La visita della vecchia signora. Dürrenmatt nel sarcasmo noir di Averone

LA VISITA DELLA VECCHIA SIGNORA

Dürrenmatt secondo Averone (photo: Max Malatesta)

In un paese dove dominano sporcizia e rifiuti “non resta altro tipo di divertimento che veder passare i treni”. Treni fantasma o treni vuoti, ma anche treni che possono portare ricchezza e prosperità, in cambio di poco a volte, magari solo di un cadavere.

Per Durrenmatt “La visita della vecchia signora” era una chiave per spalancare le porte su una società grottesca e meschina, smascherandone ipocrisie e falsi perbenismi.
Per Alessandro Averone, giovane attore e regista dell’ensemble stabile di Fondazione Teatro Due, diventa un gioco vivace di sghembi personaggi che nuotano in una cupa ironia a metà strada tra la Transilvania del Conte Dracula e la Famiglia Addams, con tanto di cugino It.


L’opera forse più conosciuta di Friedrich Durrenmatt, composta nel 1956, narra le vicende dell’immaginaria cittadina svizzero-tedesca di Gullen (“letamaio” in dialetto), dove sta per ritornare dopo quarant’anni di assenza la signora Claire Zachanassian, che nel frattempo si è fatta multimiliardaria.
In una città decaduta e irrimediabilmente in rovina, la vecchia signora promette indicibili ricchezze ai disastrati abitanti, se in cambio saranno in grado di uccidere il loro concittadino Alfred, che quarant’anni prima aveva sedotto e abbandonato incinta l’illustre compaesana, corrompendo due ubriaconi affinché mentissero in tribunale dichiarando di avere avuto rapporti con lei.

Dopo un primo energico rifiuto, nei residenti di Gullen comincerà a crearsi spazio per avidità, corruzione e ambizioni di potere. L’impietosa vendetta degenera valori e morali, ma  paventando agiatezza e denaro a fiumi rende appetibile anche un assassinio.
La cittadina, che ci viene presentata come un accampamento di ruderi e lerci manufatti, diviene crocevia degli istinti e delle coscienze di una comunità in continua deformazione, destinata inesorabilmente al declino, incapace di cogliere il senso più autentico della verità umana. Vittime di una crisi economica e sociale disarmante, che frantuma sentimenti universali e le stesse dinamiche collettive alla base della vita in comunità: l’attualità del testo non è in discussione.

La questione si può invece spostare sulla natura stessa dell’opera, nonostante l’autore non abbia mai mancato di evidenziare il fatto che “La visita” sia da interpretare principalmente come una commedia, eppure non è possibile ignorare le atmosfere cupe ed oscure di alcuni passaggi, nonché le angoscie e i tormenti dei personaggi.
In questo senso la regia di Averone si interessa, oltre alla disanima culturale delle correlazioni sociali e al carattere di una massa come personaggio in sé, all’umorismo amaro e alle leggerezze della natura umana, perennemente in conflitto con la grevità delle regole civili, che non tardano a convertirsi in incivili di fronte alle avare spinte individualistiche.

Appaiono così in scena pittoresche figure dagli improbabili destini, in una retorica carnevalesca dove gli scambi fulminei di battute esaltano situazioni clownesche, e l’ambientazione assume via via connotazioni da cartone animato, con la vecchia signora e il suo claudicante seguito di ex mariti e servitù che sembra uscito direttamente dai fumetti di Alan Ford.

Le avidità, le degradazioni e la disillusione dei valori vengono quindi disacerbate nel sarcasmo noir e in un irriverente cinismo che sciolgono le tinte naturalistiche del testo, e le risate di un pubblico che si trova catapultato in situazioni da comiche degli anni Venti.
Un’arguta fiction dalle sferzate pop che guarda, e allo stesso tempo prende le distanze, alle interiorità umane per farne evadere gli imbarbarimenti delle nostre coscienze.
Nella seconda parte la tensione tragicomica si sfilaccia un po’, e lo spettacolo si sedimenta più su un grumo drammatico poco coagulato, stemperando la carica dell’azione in un riavvolgimento più introspettivo delle dinamiche sceniche.
L’ispirazione comunque c’è, e funziona.

LA VISITA DELLA VECCHI SIGNORA
di Friedrich Durrenmatt
traduzione: Aloiso Rendi
regia: Alessandro Averone
con: Roberto Abbati, Alessandro Averone, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Paola De Crescenzo, Sergio Filippa, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Massimiliano Sozzi, Nanni Tormen, Marcello Vazzoler, Chantal Viola
luci: Luca Bronzo
costumi: Marzia Paparini
scene e immagine: Alberto Favretto
musiche: Stefano Fresi
produzione: Fondazione Teatro Due
durata: 2h 30′ (con intervallo)
applausi del pubblico: 1′ 38”

Visto a Parma, Teatro Due, il 18 aprile 2012

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