Sul senso di una tumulazione teatrale. Videoprocesso a Daniele Timpano

Timpano nella cella ricavata al Teatro dell'Orologio (photo: facebook.com/daniele.timpano.3)

Timpano nella cella ricavata al Teatro dell’Orologio (photo: facebook.com/daniele.timpano.3)

Trent’anni sono passati, anzi 35, come ci tiene a puntualizzare Timpano Daniele nell’ora e mezza di pirotecnica creazione teatrale e umana che l’artista romano compie con “Aldo Morto“.
Ad essere morto, dopo 54 giorni di agonia reclusoria, sua e d’Italia, fu Moro Aldo, segretario del maggiore partito di allora, della Prima Repubblica Italiana, la Democrazia Cristiana. Trentacinque anni corsi dal 16 marzo 1978, in cui fu rapito dalle Brigate Rosse; dal 9 maggio 1978, in cui fu ritrovato, come corpo esanime, in quella Renault 4 rossa, che anima da allora, per chi continua ad averne memoria, l’immaginifico di un’epoca.

Rinchiuso nella sua cella, a partire proprio dalla stessa data del rapimento dello statista, così pericoloso per quel processo di riavvicinamento definito “compromesso storico” che stava compiendo con Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, Timpano vive sulla sua pelle la sottrazione allo spazio, che fu allora di Moro, ma traslato nel bunker del Teatro dell’Orologio di Roma, che si è fatto carico di questo progetto ambizioso, sostenuto dalla Fondazione Romaeuropa.  

Posto spalle al muro, sotto processo dal Tribunale del Popolo (teatrale o del web, o come si preferisce che sia, a seconda dei gusti e delle ambizioni di chi legge, vede e ascolta…), e sotto la famosa stella a cinque punte delle Br di allora, assiso (s)comodamente su un water closet (wc) rivoluzionario, interroghiamo Timpano Daniele sul senso della sua condanna a morte volontaria, per tumulazione teatrale, di cui si snocciolano i giorni, verso la conclusione che si compirà all’alba del 9 maggio.


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