Teatro ragazzi italiano, il best of 2019

Blackout – nel meraviglioso mondo di Uoz (App)
Blackout – nel meraviglioso mondo di Uoz (App)

Cominciamo anche questo 2020 con il resoconto della stagione del teatro ragazzi italiano, segnalandovi i 10 spettacoli che ci hanno particolarmente colpito durante l’anno trascorso.
Una stagione non particolarmente densa di particolari gemme da incastonare, ma che comunque ci ha offerto diverse creazioni di pregio su cui fare affidamento per le programmazioni in atto e per quelle future.

Iniziamo la nostra analisi da due spettacoli per i più piccoli.
“Famiglie” de La Baracca – Testoni Ragazzi, è uno spettacolo senza parole che, attraverso l’utilizzo di pochi oggetti significanti, ha il coraggio di mostrare con semplicità e leggerezza come oggi si sia diversificato il concetto di famiglia.
Lorenzo Monti e Andrea Buzzetti (quest’ultimo cura anche la regia), attraverso un semplice gioco di manichini e vestiti, hanno la capacità di raccontarci con sottigliezza la varietà e la naturale complessità della vita: l’amore dei genitori per il proprio figlio, l’ansia di un divorzio, l’attesa di un fratellino, la famiglia tradizionale e quella con due mamme o due papà, oppure la famiglia con i nonni. Tante diverse famiglie tra loro ma accomunate dall’amore e dal rispetto.

Riserva Canini, in “Non ho l’età”, con grande delicatezza e poesia, ci regala invece una bellissima riflessione sul tempo, affrontandone i diversi punti di vista: dal suo scorrere al ricordo, alle diverse stagioni della vita. I performer Manuela De Meo e Pietro Traldi, anche qui senza parole, animano con i loro corpi oggetti e meravigliose figure, tra cui primeggia un piccolo, bianco scimmiotto che riverbera nella sua nascita il mistero della nostra. Lo ritroveremo poi all’interno del vecchio uomo che arriva alla fine della sua vita, racchiudendo in sé tutto il percorso di evoluzione dell’essere umano.
“Non ho l’età” ci narra poeticamente come ognuno di noi sia prezioso, perché serba in sé il racconto, la storia e il tempo dell’universo.

Tra le creazioni migliori viste nell’anno appena terminato per i più piccoli, possiamo annoverare anche il nuovo spettacolo di Silvano Antonelli, che in “Di qua e di là – Storia di un piccolo muro”, non si limita a narrare la storia di un piccolo muro che attraversa la scena, ma è lui stesso a dargli voce, aiutato dalla brava Roberta Mariani.
Lei è di qua del muro, un muro costruito da tanti mattoncini rossi, mentre di là ci sono degli strani esseri: gli spettatori, i bambini. Piano piano, insieme alla nostra protagonista, impareremo a conoscere chi sta al di là del muro, inizialmente ne avremo paura, come succede spesso con tutto ciò che non si conosce. Ma sarà proprio attraverso la relazione e diventando grande, che la protagonista capirà che quel timore nei confronti dell’altro si può superare: i mattoni non servono solo a creare barriere ma, composti in altro modo, possono essere utilizzati per costruire ponti! Così, fidandosi gli uni agli altri, è possibile che da un muro possa perfino spuntare un fiore.

Tra le buone riuscite del 2019 possiamo anche annoverare due spettacoli di danza: “La prima volta che ho fatto bu” e “Blackout – nel meraviglioso mondo di Uoz (App)”.
In “La prima volta che ho fatto bu” di Francesca Guglielmino e Bobo Nigrone, prodotto da Onda Teatro in coproduzione con Zerogrammi, attraverso il movimento e le poche parole di Giulia Rabozzi ed Ester Fogliano, assistiamo in modo poetico a tutte le prime volte che ci hanno fatto crescere, a tutte le prime volte che ci hanno fatto piangere, a tutte le prime volte dove abbiamo trovato difficoltà invalicabili, che poi nella seconda e nella terza volta si sono improvvisamente appianate.
Ripercorriamo così la prima volta che siamo nati, quella in cui abbiamo pianto, quando siamo rimasti soli e la prima volta che abbiamo letto una storia, quella in cui abbiamo scritto, quando abbiamo rotto un piatto e quella in cui abbiamo visto la luna, i nostri primi tacchi, la prima volta che ci siamo fatti la pipì addosso e quella in cui siamo stati gelosi.
Uno spettacolo leggero come una piuma, in cui i bambini (ma anche tutti noi) possono rispecchiarsi tornando indietro nel tempo e ripercorrendo tutto ciò che ci è servito per diventare grandi.

La compagnia bergamasca Allegra Brigata Cinematica in “Blackout, nel meraviglioso mondo di Uoz (App)” – regia di Serena Marossi, con Federica Madeddu e Luca Citron – propone invece tutti i rischi insiti nelle nuove tecnologie.
Davanti ai giovani spettatori si materializza, attraverso una competente gestualità, il mondo (poi non tanto immaginario) di Uoz, dove sono consentiti solo contatti virtuali. Qui incontriamo due esistenze, Pixel e Sonar, dai nomi già esemplificativi.
Attraverso la danza, composta soprattutto da gesti sincopati e interazioni virtuali, comprendiamo come siano ingabbiati in un proprio, ipertrofico, canale comunicativo, fatto solo di immagini, video, suoni, rumori, tic, sms, post, emoticons, che si materializzano sulla loro testa con una sorta di scatola televisiva con immagini. Ad un certo punto però un blackout generale spegne il loro mondo, e così i nostri protagonisti, attraverso una danza questa volta dai toni liberatori, cominceranno a comunicare tra loro, reinventando gesti emotivamente significanti. Uno spettacolo importante, in cui la danza si sostituisce efficacemente alle parole per esprimere compiutamente ciò che i ragazzi vivono quotidianamente e che possono facilmente destrutturare.

Ecco poi due bellissime narrazioni, una per i più piccoli e un’altra per i ragazzi più grandi e per gli adolescenti: “Mattia e il nonno” di Factory / Fondazione Sipario e “Nelson” di Anfiteatro.
“Mattia e il nonno”, tratto da un libro bellissimo di Roberto Piumini, è uno spettacolo che si fa amare per diversi motivi: per la sapiente e immediata riscrittura che ne ha fatto Tonio De Nitto, per l’interpretazione felice e leggera di Ippolito Chiarello e perché riesce a parlare della morte con poesia e delicatezza.
Mattia è un bambino che si trova ad affrontare il viaggio che tutti noi vorremmo percorrere: quello con il proprio nonno che da poco perduto. Il nostro protagonista ancora non si rende conto di ciò che è accaduto: vede che il nonno non gli parla più e che tutte le persone che sono intorno a lui piangono. Ma ad un tratto accade l’impensabile: il nonno, in un emozionante rapporto esclusivo, gli rivolge la parola e lo invita a fare con lui un bel viaggio. E proprio come accade a Dorothy nel “Mago di Oz”, Mattia, insieme al nonno, apre la porta di casa e si trova immerso in un viaggio fantastico.
Chiarello riesce magistralmente a farci vivere questo viaggio, rendendoci vivi e pulsanti tutti i mondi che visiteranno insieme, e ricordandoci che la vita vince sempre sulla morte.
In scena a Torino (alla Casa del Teatro Ragazzi) il 9 e 10 gennaio.

Nelson

Nelson

“Nelson” è invece un piccolo grande tributo che Giuseppe di Bello e Anfiteatro dedicano al sudafricano Nelson Mandela, eroe nero imprigionato per un tempo infinito in un paese, il Sudafrica, dominato dai bianchi.
Attraverso le preziose parole regalate al pubblico da un commosso e commovente Marco Continanza, seguiamo passo passo la storia di Mandela, dalla sua infanzia alla liberazione, l’11 febbraio del 1990, un cammino che lo porterà a diventare presidente del Sudafrica e ad avviare un processo di riconciliazione e pacificazione.
Ma “Nelson” ha la capacità di parlare anche di noi e del nostro mondo, ancora tormentato dal razzismo, con l’attualità delle sue parole, che ci insegnano la strada maestra per combattere l’odio e le discriminazioni.
“Le persone debbono imparare ad odiare. E se possono imparare ad odiare allora può essere loro insegnato anche ad amare. Perché per la natura umana l’amore è un sentimento più naturale dell’odio”.

Ecco poi ancora, per i ragazzi più grandi, “Amici per la pelle”, ben scritto da Emanuele Aldrovandi e Jessica Montanari e diretto in modo vivo e stimolante da Renata Coluccini, per una produzione del Teatro del Buratto e ATIR.
Lo spettacolo narra di un’amicizia e di come la relazione tra due esseri assai diversi tra loro non sia per nulla scontata, ma un vero e proprio cammino verso sé stessi e verso l’altro. Protagonisti sono Zeno, un giovane ragazzo che lavora presso un salumificio che produce salami d’asino, indossando – nel vero senso della parola – i panni dell’animale per fare pubblicità, e Molly, un’asina simpaticissima ed intelligente, in fuga da una stalla in cui è costretta a vivere senza potersi muovere, e da dove vede sparire ad uno ad uno i suoi amici e parenti.
Il racconto scorre via veloce con un ritmo perfettamente cadenzato, che aiuta a non disperdere mai l’attenzione. Molto convincenti e bravi i due attori, Mila Boeri e David Remondini, mai eccessivi in questo spettacolo che ci aiuta a comprendere la complessità delle relazioni e la ricchezza che si può trovare leggendo la realtà alla luce di differenti punti di vista.

E arriviamo a “Terry”, uno spettacolo sul bullismo di Davide Giordano, prodotto dal Teatro delle Briciole, che in modo assolutamente diverso e dirompente, ci mostra in diretta tutte le caratteristiche con cui questo orrendo fenomeno si manifesta.
Terry, personaggio che già conoscevamo per averlo incontrato di sfuggita nello spettacolo precedente di Giordano “John Tammet”, qui diventa protagonista. Affabile e simpatico, ottiene subito i favori del pubblico, e non si lascia sfuggire l’occasione, dialogando con gli spettatori, di carpirne la benevolenza. Terry, sempre più baldanzoso, comincia a parlare di sé, della sua famiglia ma soprattutto di come riesce a cavarsela magnificamente nella vita. E per dimostrarcelo ancor meglio invita uno dei ragazzi del pubblico a salire sul palco.
Poco alla volta, prima impercettibilmente poi in modo sempre più esplicito, Davide Giordano mette il suo occasionale interlocutore sempre più a disagio. E se inizialmente la platea ride e partecipa al rito del massacro del compagno salito sul palco, alla fine si raggela, dividendosi.
“Terry” si dimostra così una performance sempre diversa, perché diverso è il pubblico e la sua reazione, perché diversa è la vittima. Lo spettacolo si conclude con i complimenti dell’attore nei confronti del ragazzo per aver resistito al gioco crudele perpetrato su di lui, questa volta condotto solo teatrale.

Lumen di Illoco Teatro

Lumen di Illoco Teatro

Terminiamo con due sorprese, due attrici che abbiamo incontrato in scena per la prima volta con esiti molto promettenti: Ilaria Carlucci e Annarita Colucci.
Ilaria Carlucci, è autrice ed interprete dello spettacolo “Corri, Dafne” tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio e prodotto da Factory Compagnia Transadriatica e Tessuto Corporeo.
In scena soltanto lei, aggraziata ninfa e narratrice di uno dei più conosciuti miti greci, che ripercorre in modo incredibilmente fedele la storia di Dafne e del suo malefico rapporto con il Dio Apollo, ma riuscendo, allo stesso tempo, a connotarne l’attualità restituendone un taglio drammaticamente moderno.
Una storia antica si fa metafora credibilissima dell’attuale tema della violenza sulle donne ma anche e soprattutto della costrizione delle convenzioni sociali. Scorrono anni di battaglie delle donne su quel palco, scorrono in ogni piega del corpo di Ilaria, in ogni nervatura della sua schiena nuda che si fa davvero corteccia in un suggestivo finale, sostenuto in modo davvero credibile dall’interprete.

E finiamo con “Lumen”. In un’ambientazione in cui troneggiano lampade e paralumi di tutte le dimensioni, Annarita Colucci di Illoco Teatro, in modo plausibile e spesso commovente, ci narra la vicenda umana di Marie Curie, dalla natia Polonia – dove fin da piccola sceglie di intraprendere gli studi scientifici – all’arrivo a Parigi dalla sorella, dove si laurea in fisica e matematica, passando per il matrimonio con Pierre Curie e il suo primo Premio Nobel per lo studio sulle radiazioni, per arrivare alla morte prematura del marito e al suo secondo Nobel.
Ma ciò che più conta, in questo spettacolo, è che tutti questi accadimenti sono imbevuti della miracolosa caparbietà di una donna che, vincendo ogni avversità e pregiudizio, realizza tutti i suoi sogni. Lo spettacolo risulta essere anche un omaggio alla scienza e alla ragione, anche attraverso il racconto che l’attrice fa, in modo significativo, usando dei piccoli laboratori scientifici in cui, attraverso gli strumenti del teatro di figura, propone le imprese dei grandi scienziati, da Giordano Bruno a Galileo, da Newton a Einstein.

(Si ringrazia per la collaborazione Rossella Marchi)

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