Adulto: Phoebe Zeitgeist e la fatica di crescere

Dario Muratore in Adulto

Dario Muratore in Adulto

Il difficile mestiere di crescere. L’impossibilità di conquistare uno statuto solido d’adulto.
È tutta un’altra cosa, rispetto alla gioiosamente inconsapevole sindrome di Peter Pan, questa sofferta condizione di fragilità individuale che la compagniaPhoebe Zeitgeist ha proposto nello spettacolo “Adulto” al Teatro della Contraddizione di Milano. Perché un’adolescenza irrisolta è la radice di nevrosi esistenziali durature.

Fragilità adolescenziale e post-adolescenziale, fragilità adulta: diretto da Giuseppe Isgrò, Dario Muratore porta in scena un lavoro che è introspezione e disvelamento: ricerca sulla parte maledetta della crescita.
Visivamente, il ripiego all’infanzia si esprime attraverso una scena (di Vito Bartucca) che colloca su un telo verde un cavalluccio a dondolo e secchi di colore. Le luci del neon non diradano il buio imperante. Mucchi di sabbia e giochi di spiaggia fanno da cornice ad un assolo che riunisce esperimenti letterari eterogenei: da “Petrolio” di Pasolini ad “Aracoeli” di Elsa Morante, a “Testamento di sangue” di Dario Bellezza.

Phoebe Zeitgeist disegna un percorso che è una sorta di scavo biografico e spirituale a ritroso. In tenuta da spiaggia o in mutande femminili, con uno stereo vintage che propone surreali voci fuori campo (di Ferdinando Bruni e Ida Marinelli), Dario Muratori crea un crocevia di forze e sentimenti contrastanti. Coacervo di estremi tesi verso un’irraggiungibile armonia, la narrazione unisce forza e disperazione, castità e perversione.


“Adulto” è solo in parte un atto d’accusa contro la società neocapitalistica, religione ipocrita disumana e alienante. È piuttosto il ritratto tormentato di un personaggio alla ricerca delle proprie origini, anche attraverso la memoria della figura materna. Incarna le esigenze vitalistiche e neoesistenziali di una generazione emarginata: l’urgenza di cantare soggettivamente le cose primarie, il proprio corpo e la solitudine, la vita, l’amore e la morte; la bruciante presenza/assenza della dimensione del sacro.

Espressionismo viscerale, “Adulto” esteriorizza una poetica maledetta che però, soprattutto nella parte finale, sembra assumere un evidente taglio ironico. Anche i suoni, curati dallo stesso Isgrò, alternano l’alto e il basso. Le luci scolpiscono il corpo, ne definiscono le linee.
Attraverso la drammaturgia di Francesca Marianna Consonni, Isgrò delinea un personaggio alle prese con un ambiente, sociale, morale, culturale, che non offre strumenti all’io per esprimersi.
Non è essenziale lo sfondo borghese e omofobico che qui si abbozza. Isgrò usa un codice translucido che permette a ogni spettatore, se non di identificarsi, almeno di sondare aspetti irrisolti del proprio sé.

I personaggi che vediamo sfilare, facce diverse di una stessa piramide, non sanno di essere angosciati. Non se ne pongono il problema, se non attraverso la pura sensibilità: soffrono di un male che non sanno che cosa sia. Soffrono e basta. Del resto Isgrò non ci fa capire o intuire in alcun modo di essere diverso dai suoi personaggi: come i suoi personaggi si limitano a soffrire l’angoscia senza sapere cosa sia, così Isgrò si limita a descrivere l’angoscia senza pretendere di spiegarne le ragioni. Ecco un ruolo per questo teatro, non imposto e neppure deciso o voluto: rispecchiare, attraverso un’espressività deperita e sopravvivente, un mondo inespressivo.

La prova di Muratore, giocata sui registri più del grottesco che del tragico, crea cortocircuiti tra linguaggio e potere, parole e corpo. Carponi o eretto, con una gestualità icastica mai troppo esibita, Muratore interpreta un ibrido mezzo animale e mezzo essere umano, bimbo e adulto. Senza trucco né trucchi, anche lo spettatore vive sfascio e deformazione, integrità e tensione verso l’armonia. Percepisce odori e suoni: ronzii, sibili, fruscii. Sono vibrazioni di una prepotente sensualità, sorrisi, lacrime, desideri.

Forse qualcosa si può ancora calibrare. Lo spazio dedicato a Pasolini, la descrizione esasperata di scene d’amore omosessuale, fagocita il testo. Domina rispetto alla parte evocativa, magica, di sinuosa capacità di penetrazione psicologica del testo della Morante. E anche le note d’insolita, divertita accensione verbale di Bellezza rimangono compresse.
Va però il merito, a questa compagnia (il 6 e 7 dicembre al Piccolo Teatro dei Sassi di Montecelio, a Roma), di mettersi in gioco nell’incessante lavoro di ricerca. Di realizzare un lavoro, su personaggi e attori, che punta dritto alla complessità.

ADULTO – Ispirato dai testi finali di Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Dario Bellezza
di: Giuseppe Isgrò
con: Dario Muratore
voci: Ferdinando Bruni, Ida Marinelli
dramaturg: Francesca Marianna Consonni
suono: Giovanni Isgrò
assistente ai costumi e alla scena: Vito Bartucca
tecnico attrezzista: Gilles Ielo
immagine: Sally Cellophane
grafica: Alessandro Tonoli
in collaborazione con: Voci Erranti, Racconigi (CN) e TMO Teatro Mediterraneo Occupato, Palermo

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro della Contraddizione, il 26 ottobre 2014

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