattutto grazie a coloro che, come Flaszen, si occuparono di rendere il pubblico partecipe, passo dopo passo, del processo di lavoro e dello stato di ricerca permanente.

Si tratta di un lavoro di testimonianza svolto nell’ombra della sua epoca, eppure infinitamente stimato anni dopo da ricercatori – come gli autori di questo testo – che hanno potuto conoscere l’attività del Teatro-Laboratorio solamente attraverso le fonti scritte; da questi ultimi l’opera di Flaszen è eletta a fonte primaria. In questo la generosità del nostro Ludwik-Orazio è senza pari: ben più dell’aver concesso la direzione (e la gloria) ad altri, lo ringraziamo di aver dedicato un’esistenza alla mediazione tra la roccaforte silenziosa di Grotowski e gli assetati di conoscenza all’esterno, di aver trascorso una vita a mostrare che c’era del metodo in quella follia.

Un lavoro di testimonianza quanto più importante se si pensa che Ludwik Flaszen non ha solo conosciuto il Teatro-Laboratorio dall’interno, assistito e partecipato al periodo dell’attività teatrale, ma è stato anche testimone-partecipante e collaboratore – si potrebbe dire “complice” di Grotowski. Ancor di più negli anni Settanta, quando il regista ha reciso clamorosamente il suo legame col “teatro di rappresentazione” per dedicarsi alla ricerca para-teatrale e al teatro partecipativo: “Grotowski e noi, i suoi apostoli, professavamo una missione di salvezza dell’uomo non più attraverso il teatro ma attraverso l’Incontro, attraverso il “Giorno Santo”, lo “Holiday”. Attraverso degli incontri particolari in cui l’uomo – come diceva Grotowski – si disarma davanti all’uomo, si spoglia delle sue maschere di difesa – in cui l’uomo è com’è, totale. Questo è possibile nell’isolamento e solo per un certo periodo. Grotowski, con un gruppo ridotto di collaboratori, preparava tali incontri in una fattoria lontana dalla città, nella foresta, per un gruppo altrettanto ristretto. I collaboratori vivevano periodicamente in condizioni primitive con Grotowski e, quando si presentavano in città, si vedeva che serbavano un segreto dentro di loro”.

Ludwik Flaszen è stato un garante di questo “segreto”, che i membri del Teatro-Laboratorio si divertivano a conservare, nonché partecipante attivo, attore-animatore del periodo para-teatrale. Questa fase attirò centinaia di giovani attori alla ricerca di senso, venuti dal mondo intero speranzosi di trovare, nella foresta polacca, le risposte alle loro domande.
Durante questo periodo, diresse i laboratori di Dialoghi di gruppi e di Meditazione a voce alta, esplorando la risonanza della voce, dello spazio e del corpo, e partecipò al progetto intitolato “Tree of People”, che sfociò nell’ultima opera collettiva del Teatro-Laboratorio, “Thanatos Polacco: Incantesimi”.

Dopo la dissoluzione ufficiale del Teatro-Laboratorio nel 1984, Ludwik Flaszen si stabilisce a Parigi per continuare questa missione d’insegnamento e trasmissione. Nei laboratori e negli stage che dirige, attraverso un rigore e una sobrietà estreme, porta i partecipanti a esperire lo spazio vuoto che, solo, permette l’emergere organico dell’azione, della parola e del gesto. Inoltre Flaszen favorisce l’incontro autentico con i testi di Shakespeare, Dostoevskij, Henri Michaux o Samuel Beckett, autore che definiva “grande poeta e grande orologiaio del silenzio”.

La linea grotowskiana ha trovato in Ludwik Flaszen il suo prolungamento: in questo lavoro sullo spazio, sul ritmo e sulla composizione, in questa ricerca dell’organicità della voce e del corpo, in questa indagine della pulsione organica o dell’impulso fisico che precede ogni azione vera.
Da Parigi, colui che Eugenio Barba considera come un “totem”, un punto di riferimento per il mondo del teatro, ha continuato a trasmettere il suo sapere e a distillare i suoi segreti attraverso conferenze e interventi ovunque nel mondo, ispirando numerosi uomini e donne di teatro. Come pure ha creato e diretto molti spettacoli, approfondendo in particolare l’opera di Dostoevskij (“Les Rêveurs”, 1989; “Le Notti bianche”, 1995; “The Demons or Little Plutarch”, 1995) e di Eschilo (“Prometeo”, 1997).

Ludwik Flaszen era un traduttore di valore, un critico virtuoso, un lettore appassionato e, come lo stesso Grotowski, un maestro della parola, un oratore esperto, la cui maestria nel verbo non aveva eguali, se non nella sua diffidenza verso la scrittura. Le poche tracce scritte che ci ha lasciato nonostante questa reticenza – come “Grotowski & Company” (2010), o ancora “Il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski (1959–1969). Testi e materiali di Jerzy Grotowski e Ludwik Flaszen con uno scritto di Eugenio Barba” (2001), in collaborazione con Carla Pollastrelli e Renata Molinari – sono di un’importanza capitale per coloro che vogliono non solo comprendere e chiarire, ma piuttosto esplorare e percorrere il mistero che circonda il lavoro di Grotowski e del Teatro-Laboratorio. Un’esperienza da intraprendere a condizione di essere pronti ad affrontare lo spirito arguto e la sensibilità che ne dirigono la scrittura.

La stessa arguzia sarà necessaria a coloro che vorranno avventurarsi nella lettura del “Chirografo”, una preziosa raccolta di favole e racconti filosofici in prosa, libro quasi borgesiano, nel quale si rivelano tutto l’umorismo e la finezza di Ludwik Flaszen.

Flaszen si è spento con discrezione a Parigi il 24 ottobre scorso. La sua scomparsa lascia un grande vuoto nel mondo del teatro, un silenzio denso e compatto come quello che, alla fine dello spettacolo del Teatro-Laboratorio “Akropolis”, circondava gli spettatori, troppo intimamente e profondamente toccati per applaudire.
«The rest is silence».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *