Sfidiamo le nuove generazioni a teatro, scrivendo per loro

Valeria Cavalli, Donatella Diamanti e Renata Coluccini
Valeria Cavalli, Donatella Diamanti e Renata Coluccini

Esiste una drammaturgia coniugata al femminile? Nella prima puntata di questa nostra piccola indagine avevamo interrogato tre drammaturghe assai diverse tra loro per metodologie e percorsi artistici: Magdalena Barile, Francesca Garolla e Chiara Boscaro.

Oggi invece spostiamo lo sguardo su tre drammaturghe che lavorano quasi esclusivamente per compagnie che si occupano di teatro dedicato alle nuove generazioni: Valeria Cavalli, Donatella Diamanti e Renata Coluccini, rispettivamente dramaturg per Quelli di Grock, Fondazione Sipario Toscana e Teatro del Buratto.

Esiste una drammaturgia coniugata al femminile? E se esiste, che caratteristiche ha o dovrebbe avere?
CAVALLI Non mi piacciono i generi, i recinti e i confini. Le parole sono libere e non mi pare giusto ingabbiarle in categorie. Anche come spettatrice o come lettrice non mi soffermo mai su chi ha scritto ma su come ha scritto, cosa mi è arrivato, cosa mi ha toccato o cosa mi ha allontanato.
Per questo provo quasi un senso di fastidio quando viene sottolineato “drammaturgia femminile” o peggio “drammaturgia al femminile”. Io, come tutti i miei colleghi, scrivo per il teatro: per attori e attrici, per un pubblico maschile e femminile. Il fatto che sia donna mi rende solo un po’ più pratica di gestazioni, travagli e parti.


COLUCCINI Mi sembra che sulla scena, negli ultimi tempi, abbiano acquistato maggior peso donne registe, scrittrici e drammaturghe. Credo che la drammaturgia rispecchi l’anima dell’artigiano drammaturgo, oltre il sesso, le età, le provenienze. Ma quest’anima è formata da età, sesso, provenienza. Quindi, posta la differenza tra maschile e femminile, tra percorsi di ragionamento per gradini o a ragnatela, tra condizionamenti culturali, sociali, fisici, “il femminile” si manifesta in contenuti, particolare ironia, forma, sensibilità, ricerca di profondità e adesione alla complessità, ma non necessariamente e non sempre è esclusiva della donna.

DIAMANTI Ogni volta che mi trovo a dover rispondere a una domanda come questa divento bipolare. C’è una parte di me che non accetta l’idea di una drammaturgia delle donne e per le donne. Mi piace pensare che ciascuno di noi è, come autore, asessuato, neutro o comunque capace di essere completamente dentro a ciò che racconta, indipendentemente dal genere. Così come penso che la fruizione e il gradimento di una buona drammaturgia non dipendano dal genere. Relegare le donne al ruolo di destinatarie eccellenti per storie che le raccontano mi fa orrore.
E tuttavia, poiché non esiste parità e la strada da fare è ancora molto lunga, è vero che una drammaturgia coniugata al femminile è, oggi come ieri, ancora assolutamente necessaria. La sua caratteristica principale a mio avviso deve essere proprio questa, la necessità. Che non significa drammaturgia a tesi, per carità…
Insomma, non lo so e già mi viene voglia di cancellare questa risposta e ricominciare dal capo.

Come vi rapportate con il regista e con gli attori? In che modo adattate il testo alla scena?
CAVALLI Io amo collaborare con il regista. Ma solo dopo aver passato del tempo, parecchio tempo, da sola a documentarmi, a pensare, a leggere, a scrivere; esaurito quel periodo di maturazione dell’idea e una volta scritto il testo, sono però pronta a confrontarmi con il regista e a fare cambiamenti anche importanti. Il passaggio dalla parola scritta a quella detta, e di conseguenza l’adattamento del testo, è un percorso fondamentale, e fin dalla prima lettura a tavolino si intuiscono i gradini, gli inciampi che non permettono al testo di scorrere fluido, nascono domande che magari non mi ero posta prima o improvvisamente trovo risposte interessanti.
Quando mi sento sicura fino in fondo del mio lavoro, non ne sono gelosa e lo condivido molto volentieri anche con gli attori, voglio che sentano un’appartenenza e una corrispondenza perché, finito il tempo delle prove, lo spettacolo sarà nelle loro mani, nei loro visi, nei loro gesti, nelle loro voci. Non posso disgiungere il rapporto umano da quello lavorativo perché a loro affido pagine che, pur non essendo per scelta autobiografiche, contengono dei grani di tempo e di vita che sono miei. Per questo scelgo attori che non siano strumenti o, come ho sentito a volte dire, vasi vuoti, ma amo lavorare prima di tutto con persone, persone che mi interessino, che abbiano qualcosa da dire, da comunicare. Quando parlo di rapporto umano io però non intendo amicizia, tendo invece a essere piuttosto riservata durante le prove, non voglio sapere troppo del loro privato perché in qualche modo potrebbe influenzarmi o togliermi la libertà: ci ascoltiamo, ci rispettiamo, ci scopriamo. E’ il bello del nostro lavoro.

COLUCCINI Il mio modo di lavorare (spesso curo anche la regia) è quello di una totale condivisione del processo creativo con gli attori. La scelta dell’argomento va a rispondere ad un’urgenza personale, di cui verifico la sua eco emotiva e sociale, in particolar modo rispetto al pubblico di riferimento. Segue la fase di studio e di raccolta materiali (libri, film, musica), oltre che, rivolgendomi ad un pubblico di adolescenti, una serie di incontri con i ragazzi.  La creazione dello spettacolo diviene un vero laboratorio in cui approfondire spunti e stimoli portati da me e confrontarti con i diversi linguaggi e esperienze degli attori. Un laboratorio dove il ruolo del drammaturgo, oltre che di testimone attivo, è quello di ri-raccontare fatti e azioni che gli attori hanno creato; porre delle domande la cui risposta genera nuovi fatti e nuove azioni, per arrivare in modo naturale ad una “scrittura” finale.

DIAMANTI Mi considero fortunata perché ho sempre scritto per attori e registi con cui condivido un percorso che va oltre il lavoro di produzione. Insieme progettiamo le linee artistiche del teatro, le stagioni, la formazione. Nessuno di noi è solo drammaturgo o solo attore o solo regista. C’è una forte complicità, una grande condivisione. Partiamo spesso da un tema che sentiamo urgente, ne discutiamo e solo dopo questa partenza, per noi fondamentale, si passa alla scrittura. Che è una scrittura già pensata per la scena e per gli attori che la reciteranno. Ma mi piace molto stare alle prove, sentire parole che non risuonano e modificarle o trovare cose nuove, suggerite. Talvolta consapevolmente, talvolta no, dagli attori.

Quali caratteristiche dovrebbe avere, invece, se le ha, una drammaturgia proposta ad un pubblico particolare come quello adolescenziale?
CAVALLI Il pubblico degli adolescenti è in assoluto il mio preferito perché è quello più prevenuto. Arrivano a teatro certi di annoiarsi a morte, si buttano sulle poltrone, cominciano a smanettare con i loro cellulari come a dire “siamo qui per forza, non ci scocciate”. Cactus pieni di spine messe lì apposta per non far avvicinare nessuno. Spesso, durante lo spettacolo, cercano di opporre resistenza alle emozioni che si fanno sentire, le mascherano ma, superato quel momento, si lasciano catturare e trasportare senza riserve.
Entrano in sala pieni di pregiudizi ed escono pieni di stupore. Ho visto marc’antoni di un metro e novanta con il berrettino calato sugli occhi per non far vedere che erano lucidi, li ho sentiti parlare di vuoto, di dolore, di amore, di smarrimento, di abbandono e in molti casi persino uno spettacolo può essere una boa a cui aggrapparsi. Alla fine delle repliche si avvicinano spesso ragazzi e ragazze che mi chiedono come sia possibile che io, parecchio adulta, possa scrivere proprio quello che pensavano loro “ma preciso”, sottolineano.
Non sono una studiosa, non sono una psicoanalista, non sono una pedagoga e non so davvero dare una risposta completa, ma credo che la chiave stia nell’osservazione, nel non giudizio, nel ricordo di averla attraversata anch’io quella terra di nessuno, e probabilmente qualche pezzetto di me, della mia generazione, è rimasto ancora lì.
Ma forse la verità vera è che loro, così sgangherati, così fragili e caleidoscopici, mi piacciono proprio. E mi piace scrivere di loro e per loro.

COLUCCINI Rivolgersi ad un pubblico particolare come quello degli adolescenti implica, come in tutto il teatro ragazzi, una necessaria frequentazione delle persone cui vuoi rivolgerti, che vuoi incontrare attraverso il teatro, lo spettacolo. La forma è importante quanto il contenuto, anzi spesso è essa stessa contenuto. Penso che i ragazzi abbiano bisogno di ritrovare in teatro delle loro voci, a volte anche dei loro linguaggi, e dei ritmi. Qualsiasi testo si scelga o si scriva bisogna individuarne un cuore che pulsi con il loro; bisogna trasformare e restituire il loro vivere e il mondo in cui vivono radiografandolo o usando metafore per una traduzione teatrale efficace. Con rispetto, profondità e verità. Non sono parole scelte a caso, ma un dovere del teatrante adulto che sceglie di parlare non a loro, ma con loro.

DIAMANTI La questione del destinatario, quando si parla di teatro ragazzi, è fondamentale. Non ci sono storie che non si possono raccontare, ma c’è la necessità di arrivare a un pubblico che spesso non sceglie di andare a teatro e con il quale si è scelto di stabilire un dialogo. Occorre avere molto rispetto per le loro competenze, per i loro tempi di attenzione, per il loro sacrosanto diritto alla distrazione e alla noia. Tutto questo attiene alla tecnica. Aver cura del modo in cui si sollecita la partecipazione emotiva dello spettatore è una delle cose più affascinanti del lavoro di un drammaturgo. Figurarsi con gli adolescenti.

Quali sono i temi che pensate siano più urgenti da proporre loro?
CAVALLI Io prendo appunti. Molti appunti. Sono frasi, immagini, fotografie e soprattutto brandelli di discorso. Sono molto curiosa, chiacchierona e non automunita, per cui la metropolitana, il supermercato, la coda al cinema sono momenti in cui raccolgo molto materiale.
In questo momento ho una serie di idee ancora in embrione e quindi un po’ delicate, difficile capire se avranno uno sviluppo o no. Voglio continuare il percorso che ho cominciato nel 2003 con “Quasi Perfetta” e che è proseguito fino a oggi seguendo solo istinti e desideri perché non mi piace pensarmi come “quella che scrive delle problematiche giovanili”. Quando ho cominciato a essere contattata dalle associazioni che si occupano di autismo, di dislessia, di sindrome bipolare che volevano spettacoli su misura ho deciso di scrivere invece “Fuori Misura – Il Leopardi come non ve lo ha mai raccontato nessuno” e di seguito “L’arte della Menzogna” che ha come tema il mentire a se stessi. Posso dire solo che avrei voglia di scrivere uno spettacolo comico ma davvero comico perché, fondamentalmente, sono io ad aver voglia di ridere.

COLUCCINI I temi sono molti, riguardano la sfera dell’intimo, dei sentimenti, del corpo, della sessualità, dei disagi, del crescere, dei rapporti con il mondo adulto. Spesso da lì si parte per poi parlare dei fenomeni sociali che ne derivano. Dopo aver fatto una trilogia sulle “nuove dipendenze”  in cui, partendo da punte di icerberg, siamo andati a cercare quello che era nascosto dal ghiaccio, vorrei iniziare ora un percorso in cui il teatro divenga cassa di risonanza delle loro storie, attinga a racconti e fatti e li traduca per la scena. Far teatro per gli adolescenti è una necessità anche personale, è cogliere i cambiamenti sociali nella loro fase più drammatica; è non potersi fermare; è porsi continuamente delle domande (perché, ad esempio, è raro che i ragazzi usino la parola “piacere”? Oppure, l’indipendenza è ancora un valore oggi?). E’ la necessità di stare al centro delle mutazioni.

DIAMANTI L’urgenza del tema riguarda il drammaturgo, il suo desiderio di raccontare una storia piuttosto che un’altra. Ma il teatro ragazzi è anche teatro educativo e allora, almeno per quel che mi riguarda, sento urgente raccontare loro storie di questo tempo e di cui sono protagonisti. Storie emblematiche, che non offrono risposte certe, ma possibilità.

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