Daniel Pennac: noi, immersi in quel 6° Continente di rifiuti

Il 6° Continente

Il 6° Continente (photo: Pascal Victor – ArtComArt)

“Non moriamo perché ci stiamo guardando morire…”. E’ forse questa battuta a racchiudere tutta la forza de “Il 6° Continente”, spettacolo di Daniel Pennac per la regia di Lilo Baur, che ha aperto la stagione 2012/2013 del Teatro Stabile di Torino.

Sipario aperto e scena scarna, fatta di quinte movibili e fili stesi, per un pubblico non troppo numeroso in sala, in una fredda domenica di novembre. Ed è un peccato!

Peccato perché “ll 6° Continente” è uno spettacolo forte e delicato insieme, recitato con grande bravura da attori che regalano davvero il Teatro, quello con t maiuscola. Un teatro fatto di testo (non dimentichiamoci l’autore: Pennac) e attori, che recitano in francese con soprattitoli in italiano. Pochi fronzoli, pochi trucchi, giusto quelli necessari.


La storia parte dalla fine. Un uomo, per strada, viene spogliato di tutto: telefono, portafoglio, ventiquattrore, privato perfino dei vestiti e lasciato nudo, lì in mezzo alla strada.
L’uomo rimane indifferente, non si altera, non si ribella. Giace sdraiato in mezzo a tutti i suoi rifiuti: nel bel mezzo del Sesto Continente.

Il Sesto Continente non è un’invenzione letteraria di Pennac, purtroppo esiste davvero, e fluttua a nord del Pacifico, grande all’incirca quanto il Canada. E’ fatto di plastica e rifiuti umani. Fu scoperto per caso, alla fine degli anni ’90, da Charles Moore, magnate del petrolio che da allora si è convertito alla causa ambientalista e si adopera per far conoscere il disastro ecologico che l’uomo sta compiendo sul pianeta, contro la propria “casa” naturale.

Protagonista dello spettacolo è Theo, che ci racconta la storia della sua famiglia che, da piccola produttrice di sapone, diventa man mano una potenza nel business dei rifiuti.
Theo è nato tra il profumo di sapone, prodotto con amore dalle mani del nonno e di tutta la famiglia: dalla madre, che sposa l’operaio esperto, al fattorino che lo consegna.

Poi arriverà il padrino. Il venditore, il commerciale, l’uomo del business. L’uomo della svolta, insomma, che convincerà gli uomini a comprare il sapone per lavarsi prima di entrare in mare.
Il mondo del nonno di Theo finisce qui; lui che aveva scelto la strada della “pulizia” dopo un’infanzia a lavorare nelle miniere, lui che regalava odorosi (ma poveri) mandarini a Natale.

Il business cresce, dall’imballaggio del sapone alla fabbrica di imballaggi, dalla fabbrica allo smaltimento dei rifiuti.
Ed eccoci al nostro mondo, raccontato senza scendere mai nella morale. E così fa ancora più male. Perché ci specchiamo da soli e ci vediamo riflessi, senza troppe parole, di fronte all’impero dei soldi e ai valori che non esistono più. Tanto che di fronte alla ricchezza siamo disposti perfino ad uccidere: le coste, i mari, gli uomini che ostacolano il nostro cammino, gli ideali, l’amore.

La storia della famiglia di Theo è la storia del potere che non guarda in faccia nessuno in nome del profitto. E’ la nostra storia, insomma, quella di un’umanità che consuma senza bisogni, che crea una quantità enorme di rifiuti tanto da non sapere più dove metterli.
Così grande da creare questa smisurata chiazza nel mezzo del Pacifico (attualmente grande quanto due volte la Francia), in cui la plastica distrugge tutto.
Il Sesto Continente non è fantasia. Il turismo all’interno del vortice di rifiuti ci riporta facilmente ad altri tipi di turismo che disgustano… ma esistono.
“Non moriamo perché ci guardiamo morire”.

Solo, Theo, idealista come da ragazzino, cercherà di opporsi, ma verrà schiacciato, espulso ed esiliato proprio nella terra della spazzatura.

Come già la regista Lilo Baur aveva raccontatao a Klp in occasione di unintervista a giugno, “Il 6° Continente” è nato da un lavoro di ricerca tra attori venuti da tutto il mondo. E la ricerca, si sa, dà i suoi frutti. Lilo Baur parla del gruppo di artisti come di un sito archeologico, dove per trovare bisogna scavare.
Fortuna che c’è ancora qualcuno che ne ha voglia.

IL 6° CONTINENTE
testo: Daniel Pennac
con: Ludovic Chazaud, Claudia De Serpa Soares, Mich Ochowiak, Hélène Patarot, Kostas Philippoglou, William Purefoy e Ximo Solano
regia: Lilo Baur
scene: Oria Puppo
luci: Philippe Vialatte
costumi: Agnès Falque
musiche: Mich Ochowiak
collaborazione artistica: Clara Bauer
C.I.C.T – Théâtre des Bouffes du Nord Parigi/ Théâtres de la Ville de Luxembourg in coproduzione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Compagnie Rima / in collaborazione con Il Funaro di Pistoia e con l’aiuto di Roberto Roberto / con il sostegno di Cercle des Partenaires des Bouffes du Nord
traduzione soprattitoli a cura di Paola Goglio / soprattitoli realizzati da Neon Video
spettacolo con soprattitoli in italiano
durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 18 novembre 2012

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *