La surreale ironia de L’Alakran: Sono alla messa, torno subito

Suis à la messe, reviens de suite
Suis à la messe, reviens de suite

‘Suis à la messe, reviens de suite’ (www.contemporaneafestival.it)

E’ capitato a tutti d’imbattersi sulla porta di un negozio in cartelli che recitavano “sono a prendere un caffè” o simili, ma mai “sono alla messa, torno subito”.
Eppure “Suis à la messe, reviens de suite” è proprio il titolo dell’ultimo lavoro della irriverente compagnia svizzera Oskar Gómez Mata – L’Alakran, che è tornata in Italia ospite dell’ultima edizione di Contemporanea Festival 2011, dopo il debutto dello scorso anno con “Optimistic vs pessimistic“.

A quale messa siamo stati convocati noi spettatori? Il titolo è certamente ironico e in parte spiazzante, ma in un certo senso, per estensione, siamo indubbiamente stati convocati ad una sorta di cerimonia: assurda, movimentata, provocatoria, ingenua e filosofica.

La regia di Oskar Gómez Mata crea un dispositivo scenico che unisce alcune forme di un certo circo contemporaneo d’Oltralpe ad un teatro testuale basato sull’improvvisazione e interpellante, in un fitto dialogo di parole e azioni con gli spettatori (non coinvolti al punto però di diventare spett-attori), per sollevare interessanti domande sul rapporto tra uomini e materia.


A cosa pensano le cose? Di cosa parlano le cose? Si può parlare con la materia? Si può comandare la materia? Siamo scettici o animisti?
L’introduzione a questi argomenti passa attraverso una chiamata a raccolta: la compagnia (Michèle Gurtner, Nicolas Leresche, Esperanza López, Olga Onrubia, Valerio Scamuffa) si presenta in italiano, al suono di una chitarra e ci chiede di seguirla.

Entriamo nel Fabbricone, ci sediamo per terra tra piante vere e finte. Queste ultime, buffe e pelose, sono attori travestiti. Sullo sfondo un’alta scultura di panche in legno ricorda un albero di Natale, un monte, un minareto. Gli attori cantano, parlano in italiano, contestualizzando la loro presenza a Prato, a testimonianza che il testo è elastico, si adatta e si costruisce in base al luogo della rappresentazione e con un quid di improvvisazione gestita in modo mirabile.

Raccontano aneddoti che dall’alluvione di Firenze ci portano allo Tsunami, passando per l’esondazione del lago Lemano.
Approdano poi a parlare di evoluzione, della distruzione come fonte di trasformazione e di progresso e, senza soluzione di continuità, di peni e vagine in disuso. Giocano su luoghi comuni cercando di galvanizzarci, con fare da imbonitori new age, sul fatto che il nostro momento storico è qui ed ora, al Fabbricone. E in effetti c’è una certa logica.

Su questa asserzione, facendoci largo tra le piante, ci invitano ad alzarci e a prendere posto sulle gradinate disposte in semicerchio dalla parte opposta del teatro.
A terra, in mezzo al palco nudo, un tessuto bianco, contorto, con alcune forme in rilievo, attira lo sguardo. Cosa nasconde tra le pieghe? “Vedete quella scultura, fatta da uno scultore di Cantagallo? Accetto che questa scultura mi parli? Accetto che abbia un’anima?” si chiede e ci chiede uno degli attori, come fosse un conferenziere, mentre la sua sedia vibra, il tessuto a terra pure e lui cerca di domarlo.
Intanto, lentamente, gli altri performer – ognuno tra gli indumenti ha almeno uno strato di pelliccia (richiamo ecologico?) – scoprono uno ad uno vari oggetti sepolti tra le pieghe del tessuto.

Un frigo, un tappetino da yoga arrotolato, una scatola, una cassa d’acqua, un borsone: vibrano e fanno vibrare gli attori che li sollevano, lasciandoli pendere dal loro corpo, come fossero delle appendici resistenti alle estremità delle mani.
La vibrazione, elettrica, finta, amplificata, eco della vibrazione impercettibile, sorda per il nostro orecchio ma presente, che attraversa la materia e le cose, l’anima eterna, tessuto che accomuna umani e non umani. Ad esprimersi sul tema sono invitati una serie di esperti, tutti (fintamente) legati alla città, dai curricula sorprendenti e dalle mise piacevolmente improbabili, per un finto talk-show. Il conduttore (verrebbe da dire l’uomo più pazzo del mondo!) è un performer straordinario, che in calzini bucati e mocassini, canotta bianca “classica” da muratore, pantaloncini rossi sportivi anni ’70 e perizoma leopardato (accessoriato di un testicolo perennemente a vista) corre, piroetta e sconquassa le fila del pubblico, con salti e imboscate, capriole e lanci acrobatici tra gli spettatori, che rispondono tra il divertito e l’allarmato.

Al grido in loop “ciò che ci unisce stasera è la pizza?”, l’autentico clown contemporaneo offre da mangiare e lancia pizze vere su spettatori disarmati – qualcuno in effetti ha risposto e rilanciato. Se la liaison Italia-pizza è scontata, la sua performance, su  musica dal ritmo sostenuto e dalla melodia felliniana, scuote e merita attenzione: il palco diventa infatti imprevedibile. Lo spettacolo raggiunge qui un’acme nel suo parossismo, nel gioco della ripetizione, nel fremito – per quanto scomposto – trasmesso al pubblico.

Dopo l’acme, la discesa. Convince meno quella che potremmo definire la terza parte dello spettacolo, introdotta da un video con scene realistiche di colorate masturbazioni dance, con scritte in sovraimpressione e slang sessualmente spinto che ci ricordano (se ne avessimo avuto bisogno) che nella vita gli uomini si dividono tra chi ha e chi non ha il potere.
Una critica sociale ridotta all’osso. Surreale il monologo a seguire dove una delle performer, tra una profusione di fumo bianco autoprodotto, con faccia spaurita e quasi apocalittica, si avvicina al pubblico proponendo una sorta di apologia, detta “della lumaca”.
Come nel suo caso, così anche nel finale, lo sforzo da parte dei performer di usare la lingua italiana su testi dai contenuti poetico-filosofico particolarmente astratti ha il sapore del passo falso. La dizione e la recitazione non precisa rendono arduo il tentativo di comunicare contenuti complessi.

Rimane l’immagine di una scena finale in cui, col sedere ancora nudo, come nel video, i cinque performer impegnanti nel controllo di oggetti in vibrazione, nel crollo della scultura pratese, con panche e sedie che saltano e ballano, con corpi scossi, si alternano in un monologo concitato, in cui la voce sovrastata dal rumore si perde, indistinta, tremolante, divorata da una sorta di tremito parkinsoniano dell’universo, da un caos primigenio, in cui tutto sembra abbia un’anima.

SUIS À LA MESSE, REVIENS DE SUITE
testo: Oskar Gómez Mata e Antón Reixa
regia e idea: Oskar Gómez Mata
con: Michèle Gurtner, Nicolas Leresche, Esperanza López, Olga Onrubia, Valerio Scamuffa
assistente alla regia: Muriel Imbach (borsa di studio Etat de Vaud et Ville de Lausanne)
luci: Daniel Demont
responsabile tecnico e regia luci: Loïc Rivoalan
musiche: Andrés García
audio: Christophe Bollondi
costumi: Isa Boucharlat
dispositivo scenico: Claire Peverelli e Oskar Gómez Mata
collaborazioni artistiche: Delphine Rosay e Alexandre Joly
cura della produzione: Barbara Giongo
amministratrice: Sylvette Riom
co-produzione: Cie L’Alakran, Grü/Théâtre du Grütli, Festival de La Cité/Lausanne, Centre Pompidou/Les Spectacles vivants/ Paris, Bonlieu Scène nationale/Annecy, Festival Mapa/Catalogne, Arsenic/Lausanne, Gessnerallee/Zurich.
con il sostegno di: Pro Helvetia– Fondation suisse pour la culture, Organe genevois de répartition de la Loterie Romande, Migros–Pour Cent culturel, Ernst Göhner Stiftung, Fonds d’encouragement à l’emploi des intermittents genevois, Fondation de bienfaisance de la banque Pictet, Théâtre Saint-Gervais/Genève
durata: 1h 25’
applausi del pubblico: 5’

Visto a Prato, Teatro Fabbricone, il 23 settembre 2011
prima nazionale

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