Nel cast Laura Marinoni e Leda Kraider, “attrici fuori dal comune”. L’intervista al regista
In “Improvvisamente l’estate scorsa”, pellicola del 1959 di Joseph L. Mankiewicz che ha come protagonista Katharine Hepburn, vi è una scena indelebilmente impressa nella nostra memoria cinematografica: quando lei, scendendo da un curioso ascensore in casa sua, parlando del figlio appena morto dice al dottor Cukrovicz, con profonda melanconia, che non esiste una parola per nominare una madre che perde il figlio.
Questa scena ci è venuta in mente assistendo, al Teatro Carcano di Milano, all’omonimo dramma di Tennessee Williams, messo in scena da Stefano Cordella (regista di cui abbiamo seguito passo passo il percorso artistico fin dall’inizio), con Laura Marinoni nella parte di Violet Venable, la madre di Sebastian che fu della Hepburn.
Scritto nel 1958, questo dramma dai toni cupi e dai contorni immaginifici, entra più di altri nelle piaghe del suo autore con chiari riferimenti alla sorella Rose, sottoposta a lobotomia per volontà della madre, che ritroviamo nel personaggio di Catharine, e della omosessualità che caratterizza il personaggio di Sebastian, che lo porterà a morire in una scena parossistica di grande forza emotiva.
Al centro del dramma vi è dunque lei, la ricca e stravagante Violet Venable, che si rivolge ad uno specialista, il dottor Cukrovicz, per capire lo stato emotivo e mentale di sua nipote Catharine, che ha iniziato a soffrire di violenti disturbi emotivi dopo che suo cugino Sebastian, il figlio amatissimo di Violet, poeta di forte sensibilità ma che scriveva una poesia all’anno, è morto in circostanze poco chiare durante una vacanza in Spagna. Violet infatti pensa che la ragazza sia responsabile della morte, ma attraverso la sua confessione, dovuta agli interventi di Cukrovicz, scoprirà un’altra verità.
Stefano Cordella, alla sua prova registica più impegnativa, utilizza tutte le modalità che il teatro gli offre per scardinare il naturalismo che invade il testo di Williams e per restituircene l’intima ed angosciante essenza, avendo a disposizione due attrici di forte temperamento come Laura Marinoni, capace di disegnare una Violet al medesimo tempo tormentata dal dolore e furiosamente incapace di scorgere la verità, e una straordinaria Leda Kreider, che riesce nel difficile intento di restituire tutta la nevrosi di Catharine e la disperazione della sua giovinezza tradita, che si esprimerà, alla fine del dramma, in modo davvero potente attraverso un monologo risolutore.
La scena di Guido Burganza ricompone la sovrastante giungla esotica tanto amata da Sebastian, il nido metaforico infestato dalle sue intime e parossistiche ansie, in cui il ragazzo si richiudeva, e che imbeve lo sguardo dello spettatore. Non ultima c’è la grande macchina che riempie la scena, in cui i protagonisti si rifugiano per la paura di ciò che è accaduto e che dovrà accadere, diventando maschere tragiche di una storia in cui tutti sono sconfitti.
Le luci di Marzio Picchetti e soprattutto i suoni di Gianluca Agostini, con le amplificazioni delle voci, contribuiscono a costruire – parallelamente a quello dei sentimenti – un altrettanto angosciante universo sensoriale.
Concludono in modo coerente il cast, nei ruoli secondari, Edoardo Ribatto nei panni del dottor Cukrowicz (il “dottor Zucchero”), Elena Callegari e Ion Donà.
Per approfondire alcuni aspetti della messa in scena abbiamo intervistato il regista Stefano Cordella.
Ha ancora senso oggi portare in scena il teatro di Williams, di O’Neill, Miller… così legato a situazioni ed ambientazioni che sembrerebbero lontane dal nostro sentire?
Credo che la forza dei grandi testi stia proprio nel risuonare al di là delle ambientazioni e del periodo in cui sono stati scritti. Williams scriveva di questioni che lo riguardavano personalmente, che hanno a che fare con la difficoltà di essere sé stessi fino in fondo. E’ un artista che fa i conti con i propri demoni, con un dolore da rielaborare. Penso non ci sia niente di più vicino al sentire contemporaneo di questo. Poi sì, alcune tematiche come la sessualità e la salute mentale oggi verrebbero affrontate in modo diverso, con altre parole e altri strumenti. Ma la radice della sofferenza e della frustrazione rimane la stessa, cambia solo di segno. E’ proprio qui che entra in gioco il lavoro, la responsabilità del regista e del team artistico.
L’hai vista come una sfida?
Sicuramente è stata un’esperienza nuova: nei miei lavori precedenti ho spesso lavorato a riscritture o drammaturgie originali su cui avevo più “controllo” e possibilità di avvicinare il testo al mio mondo. Con questo lavoro il processo è stato diverso ma altrettanto affascinante. Ma no, nessuna sfida. Non mi interessa più “sfidarmi” quando lavoro a uno spettacolo. E’ proprio una parola che non mi piace. Qualche anno fa era un tema, avevo la preoccupazione di mostrare quanto fossi “intelligente” e originale nelle mie regie; oggi guardo a quel periodo con grande tenerezza.
Gli spettacoli in cui percepisco l’ego del regista che sfida sé stesso, che vuole lasciare un segno evidente sopra lo spettacolo, ultimamente mi lasciano abbastanza indifferente, non mi scaldano.
La “sfida”, secondo me, è innamorarsi del testo e soprattutto degli attori con cui lavori. Trovare una profonda e onesta connessione con l’autore, che possa innescare un viaggio personale attraverso il testo e le parole (fondamentale in questo caso è stato il lavoro di traduzione di Monica Capuani). Creare un mondo, un immaginario comune con i collaboratori artistici e poi lasciarsi stupire dagli attori e dalle attrici quando si cominciano le prove. Mettere gli attori nelle condizioni di lavorare al meglio, guidarli quando serve e fare un passo indietro quando hanno bisogno di tempo per esplorare. Ricordarsi che ogni attore è un essere umano con una propria storia, e sarà quella storia a dialogare con il personaggio. La regia raffinata è per me quella che lavora sottopelle, con un punto di vista e una direzione molto chiara e condivisa all’inizio, ma che ha il coraggio di rinunciare a un’idea quando sente che l’attore l’ha già incarnata in modo molto più sottile e vitale. Sono i corpi e le parole a vibrare sul palco, più di tutto il resto.
La scenografia, la macchina che domina la scena, la musica, l’amplificazione delle parole: in che modo hai cercato di scardinare il naturalismo del testo?
Con il super team (Buganza/scene, Ariemme/costumi, Picchetti/luci, Agostini/suoni, Radice/aiuto regia) che ho avuto il piacere di coordinare abbiamo scelto degli elementi evocativi, che potessero cambiare di segno durante l’andamento dello spettacolo. Che quindi non hanno un’unica possibile lettura statica dall’inizio alla fine. E si portano dietro anche un po’ di mistero. Le atmosfere, in un testo come “Improvvisamente l’estate scorsa”, sono fondamentali. “Questa situazione mi sembra un sogno, non mi sembra reale” dice Chatarine a un certo punto. E lei dice sempre la verità: “E’ l’unica cosa a cui non ha mai opposto resistenza”.
Come hai lavorato con due artiste di diversa età impegnate in due ruoli così antagonisticamente diversi e difficili?
Scoprire nuove e inaspettate sfumature del testo grazie al lavoro con le attrici e gli attori è la parte per me più stimolante e affascinante del processo creativo.
In questo caso che ti devo dire? Ho avuto la fortuna di lavorare con un cast incredibile. Laura Marinoni può fare tutto, e con tutto intendo tutti i generi teatrali del passato, del presente e del futuro. E’ bastato capirci, trovare un linguaggio comune i primi giorni, e poi ci siamo divertiti a sperimentare. La sua Violet è un uragano, riesce ad essere crudele e tenera allo stesso tempo. E’ un’attrice fuori dal comune, che ha solo bisogno di fidarsi e di lavorare serenamente. La serenità è stata la chiave di questo gruppo di lavoro. Abbiamo lavorato tanto, ininterrottamente, ma sempre in un clima costruttivo e propositivo. E questo anche grazie alla meravigliosa squadra del LAC di Lugano, che non si è mai tirata indietro, anzi era sempre un passo avanti. Si è appassionata al progetto da subito e ha contribuito in modo esemplare alla riuscita di questo spettacolo. Non smetterò mai di ringraziare Carmelo Rifici per questa opportunità e per la fiducia che mi ha dato, sempre sostenendomi. Anche il confronto con Serena Sinigaglia (direttrice artistica del Carcano, coproduttore) è stato prezioso.
Leda Kreider è un talento pazzesco, che lavora minuziosamente sul percorso interiore del personaggio facendolo vibrare sempre più nel corpo e nelle immagini. Ha dato vita a una Chatarine mai convenzionale, così intensa da spaventarmi in alcuni momenti. Erano anni che non vedevo un’attrice della sua età sostenere a questi livelli un personaggio così complicato.
Per non parlare del resto del cast: Edoardo Ribatto è un attore strepitoso, con un’intelligenza scenica rara, ed è riuscito a dare mille sfumature a un personaggio difficilissimo come il Dottor Sugar. Elena Callegari ha una raffinatezza unica, la sua Holly è una donna terribile ma a cui è impossibile non voler bene. E Ion Donà, alla sua prima esperienza post accademica, sembra già un attore che lavora da anni, con un’inquietudine e una presenza scenica notevole.

Cos’è necessario che il teatro oggi debba mettere in scena?
Il teatro ha la possibilità di mettere in scena tutto quello che vuole, se lo fa con onestà e competenza. Io credo molto nel ritorno delle grandi storie che lasciano spazio alla fragilità dell’essere umano attraverso il filtro dei personaggi (incarnati e vissuti dai bravissimi attori e attrici che abbiamo in Italia), in un’atmosfera che ha qualcosa di magico, che risuona nel contemporaneo conservando un sapore antico e misterioso.
Credo negli artisti che riescono a prendersi cura dello spettatore genuino che c’è dentro di loro/noi (riscoprendo il motore che ci ha portati a scegliere questo mestiere) e abbandonare la preoccupazione di confezionare spunti per una manciata di critici/operatori scout della “nuova forma” e del nuovo talento usa e getta.
Prossimi progetti?
A breve cominceremo le prove di “Bovary”, una riscrittura contemporanea di Madame Bovary a due personaggi, prodotta da MTM, che debutterà quest’estate in alcuni festival e in autunno al Teatro Litta. La drammaturgia è di Elena Patacchini, e in scena ci saranno Anahì Traversi e Pietro De Pascalis. MTM è ormai una casa artistica, qui a Milano, dove sto bene e che crede nel mio percorso, mettendomi nelle condizioni di lavorare al meglio.
IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA
di Tennessee Williams
traduzione Monica Capuani
regia Stefano Cordella
con (in ordine alfabetico) Elena Callegari, Ion Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto
scene Guido Buganza
costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Marzio Picchetti
suono Gianluca Agostini
assistente alla regia Noemi Radice
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
coproduzione Teatro Carcano
partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco
Improvvisamente l’estate scorsa viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee
Durata: 1h 45′
Visto a Milano, Teatro Carcano, l’8 maggio 2025
