“Magda Toffler or an Essay on Silence”: il silenzio secondo Boris Nikitin

Magda Toffler... (ph: Luca Del Pia)
Magda Toffler... (ph: Luca Del Pia)

Presentato al festival milanese LIFE, lo spettacolo mette in dialogo omissioni individuali e collettive, memoria privata e tragedia pubblica

Un palco vuoto, una sedia, dei fogli tra le mani. Nessuna scenografia, nessuna musica, solo luci languide e diffuse. In “Magda Toffler or an Essay on Silence”, Boris Nikitin, artista della scena indipendente nato nel 1979 a Basilea in una famiglia di immigrati con radici in Ucraina, Slovacchia e Francia, porta in scena un teatro che rinuncia a ogni artificio per concentrarsi sull’essenza: il corpo, la voce, la memoria. Un teatro che non recita, ma interroga. Che non interpreta, ma condivide.

La pièce, proposta a Zona K, Milano, nasce da una scoperta privata: la nonna dell’autore, Magda Toffler, era ebrea. Sopravvissuta alla Shoah, nascosta in un fienile per mesi, non parlò mai con nessuno delle proprie origini e vicissitudini. Né con le figlie, né con il nipote.

Non c’è rivelazione, non c’è trauma raccontato: c’è solo il vuoto lasciato dal silenzio. Nikitin lo affronta in scena leggendo, in inglese, da fogli dattiloscritti. La lingua è fluida ma trattenuta, centellinata, come il suo movimento. Le parole, sofferte e snocciolate, vengono proiettate sullo sfondo, dietro l’autore.

Inizialmente l’attore è lontano. Rimane sul fondo del palco, quasi a voler marcare una distanza tra sé e ciò che racconta, tra la grande storia e la microstoria familiare. È la zona della narrazione storica, dei fatti. Ma, man mano che il racconto si addentra nel privato, Nikitin si avvicina. Non in modo brusco, ma con lentezza misurata. Il corpo si fa presenza, prossimità. Diventa intimo, come la maglietta indossata, ad azzerare le distanze e stabilire un’intesa che sa di condivisione. Quando il testo tocca i fili più fragili — la vergogna, la rimozione, l’identità nascosta — allora lo spazio si restringe. L’attore guarda verso il pubblico, cerca l’incontro degli sguardi. Chiede un ascolto diverso: non più informativo, ma empatico.

A fare da contrappunto alla storia della nonna, c’è quella dei gerarchi nazisti riuniti a Poznan nel 1943. Himmler annuncia lo sterminio della popolazione ebraica d’Europa, e fa registrare il momento con due fonografi. Ma non resta impressa la sua voce: resta il silenzio di quella sala, compatto, paralizzato. Così lontano, così vicino a noi. Nessuna parola, nessun dissenso. È il silenzio della complicità. È l’omertà della collusione.

Nikitin mette questi due silenzi a confronto: quello individuale, salvifico ma anche ambiguo, di Magda. E quello pubblico, collettivo, del potere. Non per trarne un giudizio, ma per misurare la distanza che separa il non detto dalla negazione, la paura dalla responsabilità. Lo fa con un gesto teatrale di grande sobrietà e rigore: non c’è emozione forzata, ma una densità crescente. La scena, nella sua essenzialità, vibra.

Significativo è anche l’incontro che Nikitin racconta con una cugina di Magda, sua omonima, a Tel Aviv. Anche lei sopravvissuta, anche lei testimone. Ma il suo trauma ha un’altra forma: il ricordo la lacera fisicamente. Soffre di emicranie, tensioni nervose, dolori cronici. Nikitin non la riprende, non la registra. Semplicemente ascolta. Un gesto che si riflette anche sullo spettatore: “Magda Toffler” non è un documentario, né una lezione. È un’esperienza. Un atto di esposizione e ascolto.

Il teatro di Nikitin non cerca di spiegare, ma di restare. Restare accanto alle domande, al dolore, ai fantasmi. È un teatro che non teme la staticità, che rispetta il tempo del pensiero e della memoria. Il movimento dell’attore nello spazio è minimo ma decisivo: misura la distanza emotiva tra la parola e chi l’ascolta. Il corpo accompagna la narrazione in modo quasi impercettibile, ma costante, come una lenta discesa verso il centro di una ferita.

Nel finale, lo spettacolo si fa riflessione aperta: sulla responsabilità di chi racconta, sulla manipolazione insita in ogni costruzione narrativa, anche documentaria. La distanza con l’artista si fa intermedia. E allora anche noi, come spettatori, siamo chiamati a interrogarci. Che cosa ci aspettiamo dalla testimonianza? Quanto siamo pronti a tollerare il silenzio? E fino a che punto il teatro deve darci risposte?

“Magda Toffler or an Essay on Silence” è un lavoro di rara intensità, che restituisce dignità al silenzio e alla lentezza. È teatro che si sottrae allo spettacolo, ma ci coinvolge nel profondo. Un’opera che, con lucidità e pudore, ci ricorda quanto il rimosso sia ancora tra noi. E quanto, anche oggi, il gesto più radicale possa essere quello di “stare”. Tacendo. In ascolto.

MAGDA TOFFLER OR AN ESSAY ON SILENCE
ideazione, testo, performance Boris Nikitin
production management Annett Hardegen, outside-eye Annett Hardegen, Matthias Meppelink
prodotto da steirischer herbst ’22, Staatstheater Nuremberg, It’s The Real Thing Studios
co-prodotto da Kaserne Basel, Ringlokschuppen Ruhr, Theatre Vidy Lausanne, HAU – Hebbel am Ufer Berlin, Frascati Amsterdam, Theater Chur and Omanut
con il sostegno di Theatre/Dance Committee of the Cantons of Basel-Land and Basel-Stadt, Pro Helvetia, Stanley Thomas Johnson Foundation
Lingua: inglese con sottotitoli in italiano

durata: 1h 10’ minuti
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Zona K, il 10 giugno 2025

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