Dentro ai materiali liquidi di Paola Bianchi, Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi: un altro modo per costruire il festival
Sorvolando a volo d’uccello la programmazione radicalizzata dell’ultimo Teatri di Vetro, provocatoriamente sempre più “sé stesso”, in risposta all’esclusione dai finanziamenti ministeriali, abbiamo incontrato materiali e forme ibride che, come da tradizione del festival curato da Roberta Nicolai, restituiscono a momenti ipertestuali o paratestuali l’accelerazione per essere oggetti non-ancora-spettacolari, ma già pienamente fruibili a un pubblico interessato alla ricerca.
Se ne scriveva nella prima parte di questo reportage: un buon esempio era parso un lavoro ibrido, per quanto già solidamente scenico, come “Boomerang” di Simona Lobefaro e Lorenzo Giansante. A quel passaggio un po’ disinvolto tra parola e movimento, non può che venire in mente il lungo lavoro compiuto da Paola Bianchi sulla questione della lingua, della descrizione del movimento e del movimento stesso, ricreato attraverso l’ascolto della descrizione nel lungo percorso del suo progetto “ELP”.
La danzatrice è presente a TdV 19, oltre che con la creazione “Ex”, anche con il resoconto di un percorso di ricerca compiuto grazie all’invito di OLFAC, progetto europeo transdisciplinare, nato “con l’obiettivo di sviluppare una teoria della performatività olfattiva che ridefinisca il ruolo dell’olfatto come forza critica nell’interazione tra politica, estetica e sensi”.
La restituzione dello sforzo compiuto fin qui da Bianchi, dal titolo “WERKSTATT pathosmells”, consiste inizialmente nel racconto e nella ricostruzione delle interviste somministrate a decine di persone attorno a un numero cospicuo di odori, che si chiedeva di collegare a specifiche emozioni umane.
Gli odori sono stati poi fisicamente trasferiti in una geografia spaziale di palco (ecco di nuovo la tendenza sinestetica di Bianchi, mai soddisfatta di un equilibrio di purezza, sempre sbilanciata verso la porosità dei confini) e quindi tradotti in una partitura che associa il movimento di specifiche parti del corpo a quelle percezioni, ora vòlte in determinazioni emozionali.
In uno spazio di palco occupato da tre tavoli, fra i quali il pubblico può girovagare, uno ricoperto di materiali cartacei, diagrammi e riproduzioni spaziali, a destra, uno con i vasetti entro cui sono intrappolati alcuni degli odori presi a campione, al centro, un terzo con la consolle di Stefano Murgia a sinistra, il lavoro di Bianchi si raggruma sul finale in una breve coreografia vera e propria, che applica quelle unioni fisico-sensoriali al proprio corpo, protagonista di una performance governata da quegli impulsi, pudicamente agita in un angolo di palco, a luci statiche.
È una coreografia le cui regole sembrano essere già pronte per essere stabilite, in una grammatica neonata, campata sul vuoto di una ricerca “impossibile”, ma la cui composizione è ancora in fieri, in attesa di sviluppare quella neonata grammatica in una forma di discorso.

Sempre sui materiali, ma stavolta ex-post, sta un altro tra i più interessanti eventi del “Presidio” (così si sottotitola il diciannovesimo anno di TdV): si tratta di “OLTRE_dall’altra parte della montagna”, un oggetto che è insieme rievocazione di un’esperienza di lavoro creativo e recupero di materiali espunti dall’ultimo lavoro di Fabiana Iacozzilli, “Oltre“, appena debuttato a Romaeuropa 2025.
A metà palco, su un tavolo, armati di laptop e consolle, Iacozzilli, Linda Dalisi e Cesare Del Beato ripercorrono il viaggio fatto dalle due autrici a Montevideo per intervistare i sopravvissuti alla tragedia del volo uruguaiano del 1972, precipitato sulle Ande e presto dato per perduto, insieme alle famiglie di chi non è invece sopravvissuto.
Esposti in scena su due lavagne, una a sinistra e una destra del tavolo, come reliquie o palinsesti, stanno i due enormi piani di lavoro: il primo è colmo del materiale attorno a chi era sul volo, il secondo di quello attorno a chi era rimasto a casa e ha vissuto i 72 giorni di sospensione, ricerca e speranza, sovente disillusa.
Se lo schema di sinistra ha trovato la sua fioritura e maturazione in “Oltre”, di quello a destra non restano che poche tracce nel lavoro compiuto.
Eppure da questa seconda lavagna, ricoperta di post-it azzurri, sembra emergere incredibilmente plausibile un secondo spettacolo, forse altrettanto valido di quello che calca le scene nella tournée in corso. Un “Oltre” ulteriore, un suo rispecchiamento meno sferzato da tempeste di neve e valanghe, che immaginiamo peregrinare tra il chiuso di villette a schiera nelle periferie delle città e raccogliersi in strade, spazi comuni, biblioteche, ma altrettanto tragico. Uno spettacolo che avrebbe parlato dell’impossibilità di sapere e insieme di rassegnarsi, dell’incapacità di arrendersi a un oblio che sembra necessario, dell’esistenza di un’impensabile comunità tra i vivi e i morti, del continuare a vivere dopo la fine o del morirvi prima, e della possibilità della serenità nella disperazione.
Approfondire la dimensione di questi due oggetti (non ancora) scenici di Paola Bianchi e Fabiana Iacozzilli, entrambi offerti al pubblico con cura e sobrietà, significa certamente sottolineare la lucidità di Nicolai nel riconoscere l’interesse delle forme transeunti. Ma è anche fissare in essi il manifesto di ciò che Teatri di Vetro ha provato a essere finora, una proposta di senso e una parola non solo culturale e artistica, ma politica, a cui converrà continuare a far riferimento, anche in caso di riconfigurazione del contenitore che l’ha generati, o di un suo definitivo spegnimento. Specie di questi tempi.
“L’aspetto in potenza deve essere tanto” ci diceva Nicolai all’apertura del “Presidio”: è l’aspetto dei materiali ancora liquidi, di una ricerca che si situi in uno spazio inesplorato senza garanzie di esito (Bianchi); ed è il rifiuto della dittatura assoluta del risultato monetizzabile, che espelle ogni altro materiale come inservibile residuo di fusione, schegge di lavorazione, a perdere (Iacozzilli).
Anche i materiali non ancora formalizzati o di risulta, che avrebbero potuto non essere, dopo la fine possono invece “essere un inizio”: guarda caso, sono le parole con cui aprivamo il nostro incontro con Teatri di Vetro 19. E un inizio può incontrare la possibilità di vedersi incompiuto, ma non per questo si devono rigettare le energie che vi ribollono.
Si tratta, come si diceva, di una parola politica. Un’ecologia, un’economia, un moto di accoglienza e di resa di valore a qualcosa che esula dal mercato. Eppure quando l’impalpabile “essere in potenza” afferma con coraggio la propria esistenza sotto la testimonianza degli sguardi di un pubblico, non si fa solo economia e sostenibilità artistica. Si disegna, nella dialettica tra inizio e conclusione, tra avvio e chiusura di un’esperienza, un’ipotesi finalmente profonda e aperta di futuro, così diversa da quella che sembra chiudercisi davanti cupa e angusta, dalla miccia corta e dal corto respiro – il futuro dei nostri tempi perentori. Quelli per cui Teatri di Vetro è fumo negli occhi.
