52° Santarcangelo Festival, capace di ascoltare la voce di tutt*

Echos di Cristina Kristal Rizzo (ph: Giulia Casamenti)
Echos di Cristina Kristal Rizzo (ph: Giulia Casamenti)

La direzione di Tomasz Kireńczuk prosegue nel solco delle precedenti e si mette in ascolto di territorio e artisti, con una Tavola Rotonda simbolo di dialogo e incontro

Can you feel your own voice. La 52ª edizione di Santarcangelo Festival parte da un invito rivolto alla cittadinanza, agli spettatori, agli artisti, agli organizzatori, agli enti e alle stesse istituzioni. Una domanda perentoria per ricordarci il valore della voce di tutti e di tutte.
Dopo anni di distanza sociale a causa della pandemia, sommersi dal frastuono di una guerra che invade il nostro presente, Can you feel your own voice abbraccia la necessità delle voci di esprimersi, di farsi sentire e di farsi valere.

Sono queste le premesse del nuovo direttore del festival: Tomasz Kireńczuk, drammaturgo, critico teatrale e curatore polacco, entrato a conduzione del triennio 2022-2024. Giovane, dinamico, riflessivo; subito si pone in ascolto della città di Santarcangelo, delle persone e dei luoghi, degli spazi comuni. Ascolta il festival, la sua storia, la sua identità, il suo sapere. Ascolta le domande e le richieste dello staff organizzativo, le istanze degli artisti. Accoglie e viene accolto.
Per l’edizione di quest’anno, Tomasz non impone una propria visione, un tema, un linguaggio: lancia semplicemente degli input, crea delle occasioni d’incontro e di scambio, delle cornici spaziali e temporali in cui gli artisti possano mostrarsi ed entrare in dialogo con la cittadinanza. Un esempio concreto è la “Tavola Rotonda” in piazza Ganganelli, a disposizione di tutti per i prossimi tre anni.
Il risultato è un festival ibrido, polifonico, multiforme, multidisciplinare. Un festival appassionato, denso, coinvolgente.

Numerose le compagnie internazionali, le culture, le tradizioni, i linguaggi, le forme, le sperimentazioni. La forza di questa edizione sta nell’impegno sociale e politico che l’arte sa veicolare con delicatezza ed impeto, serietà e ironia. Interrogare il presente, riflettere sui valori, accettare le diverse identità degli esseri umani: uomini, donne, transgender, queer, stranieri, profughi, rifugiati, anziani, bambini… Un festival identitario in cui potersi rispecchiare, ma che spinge sempre al confronto.


Questa la percezione in appena un giorno e mezzo di permanenza, un tour de force per assistere a otto spettacoli, tre talk (di cui uno in differita), fare un’intervista, comprare Santarcangelo50 (libro importante e raffinato sulla storia del festival) e per godere del fascino del borgo medievale.

Alcuni lavori site-specific, come ad esempio “Echoes” di Cristina Kristal Rizzo hanno la fortuna di poter dialogare con la bellezza di scenari naturali. In questo caso, ci troviamo nella parte alta della città, ricca di panorami mozzafiato. La performance ha luogo nel Convento dei Frati Cappuccini, nel piazzale sull’orto, avvolta nella calma di una luce naturale. Si indaga il rapporto dell’uomo con la percezione del proprio corpo, in tensione tra natura e artificio ed attraverso un doppio canale di fruizione (la diretta social). Premesse invitanti che generano una certa curiosità ed eccitazione. Peccato però che questo potenziale non sia stato totalmente eviscerato.

Anche “New Creation” ha la caratteristica di fondarsi specificamente sull’interazione con un luogo: l’ex cementificio Buzzi-Unicem, ubicato alle porte di Santarcangelo. É un progetto d’arte partecipata, a cura dell’artista polacca Anna Karasinska, nato in seno a Be part – Art beyond participation (programma quadriennale di sviluppo del pubblico). Il complesso, in disuso da oltre 10 anni, si trova in stato d’abbandono e forte degrado. La sua maestosità, avvolgente e pericolante, racconta la sua storia e quella degli operai che vi hanno lavorato, evocando al contempo terre lontane e la sofferenza di coloro che le hanno dovute abbandonare. Il risultato – definirlo uno spettacolo sarebbe eccessivo – è un delicato intreccio dei racconti personali dei partecipanti, persone italiane e straniere, che in maniera semplice e schietta mettono a nudo i propri sentimenti di solitudine, nostalgia e precarietà.

Un altro lavoro sull’identità peculiare di un edificio è “L’Âge d’or” dalla compagnia svizzera Cardellini/ Gonzalez.
La performance poggia su un format specifico: una guida turistica accompagna gli spettatori in spazi funzionali come banche, uffici, supermercati; emblemi del denaro e del consumismo. In questa occasione, l’attrazione turistica é “Le Befane”, un centro commerciale di Rimini. La guida con il suo savoir faire ammaliante direziona lo sguardo delle persone, predispone l’incontro, accende l’azione. Un’esperienza unica: avete mai ballato in un negozio? Fatto le scivolate? Analizzato le persone mentre fanno acquisti? Come avrete capito la performance, estremamente divertente, è significativa e ricca di spunti.

L'age d'or (ph: Michiel Devijver)
L’age d’or (ph: Michiel Devijver)

Sempre sulla scia di luoghi non teatrali, troviamo “Untitled (Holding Horizon)” del coreografo polacco-britannico Alex Baczyński Jenkins, che invita il pubblico ad entrare nella palestra di un istituto superiore. Si può rimanere fino a tarda notte o uscire a piacimento. La performance-durational si incentra sul corpo, sul ritmo, sul senso d’appartenenza di una tribù di adolescenti. Un’esperienza più o meno coinvolgente a seconda della capacità dello spettatore di lasciarsi ipnotizzare dal fluire dei passi (box step) e della musica. Io l’ho visto nell’ultima mezz’ora: un loop circolare a cui mi sarei unita volentieri.

Tanti i lavori che indagano il corpo e la sessualità come “Cloud_ Extended” di Gianfrancesco Giannini, “Caronte” di Camilla Montesi e “Doom” di Teresa Vitucci con Colin Self.
Nel primo la drammaturgia della performance viene orchestrata dalla proiezione dello schermo di un pc, in un susseguirsi d’immagini, dipinti e video presi dal web (alcuni dei quali molto forti, come le riprese di torture e di persecuzioni inflitte agli omosessuali in Russia). Qui il corpo del performer si offre nella sua vulnerabilità come burattino dell’informazione mediatica, ma nonostante le forme di violenza, trova la forza per manifestare la propria identità queer.
Particolarmente d’effetto la proiezione di immagini distorte e variopinte sulla pelle nuda, come a voler rivelare quel che si cela sotto l’apparenza di un corpo.

Cloud_extended (ph: Augusto De Bernardi)
Cloud_extended (ph: Augusto De Bernardi)

Il solo della Montesi é il risultato di un processo di ricerca nell’ambito di Krakk, il nuovo progetto di residenze artistiche promosso dal festival. Una performance enigmatica, ben eseguita, che risalta la creatività corporea della danzatrice.

Tra i lavori più intriganti sul corpo, che fa un uso eclettico e disinvolto dei linguaggi dell’arte performativa, a servizio di una estetica queer e pop, troviamo “Doom”. Seconda parte di una trilogia sulla vulnerabilità, vanta la collaborazione di Colin Self, eclettico compositore di alto livello. In questo spettacolo la Vitucci indaga le origini della femminilità, portando in scena le figure di Pandora e di Eva, simboli della pericolosità che il ruolo femminile ha storicamente assunto. Un lavoro provocatorio, ironico, beffardo anche nei confronti del pubblico, che esibisce (senza volgarità) il corpo sinuoso, voluttuoso, maestoso, snodato e rigorosamente nudo della donna.

Dulcis in fundo, non potevano mancare a Santarcangelo Festival i Motus con la produzione “Tutto brucia“. Un lavoro intenso, disperato, in cui la disumanità della violenza della guerra infiamma ogni elemento della scena per raccontare la vulnerabilità delle persone più deboli.

A completare una programmazione così fitta di prime italiane, debutti d’artisti emergenti, presenze internazionali per la prima volta in Italia (di cui continueremo a parlarvi nei prossimi giorni), anche vari laboratori, talk e gli appuntamenti musicali di Imbosco.
Dispiace solo che non si sia potuta concretizzare – sembra per questioni economiche – l’apertura di Bright Room, un luogo di celebrazione queer. Un progetto audace, ma che avrebbe regalato alla città e al festival un luogo sicuro per ospitare dibattiti, incontri, feste, a supporto della comunità queer.
Speriamo che questi buoni e impavidi propositi possano realizzarsi nella prossima edizione di Santarcangelo.

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