Opera Prima: voce alle nuove Generazioni

Rima Pipoyan
Rima Pipoyan

Riparte oggi, dopo una lunga e trepidante attesa, la nuova edizione del Festival Opera Prima.
Per quattro giorni, fino al 16 settembre, Rovigo, detta anticamente “la città delle rose”, diventerà anche la città del teatro e della danza contemporanea europea di nuova e storica formazione, con più di una ventina di eventi, tra spettacoli e performance site-specific disseminati non solo nei teatri, ma anche all’ex Chiesa San Michele, all’Accademia dei Concordi, in Sala Celio, ai Sotterranei Due Torri, e nei luoghi all’aperto come il Chiostro degli Olivetani, piazza Vittorio Emanuele e piazza Garibaldi, i Giardini Due Torri….

Insomma il ritorno di Opera Prima sarà una grande festa che coinvolgerà tutta la città, portando avanti così la vocazione originaria del festival di proporsi come un luogo di incontro, confronto, dialogo e anche scontro di idee, pensieri, pratiche e generazioni. Partiamo proprio da queste ultime, le “Generazioni”, per iniziare a raccontarvi il festival. E in particolare vi parliamo di quelle nuove, le quattro formazioni che la neonata e omonima Associazione Festival Opera Prima ha selezionato attraverso un bando a cui hanno partecipato più di 500 candidati. Abbiamo chiesto a tutte e quattro di rispondere a tre semplici domande.
Ecco chi sono e cosa pensano.

Domesticalchimia è una giovane formazione milanese fondata nel 2016 da Francesca Merli (regista), Camilla Mattiuzzo e Riccardo Baudino (drammaturghi), Elena Boillat (perfomer ecoreografa) ed infine Federica Furlani (sound designer). Saranno in scena questa sera, alle 20.45, al Teatro Studio con “Una Classica Storia D’amore Eterosessuale” che, attenzione, ci dicono non essere una storia di genere, ma una storia di sesso e dei vari modi di viverlo all’interno di un nucleo familiare drammaticamente classico!


Come mai avete scelto il teatro quale mezzo di espressione/comunicazione?
Ciascuno di noi ha scelto il teatro in autonomia, prima ancora di entrare a far parte della compagnia. Il teatro è quindi ciò che ci ha unito e che ci ha permesso di essere una realtà operativa, di condividere i nostri punti di vista e di fondere le nostre competenze in vista di un obiettivo comune, ma la motivazione della scelta è stata chiaramente diversa per ognuno. Provo ad azzardare che a tutti noi piaccia il teatro, ma non escludo che qualcuno possa averlo scelto perché non gli piace, per spirito di autolesionismo.

Qual è la “domanda” principale del lavoro che presentate durante il festival?
Cosa vuol dire essere figli? Siamo partiti dalla constatazione iniziale che la condizione di “figlio” è ciò che accomuna ogni essere umano esistente ed esistito. Ognuno di noi è figlio di qualcuno, e questa è una realtà imprescindibile. È la base. Ogni determinazione successiva è contrassegnata da una scelta. Diventare genitori, avvocati o serial killer, per quanto l’ambiente circostante possa influenzarci, comporta una presa di posizione. Essere figli vuol dire, invece, essere condannati ad esserlo e portarsi dietro questo “peso” per sempre, anche quando i genitori non ci sono più. Da questa domanda, poi, ne sono scaturite molte altre, più o meno specifiche. Il nostro interesse è rimasto comunque circoscritto a quello che è l’ambito delle relazioni familiari. Un mondo pieno di senso per noi, ma anche di contraddizioni che ci hanno spinto ad indagare sempre più in là, sempre oltre, per vedere le cose non solo da un’unica angolazione.

Cos’è per voi lo spettatore?
Non so se lo “spettatore” possa rappresentare un argomento, o se si possa avere un punto di vista su di esso. Insomma stiamo parlando del motore e del fine del teatro. Senza lo “sguardo dell’altro” incarnato dallo spettatore non avrebbe senso fare teatro. Sarebbe come mettere su uno spettacolo per una platea vuota, o per se stessi… ci sarebbe del patologico. Lo spettatore è colui che ci osserva, colui che vogliamo far emozionare, piangere, ridere e divertire. È da lì che parte tutto. Il teatro autoreferenziale, quello applaudito solo da chi lo fa, è noioso e fa schifo. Anzi non è proprio teatro.

Amantidi è un collettivo artistico vicentino nato nel 2017 tra Riccardo Zamunaro, Luca Filippi e Fabio Benetti, che presenterà la sua opera prima “Bocca”, venerdì 14 settembre, dalle 15 alle 20, ai Sotterranei due Torri.
“Bocca” è un lavoro per un solo spettatore alla volta che produce forze opposte: allontana dall’umano a causa della sua separazione dal corpo e riconduce all’umano grazie alla parola…

Come mai avete scelto il teatro quale mezzo di espressione/comunicazione?
Per noi, il teatro è una delle poche forme di verità, in quanto è un luogo dove ciò che è rappresentato esiste in quel momento di fronte a chi è presente.

Qual è la “domanda” principale del lavoro che presentate durante il festival?
Studiare quanto sia possibile separare una parte dall’insieme a cui appartiene. In questo caso la bocca di un essere umano acquisisce una nuova identità.

Cos’è per voi lo spettatore?
E’ il centro del nostro spettacolo, poiché lo svolgimento è un passo a due tra attore e spettatore.

Rima Pipoyan è una danzatrice e coreografa armena con un curriculum artistico decennale sulle spalle, nel 2017 ha fondato la Choreography development, una fondazione educativa e culturale con lo scopo di sostenere lo sviluppo della danza contemporanea e del balletto moderno in Armenia.
Venerdì 14 settembre, alle 21, al Teatro Sociale presenta “Hey, Kitty!” un lavoro ispirato al “Diario” di Anna Frank.

Come mai hai scelto la danza quale mezzo di espressione/comunicazione?
Da che posso ricordare tutta la mia vita è sempre stata collegata al mondo della danza e della sue espressioni. Vivo ed esprimo me stessa con l’aiuto del movimento, e quando questi movimenti si combinano attorno a un’idea e diventano significativi, diventano arte! La vera arte è in grado di fermare il tempo o di rivoluzionarlo, di dare o prendere una vita, di creare o distruggere! Ecco dove si trova la mia passione- essere in grado di comunicare attraverso la danza e sentire un sapore di eternità! Come coreografa non sento di rappresentare un certo stile di danza, creo quello che sento in quel momento, ciò che detta la musica, il ritmo e il tempo! L’estetica sul palco è ciò che apprezzo più di tutto! I movimenti e la musica dovrebbero completarsi a vicenda. Sono sempre alla ricerca di nuove forme di espressione della danza e non smetto mai di trovarne e crearne di nuove.

Qual è la “domanda” principale del lavoro che presenti durante il festival?
La mia performance riguarda la forza della volontà e del desiderio. Se vuoi ottenere qualcosa nella tua vita, le condizioni assolutamente non contano. Sogna e vai a conquistare il tuo sogno. Il “Diario” di Anna Frank è il cuore pulsante del mio lavoro. Nel diario puoi trovare tanta luminosità, amore, comprensione, potere positivo, intelligenza, innocenza, semplicità nonostante le orribili condizioni di partenza, la guerra e la paura della morte durante più di due duri e crudeli anni di sopravvivenza. Anna è morta troppo giovane a causa della terribile guerra e delle condizioni disumane ma, grazie al suo sogno e alla sua forte aspirazione, il lavoro di Anna è ancora vivo e continua a vivere nei nostri cuori.
Il secondo importante aspetto nella mia performance è il breve poema intitolato “Le scarpe della morte” scritto da una sconosciuta ragazza di 12 anni, che ho trovato nella mia visita al Museo di Storia Militare di Dresda…

Cos’è per te lo spettatore?
Da una parte senza lo spettatore la nostra arte è nulla, d’altra parte è ridicolo e assurdo fare o creare qualcosa solo per attirare, intrattenere o divertire lo spettatore!
Devi essere onesto con te stesso, con la tua arte, con le tue creazioni e lo spettatore certamente lo percepirà e lo apprezzerà. Mi piace molto la presenza degli spettatori durante le mie esibizioni. È come se percepissi l’energia all’interno di ogni spettatore che è in circolazione durante l’intero processo della presentazione. Mi sembra di parlare con loro, di raccontargli le mie storie e ricevere molte risposte grazie all’energia condivisa. Questa energia mi aiuta a continuare ad andare avanti, a continuare a creare, vivere e sognare.

Oriantheatre - Kafka

Oriantheatre – Kafka

Oriantheatre Dance Company è una compagnia di danza-teatro nata a Parigi nel 2010 sotto la direzione artistica del coreografo iraniano Mehdi Farajpour, un artista molto curioso che, più che un danzatore, oggi, è considerato un “artista performer concettuale”. La parola orian, in lingua persiana, si riferisce alla nozione di nudità, che non è legata solo al corpo e alla sessualità, ma anche alla purezza, e quindi alla Verità. La compagnia sarà in scena il 16 settembre, al Teatro Sociale, ore 21, con “KA-F-KA”.

Come mai avete scelto la danza quale mezzo di espressione/comunicazione?
Credo che nella danza e nelle performance non verbali ci sia più possibilità per un artista di esprimersi senza bisogno di utilizzare le parole, evitando tutte quelle incomprensioni e confusioni relative alla lingua.

Qual è la “domanda” principale del lavoro che presentate durante il festival?
“KA-F-KA” parla della situazione molto instabile in cui l’uomo moderno sta vivendo attualmente. È la questione della solitudine, e dell’isolamento pur avendo tutti questi nuovi strumenti di comunicazione e social media.

Cos’è per voi lo spettatore?
Il pubblico di “KA-F-KA” è quello che non ha paura di affrontare il lato oscuro della vita in generale e, in particolare, di coloro che si preoccupano ancora dell’Arte stessa piuttosto che dell’intrattenimento.

A completare questa carrellata di nuovi progetti vi raccontiamo anche una giovane formazione italo-tedesca tutta al femminile, Welcome ProjectThe Foreigner’s Theatre, gruppo emergente nato nel 2015 da un’idea di Chiara Elisa Rossini, e composto da quattro artiste professioniste che vivono in Germania. La loro prima produzione “Intime Fremde”, oltre ad aver vinto il Crash Test 2017, è stata nominata anche tra i 10 migliori spettacoli dell’anno nei Last Seen 2017 della nostra rivista. Ad Opera Prima, sabato 15 settembre, alle 21 al Teatro Studio, presenteranno “Angst vor der Angst”, co-prodotto dal Teatro del Lemming e finalista al Premio Dante Cappelletti 2017.

Welcome Project (photo: Marina Carluccio)

Welcome Project (photo: Marina Carluccio)

Come mai avete scelto il teatro quale mezzo di espressione/comunicazione?
In principio è stata una scelta del tutto irrazionale, il teatro ci sembrava avere il potere della natura, era misterioso e misterico. Se è vero che lo spettatore guarda l’attore, è altrettanto vero che l’attore guarda lo spettatore. Questa reciprocità del teatro è la sua forza politica. Mi è sempre piaciuto tanto guardare negli occhi gli spettatori.

Qual è la “domanda” principale del lavoro che presentate durante il festival?
“Angst vor der Angst” si interroga sulla paura: da dove nasce? a cosa porta? E soprattutto, esiste un legame tra le paure del singolo individuo e quelle della sua comunità di appartenenza o della società nella quale è immerso? La psicanalista junghiana Marie-Louise von Franz scriveva: “Quando parti dell‘Ombra personale non sono sufficientemente integrate, l‘Ombra collettiva può infiltrarsi attraverso tale porta”.

Cos’è per voi lo spettatore?
Lo spettatore è l’incognita che risolve la funzione. E’ il depositario ultimo del senso dell’opera. Lo spettatore è lo straniero, l’estraneo, lo sconosciuto, l’altro. E forse proprio per questo è colui con cui desidero condividere la mia umanità, momenti d’ intimità, una fratellanza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *