Dalla danza a Buñuel, per un gioco divertente che non farò mai più

Marianna Di Mauro

Marianna Di Mauro

Nuove Officine Laboratorio Babs è una compagnia di recente formazione con base a Roma. Sabato 2 febbraio debutteranno al Teatro Furio Camillo di Roma con il nuovo spettacolo “Un gioco divertente che non farò mai più”.
Per l’occasione, abbiamo incontrato l’autrice e regista Marianna Di Mauro, fondatrice della compagnia insieme a Roberto Sonica.

Nel tuo percorso di formazione c’è tanta danza. Quanta ne resta nei tuoi lavori da autrice e regista con Nuove Officine Laboratorio Babs? Si arriva fino al gesto, e poi?
Sono sempre stata curiosa di scoprire cosa si nascondesse in ogni mio movimento. La coreografia non mi ha mai veramente interessato; è ciò che rimane dopo aver danzato a incuriosirmi. Ogni giorno compiamo gesti nuovi e non ce ne rendiamo conto. Nei miei lavori c’è molta danza, ma non è codificata, riconoscibile. Non evitiamo la soggettività del gesto ma lo inseguiamo e raccogliamo per restituirlo, non come descrizione o pantomima, ma per filtrarlo in una sua elaborazione e restituirlo all’interno di un sistema di comunicazione ricco e forte. Alle volte anche incomprensibile. La parola arriva dopo, quando un’immagine da sola non basta. Le parole dette o recitate emergono in scena, assumono un significato anche gestuale, legato alla realtà fisica dei corpi, come detriti o diari di una realtà vissuta nel corpo. A volte è semplice, a volte molto complicato, dipende da un insieme di cose, ha a che fare con la vita in tutti i suoi aspetti.

Quanto e come ti sembra cambiato il modo di comunicare il teatro dalla tua laurea in Scienze della comunicazione?
La laurea in Scienze della Comunicazione sembra appartenere ad un’altra vita. Studiavo molta danza in quel periodo e frequentavo l’Accademia di recitazione, ero più giovane e meno consapevole di adesso. Stavo imparando tanto, ma non me ne rendevo conto. Quando frequentavo l’università, a stento avevamo computer e telefonino, tutto sembrava più lontano eppure, paradossalmente, più facile. Ora la quotidianità è dominata da una comunicazione-lampo, in cui la fruizione è istantanea, usa e getta. Il tempo del teatro invece è scandito in maniera totalmente diversa. Mi piace pensare che il pubblico che assiste ad un nostro spettacolo senta il tempo in maniera soggettiva, ognuno a modo proprio. Non facciamo un tipo di lavoro rassicurante, a volte ci si può sentire spaesati. La questione non è fare uno spettacolo più o meno bello, è riuscire ad attraversare la realtà. E questo è molto difficile.

Il tuo gruppo di lavoro, nato solo due anni fa, si propone come una combinazione di teatro, musica, danza, fotografia, video. In questi anni avete intuito una direzione precisa da prendere, oppure continuate a tendere l’orecchio verso ogni contaminazione?
Quando ho fondato la compagnia sentivo di avere molte cose da dire, e la contaminazione, “l’ibrido”, mi sembrava il modo migliore, il più completo. Ma in quest’ultimo anno ho sentito l’esigenza di semplificare. La contaminazione tra linguaggi differenti è molto complessa, ci vuole una conoscenza approfondita di ogni singola forma artistica, altrimenti si rischia di generare confusione, anche nello spettatore più attento e preparato.

Un gioco divertente che non farò mai più

Un gioco divertente che non farò mai più

In un tuo precedente spettacolo (“Take two. L’inevitabile conseguenza a cui Vale(2) ci sottopone”) la solitudine in scena dell’attrice descriveva anche lo smarrimento del personaggio. Come hai risolto, in questo caso, il rapporto di coppia fra i due fratelli protagonisti di “Un gioco divertente che non farò mai più”?
Lo smarrimento è una costante nei miei lavori. Inteso non solo come cedimento, scardinamento conseguente ad una crisi o ad un fallimento, ma anche come “perdita di controllo”. Quando accade, in un primo momento, ci sentiamo smarriti.
In “Take two. L’inevitabile conseguenza a cui Vale(2) ci sottopone” racconto di una donna che perde la ragione all’improvviso, credendo d’essere un’assassina, compie gesti ed elabora pensieri fino ad allora inimmaginabili. E’ completamente smarrita.
Nel nostro ultimo lavoro “Un gioco divertente che non farò mai più” i due fratelli arrivano, attraverso una serie di accadimenti, fino al limite di una convivenza sopportabile. Sono così persi da aver bisogno d’arrivare fin sull’orlo del baratro per decidere di iniziare a tirare il freno.

La nuova produzione è una riflessione sul film “L’angelo sterminatore” di Luis Buñuel. È ancora così attuale la sua critica alla borghesia? Qual è la forza che si nasconde dietro quest’impossibilità di andarsene di casa lunga cinquant’anni?
“L’Angelo Sterminatore” è disseminato di allusioni, in un testo-prigione simile al salotto che tiene in scacco i suoi personaggi: le domande sono semplici, le risposte lo sembrano altrettanto, eppure non c’è via d’uscita. I personaggi vi si scoprono futili, amorali, ipocriti, scortesi, aggressivi, grossolani e vigliacchi, ma a piccole dosi. Lentamente, con il perdurare delle condizioni di reclusione, i personaggi rinchiusi nella villa si abbandonano ai loro istinti più animaleschi, fino a compiere gesti inconsulti e assolutamente irrazionali. Buñuel aveva rifiutato ogni interpretazione simbolica del suo film, affermando che probabilmente l’unica possibile era che non ce n’era nessuna. E in questa prospettiva il film è molto bello: si può vedere come, in ogni momento, il senso è sospeso, senza essere mai, ovviamente, un non-senso.
E’ un film che scuote profondamente, al di là del dogmatismo, al di là delle dottrine. Considero molto attuale la sua critica del conformismo, il pessimismo e la consapevolezza del tramonto delle utopie, e il disagio che già all’epoca cominciava a manifestarsi nelle giovani generazioni. L’impossibilità di andarsene equivale all’incapacità di cambiare le cose. Ripetiamo sempre gli stessi errori. Da secoli.

Nella presentazione dello spettacolo hai scritto che si tratta di “un gioco”. Ma sarà davvero un gioco divertente da non rifare, oppure è diventato un gioco duro che ci accompagnerà fino alla fine?
Il gioco divertente è una scoperta che arriva all’improvviso, e la volontà di non rifarlo risiede proprio nella consapevolezza a cui ci conduce: potremmo essere liberi.
 

 

Krapp is a poor man


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