Nel salon/performance di Rizzo e Amara ci si esercita alla grazia

Loveeee

Dal progetto Loveeee di Cristina Rizzo e Lucia Amara a Palazzo Carbonesi (photo: Gaetano Cammarota)

Momento di incontro e confronto fra pensiero teorico e pratica performativa, “Loveeee – primo, secondo e terzo discorso con esercizi di grazia” è in realtà un progetto in cui il confine fra teoria e prassi viene profondamente ridisegnato e sfumato, trasformato, piuttosto, in spazio di promiscuità e coesistenza fra pratiche ed esperienze diverse.
Progetto modulare articolato in tre serate e ospitato nelle sale dello Spazio Carbonesi (vale a dire Palazzo Zambeccari, storica dimora bolognese e oggi splendido spazio espositivo), “Loveeee” nasce dalla collaborazione fra Lucia Amara, studiosa di arti performative, e Cristina Rizzo, danzatrice, performer e coreografa di spicco nel panorama della danza d’autore italiana.

Con “Loveeee”, presentato in prima italiana all’interno di Live Arts Week, Rizzo e Amara continuano a sperimentare alcune modalità di cooperazione teorico/performativa (non a caso gli eventi cui abbiamo assistito erano definiti “salon/performance”) già presenti in tutto il percorso che, a partire dal 2008, aveva condotto alla realizzazione di un assolo interpretato da Cristina Rizzo dal titolo “Dance n.3”.


In quel caso, infatti, l’interscambio fra dimensione della teoria e spazio della prassi aveva dato vita a tre “atti performativi” (detti “Jungle In”) che vedevano protagoniste attive sia Cristina Rizzo che Lucia Amara e, successivamente, aveva coinvolto nel lavoro tre coreografi diversi per formazione e poetica come Eszter Salamon, Michele di Stefano e Matteo Levaggi.

Tutti elementi, dall’interazione teoria/prassi al coinvolgimento di altre personalità artistiche, che ritroviamo in “Loveeee”, dove Rizzo e Amara hanno inteso condividere con tre artisti ospiti, uno per serata, le proprie indagini – a metà fra oralità, testo scritto, suoni e movimento – attorno al tema della ‘grazia’. Ospiti speciali dell’evento sono stati dunque il performer viennese Robert Stejin, la coreografa belga Christine De Smedt e il musicista basco Mattin, invitati a dare il proprio apporto attorno a questo tema esteso e pronto ad accogliere i percorsi di ognuno.

Si tratta, com’è evidente, di esperienze performative profondamente ibride, in cui le definizioni di genere vengono destituite di qualsiasi utilità: è piuttosto il ‘tema’ prescelto che diventa centro propulsore di spunti per l’azione e la riflessione, una sorta di nucleo attorno al quale si coagulano pratiche diverse.
Tuttavia, quasi a rendere l’intero progetto ancora più sfuggente e indomito, anche la tematica si sottrae a qualsiasi volontà di netta concettualizzazione: che cos’è, in sostanza, questa ‘grazia’ che interessa tanto le due ideatrici e protagoniste del progetto? Riguarda una forma di bellezza, magari inconsapevole e senza scopo? O ha a che fare con l’idea della ‘gratuità’, con un modo di interagire con gli altri che non presuppone un guadagno da nessuna delle parti?
Una risposta unitaria sarebbe senz’altro fuori luogo, visto che l’idea stessa della ‘grazia’ presuppone una rete quasi infinita di slittamenti semantici. Sarà forse il caso di accogliere tutte le suggestioni appena accennate, dall’immagine di una bellezza inconsapevole alla pratica del dono, per tentare di mettere in luce alcuni aspetti di un progetto che, nella sua complessa articolazione, sembra sottrarsi programmaticamente a qualsiasi tentativo di interpretazione, invitando piuttosto alla condivisione di un’esperienza altamente stratificata e capace di coinvolgere su più livelli chi vi partecipa.

Ogni serata è stata articolata in due ‘momenti’: nel primo, Cristina Rizzo e Lucia Amara mostravano alcuni dei loro ‘esercizi’ – esecuzione di vere e proprie sequenze dinamiche per l’una, lettura/declamazione di testi per l’altra; seguiva poi l’ingresso dell’artista ospite con il quale, di volta in volta, Rizzo e Amara stabilivano modalità di interazione differente, talvolta anche lasciando il campo totalmente libero (ad esempio durante la serata con Christine De Smedt).

Faremmo forse una violenza allo spirito del lavoro – che si basa sì sul rigore dell’esercizio, ma che si relaziona, al pubblico come agli artisti, in maniera peritura e sfuggevole – se ripercorressimo minuziosamente i passaggi delle singole serate, così diverse l’una dall’altra anche a partire dalla semplice disposizione degli spettatori, ora seduti in maniera sparsa per tutto lo spazio dell’azione, ora letteralmente ‘costretti’ a spostarsi e a diventare protagonisti del lavoro, come è avvenuto nel corso dell’appuntamento col musicista Mattin.
Preferiamo dunque richiamare alla mente qualche momento in cui ci è sembrato che le diverse sfaccettature di questa idea della grazia si manifestassero più compiutamente, anche se in maniera fugace.
Pensiamo, ad esempio, alla ‘danza dei capelli’ che Cristina Rizzo esegue con la testa rovesciata in avanti e con un sonaglio fragile e tintinnante (di quelli che si attaccano sulle porte) infilato in bocca, oppure a quella sorta di dialogo non-verbale fra la performer e un variopinto uccellino artificiale. Quasi rispondendo alla penetrante percussività dei trilli di uccelli registrati e diffusi ad alto volume nella sala, infatti, Rizzo crea una partitura fatta di piccoli gesti delle mani, con le dita che fremono, sfiorano, picchiettano, il tutto con lievità e incisività al tempo stesso.
O ancora, possiamo rifarci alle parole, spesso dense ai limiti dell’incomunicabilità, di Lucia Amara che parla della grazia come dono, possibilità di avvicinamento e relazione interumana che avviene fuori da qualsiasi contratto, negoziazione, necessità di guadagno.

Gli artisti ospiti, chiaramente, hanno portato dei lacerti del proprio universo artistico.
Christine De Smedt, tra le altre cose, ha presentato una sorta di lungo monologo – pronunciato percorrendo delle precise traiettorie spaziali e seguendo moduli ritmici precisi – che, legato al progetto “Untitiled 4” su cui sta lavorando attualmente, rielabora una serie di interviste fatte ad artisti come Jonathan Burrows o Eszter Salamon, ognuna delle quali viene trasformata in materiale verbale/gestuale destinato a restituire qualcosa dello spirito, delle intenzioni e del carisma degli intervistati.

“Loveeee” si presenta come un lavoro così articolato e stratificato da richiedere un’attenzione e un impegno profondi, che non riguardano solo il momento di fruizione della performance: quello che si richiede al pubblico, ci sembra, è di entrare in un mondo creativo, un universo di pensiero e di azione in cui non basta andare a ‘vedere’ qualcosa.
Abbiamo accennato al fatto che lo spettatore fosse spesso chiamato a ‘muoversi’ e ad agire concretamente: tuttavia non è tanto sul piano dell’azione effettiva che si gioca questa richiesta di modificazione delle proprie abitudini di spettatore, quanto su quello che potremmo chiamare un ‘invito alla frequentazione’. Frequentare il luogo delle performance, certo, ma anche prendere confidenza con i materiali testuali che nutrono il progetto e, in qualche misura, ne tracciano alcune linee essenziali: è per questo che è stato pubblicato, a cura di Xing, un vero e proprio e-book di 177 pagine, in cui i testi dei protagonisti si intrecciano con saggi, ritagli e disegni di varia provenienza, costruendo una vera e propria costellazione di spunti di riflessione attorno al progetto.
Un invito alla partecipazione che è anche un impegno e che non lascia troppe alternative: o si entra del tutto nel non-luogo di “Loveeee” o se ne resta fuori.

Loveeee – primo, secondo e terzo discorso con esercizi di grazia
a cura di e con: Cristina Rizzo e Lucia Amara
special guests: Robert Stejin, Christine de Smedt, Mattin

Visto a Bologna, Spazio Carbonesi, il 25, 26 e 27 aprile 2012
Prima italiana

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