Lo stupro di Lucrezia. Il ritorno di Valter Malosti al verso di Shakespeare

Lo stupro di Lucrezia in un disegno di Renzo Francabandera
Lo stupro di Lucrezia - Teatro di Dioniso

Lo stupro di Lucrezia – Teatro di Dioniso (photo: Giulia Caira)

My honour I’ll bequeath unto the knife
That wounds my body so dishonoured.
‘Tis honour to deprive dishonour’d life;
The one will live, the other being dead

La stanza. Un quadrato rosso sul pavimento a contornarla quasi del tutto. Nell’angolo a destra un frigorifero, in quello a sinistra una scrivania, alla quale è accomodato un uomo, in penombra, abiti eleganti gotico-vintage; pare attendere per iniziare a dar vita allo spettacolo.

Sul proscenio, quasi a contatto con il pubblico della platea di Teatro i a Milano, sulla sinistra un’impegnativa poltrona foderata di velluto rosso e al centro, davanti a tutto, un lenzuolo che pare in modo piuttosto evidente coprire un feretro. In fondo, centrale, uno specchio verticale che dal pavimento si leva per circa due metri con una cornice dorata, e che permette al pubblico di intravedere un’impercettibile porzione di buio dietro le quinte.


La storia del poemetto in versi che Shakespeare completò nel 1594, un anno dopo quello dedicato a Venere e Adone che pure Valter Malosti ha portato in scena alcuni anni fa, è quella di Lucrezia, personaggio letterario mitologico della prima epopea della Roma monarchica, quando la città eterna era poco più che un seguirsi di casupole, prati e colline, popolati da tribù pastorali all’interno delle quali andava consolidandosi il potere dei sette re. Fu tra loro ultimo Tarquinio il Superbo, protagonista di questa storia e dell’esecrabile atto di violenza che lo portò a stuprare, per pura affermazione del potere, Lucrezia, la moglie di uno dei suoi più fedeli servitori, Collatino, proprio mentre costui era in battaglia.

Il testo di William Shakespeare, dedicato alla disperazione dell’incolpevole, in questo allestimento viene letto dalla voce profonda di Malosti nella penombra della scrivania, proprio come una fiaba gotica, ma davanti agli occhi dello spettatore sono Alice Spisa e Jacopo Squizzato a dar vita alla tragedia.

I loro corpi presto nudi, i cui movimenti sono guidati da Alessio Maria Romano, raccontano in maniera dapprima morbosa e poi fragile, la vicenda dello stupro, che portò alla rivolta del popolo contro il sovrano e alla fine dell’epoca monarchica.

“Lucrezia” di Malosti raccoglie in forma matura e, a nostro parere più compiuta, alcune riflessioni che il regista aveva già elaborato in alcuni precedenti allestimenti, in un dialogo fatto di luci, parole e movimenti che paiono richiamarsi.

Innanzitutto ricorre nelle ultime regie un rapporto particolare con il testo narrativo, con drammaturgie “improprie”. Era stato il caso, ad esempio, del suo “Concerto di Tenebre” in cui proponeva Edgar Allan Poe ugualmente ibrido fra lettura recitata e drammatizzazione “a latere”. In quel caso Malosti, in scena ma partecipe in forma completa della sequenza attorale, e non solo in voce come in quest’ultima fatica, era anche musicista.

Anche in quel caso rilevava la particolarissima traduzione (Manganelli per Poe, Gilberto Sacerdoti per questo Shakespeare in versi) alla base della ricerca, e vero puntello per rendere più vivo l’incontro del pubblico con un testo che rende ora in forma assai partecipata lo stato d’animo della incolpevole sposa di Collatino, che si uccide per salvare l’onore, il proprio e del suo matrimonio, entrambi violati. La donna griderà la sua disperazione e la maledizione al fato, alla notte, che hanno reso possibile lo stupro.

Lo stupro di Lucrezia in un disegno di Renzo Francabandera

Lo stupro di Lucrezia in un disegno di Renzo Francabandera

Se ne ricava dunque la cifra personale di Malosti, che annoda suggestioni letterarie goticheggianti a un immaginario barocco che proprio come il movimento artistico a cavallo fra Cinque e Seicento, vibra di una tensione classicista che ne rimase punto di riferimento e ispirazione iconografica.
Non si faticherà, peraltro, ad avvicinare le luci del Lucrezia a quelle del “Passio Laetitiae et Felicitatis” con Laura Marinoni: in entrambi i casi Francesco Dell’Elba non manca di avvicinarsi al luminismo tipico dei quadri di De La Tour o di Gerard van Honthorst.

Come pure non può sfuggire, ad un’indagine attenta su questi testi, il comun denominatore del sopruso sull’universo femminile, di costrizione della libertà d’espressione e vita, oltre che d’amore. In tutti i casi la passione amorosa, il legame, la vita inciampano in un evento violento che diventa causa di rottura dell’equilibrio fattuale iniziale.

Per uno Shakespeare che nel testo stesso ricorre all’ekphrasis, avvicinando Tarquinio a Paride e Lucrezia a Priamo, anche Malosti opera rimandi espliciti all’arte seicentesca in particolare, alle pose berniniane del Ratto di Proserpina, o a quella, con cui la messa in scena si conclude, che ricongiunge Lo stupro di Lucrezia a quanto di coevo l’arte pittorica ebbe a dire sul tema della violenza sulle donne, passando per la decollazione di Oloferne da parte di Giuditta, di cui si ricorderanno sia la versione caravaggesca del 1599 sia quella di Artemisia Gentileschi, del 1620, passata quest’ultima alla storia dell’arte e della psicologia per quell’espressione di soddisfazione sul volto della Giuditta vendicatrice.
La Lucrezia di Malosti, nel tableau vivant della decollazione, in cui la somiglianza di Squizzato con l’Oloferne delle due tele citate è invero impressionante, ha però lo sguardo più lucido e dolente della Giuditta di Caravaggio.

Lo stupro di Lucrezia è un lavoro interessante, di rimandi calibrati, che vale anche oltre alcuni compiaciuti barocchismi che qui e lì si affacciano, sia nell’interpretazione vocale di Malosti che nel lavoro sui corpi su cui troppo indugia la prima parte, sfiorando la didascalia nella ripetizione dei movimenti; di valore l’interpretazione dei due attori e in particolare di una ispiratissima Alice Spisa, capace nei monologhi finali di impressionare per capacità di muovere le corde del cuore, nella dolorosa e tragica concatenazione argomentativo-logica che porterà Lucrezia alla determinazione di infliggersi la morte comunque, oltre il fato, oltre il perdono delle persone amate.

LO STUPRO DI LUCREZIA
uno spettacolo di Valter Malosti
interpreti: Valter Malosti, Alice Spisa, Jacopo Squizzato
suono e programmazione luci: Gup Alcaro
costumi: Federica Genovesi
cura del movimento: Alessio Maria Romano
versione italiana e adattamento: Valter Malosti
dalla traduzione di Gilberto Sacerdoti
foto di scena: Giulia Caira
macchinista: Matteo Lainati
assistente alla regia: Elena Serra
una produzione Teatro di Dioniso con il sostegno del Sistema Teatro Torino
applausi del pubblico: 3′ 27”

Visto a Milano, Teatro i, il 17 dicembre 2012

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