Dieci anni senza Carmelo. Elogio di un amico

foto tratta dal lungometraggio Un Amleto di Meno (1972) nella spiaggia di Forte dei Marmi

Foto tratta dal lungometraggio Un Amleto di Meno (1972) nella spiaggia di Forte dei Marmi (dall’account flickr di Karmelo Male)

“Mi manchi. Mi manchi come di più non si può mancare. Dove c’eri tu, c’era la massima incandescenza e c’era il massimo delle tenebre. Quella volta che mi hai detto: «Per la prima volta ho trovato un altro me stesso». Era il 6 novembre del 1981, a cena a Pisa, io e te soli, il ragazzo adorante e il vampiro gentile. Non era vero, eravamo tanto diversi, ma avevamo cose intime da scambiarci, due bambini che si dilettano e si disgustano delle stesse cose”.

A dieci anni dalla morte di Carmelo Bene, Giancarlo Dotto (giornalista, scrittore, autore teatrale e televisivo, per molti anni collaboratore e assistente alla regia di Bene, oltre che suo grande amico) lo ricorda con un piccolo pamphlet, “Elogio di Carmelo Bene a dieci anni dalla scomparsa”, che pare una lettera d’amore incondizionato.
Dotto aveva già scritto anni fa un più ampio volume (ripubblicato da Bompiani nel 2005), a quattro mani con lo stesso Bene, in cui l’artista salentino si raccontava nel pubblico e nel privato.


Il loro incontro risale al 24 agosto del 1981, nel bar del Teatro Quirino di Roma. Dotto, allora 29enne, si è laureato con una tesi sul teatro shakespearino di Bene (Il principe dell’assenza, che verrà poi pubblicata da Giusti). Quel giorno Bene sta provando in teatro il suo Pinocchio, ma in una pausa lo avvicina chiedendogli cosa faccia nella vita. Dotto, che ha appena vinto un concorso da giornalista, dovrebbe iniziare due giorni dopo la sua carriera in Rai. “«La Rai? Cazzate. Lascia stare, vai a perdere il tuo tempo, parti con me e Lydia [Mancinelli, ndr] in tournée». Scambiasti il mio silenzio per consenso, e lo era”.

Elogio di Carmelo Bene

La copertina del volumetto

Queste pagine, appena stampate dall’editore napoletano Tullio Pironti (in una già ricca collana di Elogi), sono un ricordo che si fa leggere d’un fiato, un’ora strappata al quotidiano e catapultata nell’eccesso d’una vita altrui, quella di Bene, liminale come una leggenda, e qui narrata per brevi aneddoti, frammenti, quasi una sorta di evocazione, o di diario intimo.

“L’abbiamo pensato insieme l’epitaffio. Avevi deciso. Un passaggio tratto da Sade: «Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi». Avevi appena detto in televisione che il Papa non esiste e, sulla presenza [al tuo funerale da vivo] del vescovo, il sindaco [di Otranto] manifestò, prudente, il suo dubbio.
Non ci fu mai quel funerale da vivo, perché tu nel frattempo sei morto e, da morto, il funerale non aveva più senso”.

Di disordine, invece, Bene fu causa anche da morto: sia al suo funerale ‘vero’, come raccontano le cronache, in un incontro/scontro infuocato tra le sue due ultime compagne, che poi – ancora – per un’eredità contesa da più parti, sullo sfondo di splendide dimore in altrettanto affascinanti contesti, oggetto di aspri dissidi. Per non parlare della creazione della fondazione L’Immemoriale, da lui menzionata nel testamento, ma di così tribolata realizzazione, o della mancata casa-museo a Santa Cesarea Terme, venduta all’asta appena un mese fa, quasi a sottolineare quest’anniversario.

Con la morte le voci dei detrattori, teatranti o critici che fossero, inevitabilmente si sono affievolite, ma rimangono accese le beghe ereditarie.
Molto lontano da tutto ciò sono le pagine che Dotto gli dedica in questo decennale, in una conversazione quasi personale, intima appunto. Anche se, avverte alla fine, meglio non fidarsi di chi dice di sapere tutto di lui.
Preferiamo comunque ricordarlo così, Carmelo Bene, attraverso le parole dell’amico giornalista e gli altri aneddoti che Klp oggi, per questa “giornata speciale”, ha deciso di raccogliere convogliando voci e immagini (in rotazione sulla nostra web tv fino a mezzanotte).

Ci congediamo allora dalla figura dell’amico con questo frammento, stavolta tutto teatrale.
“Ho passato le ore a spiarti, dietro le quinte – rievoca Dotto – Tu in scena a smaniare travestito da Pinocchio, i nasi che andavano e venivano, io che ti passavo i risultati del Milan e le corde per impiccarti. E in camerino, prima e dopo lo spettacolo, nelle tante notti insonni e deliranti. Quella della prova generale al Teatro Verdi di Pisa, quando hai preteso di riverniciare per l’ennesima volta quinte e fondali, aggiungendo il porpora al rosso, attorniato da attori e maestranze stremate, più morte che vive. Le lezioni agli attori, a quello che restava di loro, cancellati nelle maschere e nel playback. «Dovete essermi riconoscenti. Se vi privo della voce, se vi nego l’espressione, è per consentirvi di non essere più attori del basso genere umano»”.

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