A Castiglioncello: oasi libera per un teatro che si racconta

Alcuni dei protagonisti del videoreportage da Castiglioncello

Alcuni dei protagonisti del videoreportage da Castiglioncello

Ci siamo divertiti ad iniziare a mettere a fuoco una modalità di racconto irriverente, cattiva, dispettosa. Avevamo iniziato per scherzo a Modena qualche settimana prima, ma poi c’abbiamo preso gusto e Inequilibrio è stata un po’ la tappa fondamentale.

Su Castiglioncello cos’altro vogliamo dire, più e meglio di quello che hanno detto quei tre dissennati di Bianchi, Menini e Francabandera, all’ombra della pineta, domenica 8 luglio nella dissacrante diretta audio di cui ancora da qualche parte fra queste pagine è possibile trovare il podcast

Dopo la caustica trasmissione durante la quale siamo riusciti a sparlare di mezzo mondo, a disquisire del tentativo totalmente velleitario di Dario De Luca di mettersi a cantare, di Carullo e Minasi di fare teatro (il primo e i secondi sfrontatamente in diretta con noi), di Kinkaleri, che ancora insistono con queste robe performative con gente che si agita in piedi e per terra, seguiti (anagraficamente) da lontano dalla combriccola della Pennini, che sono due anni che ammorba il paese provando a distruggerlo, per non parlar (male ovviamente, come ormai ci tocca per ruolo) di Virgilio Sieni, e del suo assillo di far danzare tutti gli abitanti di Castiglioncello, nonne, nipoti, zii e, quando lì i parenti erano finiti, è andato a trovare i cugini in villeggiatura a Santarcangelo, entrandogli pure nei “Sogni”. C’è uno sparuto gruppo di nonni del litorale livornese che da mesi si è rifugiato sulle colline dell’hinterland per sfuggirgli. Che altro potremmo dire di questa dolcissima oasi di libertà dell’arte scenica che era (già con Massimo Paganelli) e resta (con Andrea Nanni) il Festival Inequilibrio, dove i linguaggi si incrociano, dove si può sorridere del mestiere prendendo sul serio l’arte, dove la prossimità dell’odore della resina dei pini della Limonaia e i vapori della brace arrosto degli stand carnivori della “Maialaia” si fondono per due settimane in un sapore unico, sudore e zanzare, caldo e brezza.

Il programma di quest’anno, nonostante i tagli, è stato di grande interesse, e si è aperto a tutto il territorio, fino alle spiagge bianche della Solvay per il divertente e drammaturgicamente ben costruito “Balkan Burger” di Massini, o ancor più giù fino a Vada, all’ex Centro Nautico, dove Kinkaleri ha proposto il convincente (dopo diverse cose che non avevamo capito molto) “Fake For Gun No You | All!”, ispirato al lavoro di William Burroughs.
Non tutto ci ha convinto, ovviamente, ed è giusto così, in un’offerta molto ampia. Siamo rimasti, ad esempio, interdetti e spiazzati dalla presentazione dei primi esiti del laboratorio di Egumteatro, “E chi siete voi?”, da “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino.

Siamo entrati nelle stanze del castello per vedere i lavori di Virgilio Sieni con gli abitanti del territorio, in quegli spettacoli in cui un po’ fra te e te pensi che “Mannaggia! Ancora questo colore un po’ sdolcinato!” e poi però, alla fine, dopo che leggi la perfezione sporca, cercata e ottenuta con chiunque ci abbia lavorato, dici “Mannaggia! C’è riuscito anche stavolta”. Anche quando non ti ammalia, ti lascia memoria. Ed è tantissimo.
Abbiamo visto Renata Palminiello raccontare con le pietre, ai bambini, di Antigone. Abbiamo capito come parlare ai bambini stia diventando in questo passaggio generazionale un’impresa difficilissima, che sfida la bravura di attrici di grandissima e soave esperienza come la Palminiello. L’attenzione è pietra assai fragile, molto più di quella di Antigone, che lei ha lasciato in eredità e come testimone a una bambina di Castiglioncello.

Abbiamo sentito Scena Verticale. Si, sentito perché “Morir sì giovane… e in andropausa” proposto da Dario De Luca e la sua band è il primo vero ritorno al genere del teatro canzone dalla morte di Gaber, che tenti di andare oltre Gaber. E’ un primo passo, musicalmente interessante, teatralmente da studiare per testi e pause, che fa scoprire un talento di De Luca su cui non ci sentiamo di mettere, come nella trasmissione della Dandini, il timbro “rifiutato dallo sponsor”. C’è coraggio in questa scelta. Serve volare più in alto con i testi, lasciando da parte alcuni trucchi del mestiere del teatro, perché Giorgio è sempre lì in alto che guarda. C’era pure chi gli chiedeva il cd. Così terribile quindi per il pubblico non deve essere stato. Certo per noi fottuti puristi e male lingue, un cambio di rotta, una cosa così diversa… Ma vaffanculo sti critici: senza ardimento non nasce il nuovo. Vai Dario! Serve più poesia e coraggio, però. Coraggio!

Non abbiamo visto  Collettivo Cinetico con *Plek ma abbiamo intervistato Francesca Pennini. Tre anni fa a Kilowatt la sua performance fu uno scandalo ma la sua tenace fragilità è una risorsa preziosa e bene fa chi le dà possibilità di crederci. E’ una con la testa fuori dagli schemi, e ce ne sono pochi di artisti così.

Più tradizionale ma ben recitato il “Due passi sono” di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi. Il loro ingresso nella comunità teatrale in questi ultimi mesi non è stato in punta di piedi. Merito della focosa Cristiana, che si tira dietro Giuseppe nel negozio di cristalli e inizia a rompere tutto. Nello spettacolo la dualità diventa la forza per rompere il guscio delle microinsicurezze e cercare il respiro della vita. E’ un racconto tenue, che vale un lasciapassare per i prossimi tentativi. Dove vogliamo la cattiveria. E quanto (da noi non) visto al Napoli Fringe parrebbe contenere questi germi. Due distruttive fragilità sono una risorsa di particolare interesse per un teatro fatto invece di fragili distruttività.

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