Graham Vick: il mio Don Giovanni, succube della mercificazione dell’eros

Graham Vick durante le prove a Como (photo: Teatro Sociale di Como)
Graham Vick durante le prove a Como (photo: Teatro Sociale di Como)
Graham Vick durante le prove a Como (photo: Teatro Sociale di Como)

Graham Vick durante le prove a Como (photo: Teatro Sociale di Como)

E’ assai raro che i teatri d’opera che si devono misurare con la provincia e soprattutto con il suo pubblico si coalizzino per produrre un capolavoro “assolutissimo” come il Don Giovanni di Mozart chiedendo la collaborazione di un grande regista, noto soprattutto per le sue trasgressioni. Eppure questo, per una volta, è avvenuto.

Il Teatro Sociale di Como, il Pergolesi di Jesi, il Fraschini di Pavia, il Teatro Ponchielli di Cremona, quello dell’Aquila di Fermo, il Teatro Grande di Brescia, il Comunale di Bolzano e i Teatri di Reggio Emilia hanno scelto, tutti insieme, di produrre il capolavoro mozartiano affidandolo a Graham Vick, considerato uno dei registi più innovativi e originali della scena lirica contemporanea.

Ma è pur anche vero che è proprio quest’opera, più di ogni altra, che permette di essere trasgredita, tanto è potente la sua contemporaneità, tanto è perfetta e riverberante la sua struttura nella perfezione assoluta di un libretto, quello di Da Ponte, che consente a Mozart di toccare tutta la gamma dei sentimenti umani, che possono essere declinati in modi diversi, a seconda dell’epoca in cui essa viene rappresentata. Un’opera che, ricordiamo, può essere considerata paradigmatica della lotta tra il bene ed il male, connaturata però anche alla considerazione di come la vita possa essere vissuta gioiosamente al di là di ogni ordine morale. Infatti il protagonista non viene a patti con la statua del Commendatore che lo invita a cena per portarselo con sé, preferendo essere cacciato all’inferno, fiero della sua vitale umanità, lasciando gli altri umani alla loro triste realtà.
“Don Giovanni” (“Il dissoluto punito, o sia il Don Giovanni”) venne composta tra il marzo e l’ottobre del 1787, quando Mozart aveva 31 anni.
L’edizione qua scelta è quella della prima rappresentazione a Praga, nella quale, rispetto alle rappresentazioni viennesi del 1788, mancano due meravigliosi numeri musicali, rispettivamente le arie “Dalla sua pace” (Don Ottavio, atto I) e “Mi tradì quell’alma ingrata” (Donna Elvira, atto II).
Fu commissionata dall’imperatore Giuseppe II ma non andò tuttavia in scena, come di consuetudine, per la prima volta a Vienna, bensì al Teatro degli Stati di Praga il 29 ottobre 1787, riscuotendo un elevatissimo successo.
Dopo il debutto praghese, nel mese di maggio dell’anno successivo, fu finalmente rappresentata  al Burgtheater di Vienna, senza però fregiarsi del medesimo successo (il pubblico qui era più conservatore e forse l’argomento non fu tra i più graditi).

Non stiamo stavolta a ripetere, come nostro costume, il plot narrativo, rimandando i lettori che lo volessero conoscere nel dettaglio alla nostra recensione del Don Giovanni scaligero, diretto dal duo Carlsen-Barenboim che inaugurò la stagione 2011/12.
Ricordiamo solo che il librettista, per la stesura dell’opera, si ispirò a diverse fonti, fra cui un libretto di Giovanni Bertati, intitolato “Don Juan Tenorio”, ossia “Il convitato di pietra” e poi, ovviamente, ai due precedenti più illustri: il dramma in versi dell’anno 1630 dello spagnolo Tirso de Molina, da cui attinse i connotati più intimamente moralistici, e l’omonimo capolavoro di Molière, che fornì alla trama il senso del gioco, con i travestimenti e i capovolgimenti di scena. E’ dalla perfetta mescolanza di questi due elementi che Don Giovanni viene definito “dramma giocoso”.

Graham Vick immette subito Don Giovanni nella contemporaneità, presentandolo come uno sprezzante erotomane che fin dall’inizio bandisce dalla rappresentazione dell’opera ogni tenerezza amorosa, presentandosi da par suo in una discarica, dove un’ammucchiata di manichini femminili fa bella mostra di sé.
E subito fa del suo suv l’alcova preferita: è da lì infatti che Donna Anna fugge all’inizio della prima scena. E così, partendo proprio dal principio, ogni azione è attraversata dal sesso, il famoso duetto “Là ci darem la mano” tra Don Giovanni e Zerlina, l’amore disilluso di Elvira, prima vestita da infermiera religiosa, poi ferita, ma vogliosa di novello amore.

Lo stesso rapporto, di solito candido, tra i promessi sposi Zerlina e Masetto, è sempre attraversato da una carica erotica visibilissima.
Leporello è il fedele servitore del malandrino, gli stira le camicie e lo fornisce di cocaina ed eroina (qualche dubbio su questa seconda droga, che come si sa frena l’impulso amoroso, non lo accentua), e ben lo asseconda cambiandosi d’abito, mentre il Commendatore, un vecchio con tanto di girello,muore soffocato dalle mutandine della figlia.

La scena finale del primo atto, della festa in casa di Don Giovanni, si trasforma ovviamente in una specie di folle orgia a base di droga e sesso, come del resto si presume avvenisse nelle cene eleganti di arcoriana memoria. Ma non se ne abbiano a male i benpensanti, perché, veramente, ogni azione trasportata verso questa dimensione, soprattutto nel primo atto, ha la sua giusta caratura e necessità, dove le danze sono illustrate con ritmica fedeltà dal coreografo Ron Howell, e dove anche il sublime terzetto “Protegga il giusto cielo il zelo del mio cuor” esce dal fango e giustamente lievita in un’aura di giusta mestizia non caricaturale.

Nel secondo atto la vitalità orgiastica del protagonista, tra l’altro interpretato con bella forza espressiva sia nelle movenze che nella voce da Gezim Myshketa, si trasforma in bieca pornografia, e il nostro eroe, dietro una cinepresa, filma le giovinette che si concedono al “drago”. Don Giovanni, alla fine, non viene inghiottito dall’inferno, ma dalla platea, mentre tutti i suoi antagonisti si svestono, loro malgrado, in modo parossistico: la nostra società, volente o nolente, è dominata dalla mercificazione, dove il sesso ne è parte predominante, e tutti noi ne siamo contaminati.

In qualche modo la lettura del capolavoro mozartiano di Vick, nello sviscerare i sottotesti contemporanei del “Don Giovanni”, ci ha ricordato l’analoga operazione felicemente condotta da Antonio Latella per il suo “Arlecchino servitore dei due padroni” di Goldoni. Ovviamente non tutto ci ha soddisfatto e qualche eccesso di gratuita volgarità nel secondo atto ci ha anche infastidito. Alcune cose poi sono palesemente irrisolte, come le due corone di fiori con le parole “Padre e Papà” che non trovano nessun successivo risvolto scenico, mentre il personaggio di Ottavio è poco approfondito, i movimenti nel container nel secondo atto non sempre felici e il catafalco monumento del commendatore è francamente poco espressivo.

Altre, invece, ci hanno molto divertito, come la spiegazione che Donna Anna fa a Don Ottavio dell’aggressione subita, facendolo sedere su una semplice sedia davanti a sé. Dobbiamo anche sottolineare che il pubblico della prima al Teatro Sociale di Como, pur con qualche “buuu” destinato al regista, ha accolto con rispetto questa versione non certo ortodossa del “Don Giovanni”.

Anche la parte musicale affidata a giovani interpreti ci ha nel complesso felicemente convinto.
Gezim Myshketa si dimostra un Don Giovanni vitalistico e credibile, che duetta con le giuste sfumature con l’altrettanto credibile Leporello di Andrea Concetti.
Bene il Masetto di Riccardo Fassi ed efficace anche Marino Buccini nella parte del Commendatore; ancora acerbo ci è parso invece Giovanni Sebastiano Sala, come Ottavio.
Per quanto riguarda le donne, brava nel fraseggio Valentina Teresa Mastrangelo nel ruolo di Donna Anna, seppur in difficoltà con l’ultima aria “Non mi dir, bell’idol mio”; Federica Lombardi come donna Elvira è nel complesso precisa e dotata in modo persuasivo del temperamento che Mozart e Da Ponte le concedono anche se le sono state risparmiate le agilità di “Mi tradì quell’alma ingrata”, Alessia Nadin è una Zerlina, vivace e dotata di buona voce.

La discussione sulla regia ha fatalmente oscurato la buona prova del Coro AsLiCo e dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, diretta in modo felice da José Luis Gomz-Rios, che sottolinea in modo efficace e diversificato tutta la vasta gamma di sonorità che contraddistingue quest’opera, davvero unica nel panorama musicale.

A Bolzano, Teatro Comunale, il 22 e 23 novembre, e a Reggio Emilia l’11 e 13 dicembre.

DON GIOVANNI – Dramma giocoso in due atti KV 527
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto di Lorenzo da Ponte

Cast:

Don Giovanni Gezim Myshketa, Dionisios Sourbis
Don Ottavio Giovanni Sebastiano Sala, Matteo Mezzaro
Commendatore Mariano Buccino, Cristian Saitta
Donna Elvira Federica Lombardi, Mariateresa Leva
Donna Anna Valentina Mastrangelo, Ekaterina Gaidanskaja
Leporello Andrea Concetti, Leonardo Galeazzi
Masetto Riccardo Fassi, Davide Giangregorio
Zerlina Alessia Nadin, Alessandra Contaldo

Direttore: José Luis Gomez-Rios
Regia: Graham Vick
Scene e costumi: Stuart Nunn
Light designer: Giuseppe Di Iorio
Coreografo: Ron Howell
Maestro del coro: Dario Grandini
Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coproduzione: Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatro dell’Aquila di Fermo, Fondazione Teatro Comunale e Auditorium di Bolzano, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

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