Un Moby Dick senza abisso per Guglielmo Ferro

Ph: Riccardo Bagnoli
Ph: Riccardo Bagnoli

In scena al Teatro Carcano di Milano, Moni Ovadia è un capitano Achab che non convince

Il “Moby Dick” diretto da Guglielmo Ferro è uno di quegli spettacoli intorno a cui non sorprende affatto che la critica si divida.

Non basta dire che lo spettacolo parla di ossessione, di destino, di sfida prometeica, di lotta dell’uomo contro il male o contro la natura. Il nodo, infatti, non è ciò che Melville continua a significare per noi, ma che cosa accade, teatralmente, in questa traduzione scenica dell’immaginario riconducibile alla grande balena bianca.

Perché il lavoro che porta la regia di Ferro non è certo uno spettacolo povero di segni, né un allestimento esitante o dimesso. Al contrario: è uno spettacolo che si presenta con decisione, con evidenza, con una forza visiva che colpisce immediatamente lo sguardo. Fin dall’inizio una promessa di grande precisione scenica, di concretezza plastica, di controllo del visibile.

Quando il sipario si apre, il ponte di una nave occupa il palco. Una grande piattaforma inclinata verso il pubblico che obbliga gli attori a muoversi per tutta la durata su questa inclinazione. Un luogo che non sarà mai completamente fermo. Sulla sinistra si alza l’albero maestro, che sale oltre la scena e scompare nella sua altezza. Prua e poppa non sono visibili: la nave è troppo grande perché il teatro riesca a contenerla. Sul fondo la balaustra che delimita il ponte, mentre la parte rivolta verso il pubblico è aperta, lasciando libero il campo alle azioni.
Completano il tutto casse di legno, corde e cordame, oggetti marinareschi per una scenografia per nulla simbolica o allusiva. Piuttosto un pezzo del mondo di Melville depositato in teatro.

Un secondo dispositivo aumenta il realismo scenico, ovvero il grande fondale digitale che occupa l’intera parete di fondo. Le proiezioni non sono decorative né astratte. Sono immagini estremamente curate, realistiche, costruite con una coerenza estetica che dialoga con il resto dell’impianto scenico. All’inizio vediamo il mare e un faro lontano, più avanti arriverà il mare aperto, la notte, la luna, la tempesta, fino a portare il Pequod ad attraversare regioni di ghiaccio, con iceberg che galleggiano lentamente lungo il fianco della nave.

L’effetto complessivo è sorprendentemente credibile, e le luci lavorano in stretta sintonia con queste proiezioni, modulando temperature e intensità in modo da rendere coerente la percezione dell’ambiente. Un light design impeccabile.

Uno dei momenti più riusciti di questo sistema scenico arriva con la pioggia, resa attraverso una proiezione verticale che fa sembrare che le gocce colpiscano le assi di legno, scivolando e colando verso il basso.

Lo spettacolo sembra voler mostrare tutto, ma questa macchina quasi cinematografica non sempre trova una corrispondenza altrettanto convincente nel lavoro degli attori e nella costruzione complessiva.

Ciò che accade sul piano dell’interpretazione attoriale sembra appartenere a una grammatica completamente diversa. Un registro recitativo costantemente carico, spesso sopra le righe, rispetto a ciò che accade. I personaggi si accendono improvvisamente, urlano, si agitano e affrontano con toni estremi anche i momenti che non sembrano giustificare una tale intensità. Il risultato è che la temperatura emotiva dello spettacolo resta sempre molto alta, ma in modo uniforme: non cresce, non si trasforma, non produce un vero movimento drammaturgico.

Le parole dell’adattamento di Micaela Miano promettono una progressiva trasformazione della ciurma e un deteriorarsi dei rapporti sotto l’ombra, sempre più pesante, dell’ossessione del capitano Achab, interpretato da Moni Ovadia: eppure sembra mancare proprio questa gradazione, e risulta difficile percepire una traiettoria.

Moni Ovadia (ph: Riccardo Bagnoli)
Moni Ovadia (ph: Riccardo Bagnoli)

Il caso di Achab è forse il più evidente. La sua forte impronta declamatoria allontana dall’idea di pazzia che è invece continuamente nominata, ripetuta, spiegata. Un’ossessione che resta quindi per lo più dichiarata, ma non vissuta. Non emerge nel corpo dell’attore, nei movimenti, nelle pause, nei silenzi. Rimane un concetto.

Starbuck, interpretato da Matteo Milani, è forse il personaggio che riesce a trovare più sfumature. Il suo carattere riflessivo e trattenuto permette all’attore di costruire momenti un po’ più articolati. Ma anche qui l’evoluzione resta appena accennata. Il conflitto tra il primo ufficiale e il capitano, uno dei motori più interessanti del romanzo, non si sviluppa davvero in una tensione progressiva, rimanendo una possibilità.
Peccato anche per il giovane marinaio Pip dall’emotività costantemente esasperata.
La compagnia, insomma, sembra muoversi secondo una concezione un po’ datata, in cui un attore centrale declama e gli altri cercano di trovare il proprio spazio, ma senza che si realizzi un sistema davvero coerente.

Da una parte, dunque, una macchina scenica costruita con grande precisione naturalistica, che invita lo spettatore a credere a ciò che vede; dall’altra personaggi che si muovono dentro una recitazione stilizzata, quasi caricaturale, che non sembra appartenere allo stesso universo realistico.
È come se scena e attori raccontassero due spettacoli diversi; ma l’imponenza visiva dello spettacolo, invece di sostenere il racconto, finisce paradossalmente per metterne più in evidenza le fragilità.

Ph: Riccardo Bagnoli
Ph: Riccardo Bagnoli

Il “Moby Dick” di Ferro resta quindi uno spettacolo ambivalente. E’ un allestimento visivamente ambizioso, costruito con grande attenzione per la dimensione scenotecnica, ma che sembra rinunciare a ciò che potrebbe tenere insieme quella ricchezza di immagini: una direzione capace di creare un organismo davvero compatto.

Così, quando il sipario si chiude e la nave scompare, resta nello spettatore una sensazione duplice. Da una parte la memoria di alcune immagini potenti. Dall’altra la percezione che quella nave, pur così imponente, non sia mai davvero riuscita a diventare il luogo di una storia emblematica.

MOBY DICK
di Herman Melville
adattamento Micaela Miano
regia Guglielmo Ferro
con Giorgio Borghetti, Giuliano Bruzzese, Marco Delle Fratte, Nicolò Giacalone, Matteo Milani, Moreno Pio Mondì, Moni Ovadia, Filippo Rusconi, Pap Yeri Samb
scenografie Fabiana Di Marco
costumi Alessandra Benaduce
musiche Massimiliano Pace
fotografie Riccardo Bagnoli
produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Quirino, Compagnia Molière

durata: 1h 32′
applausi del pubblico: 2′ 20”

Visto a Milano, Teatro Carcano, il 7 marzo 2026

stars 2.5

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