Il ping pong e la danza secondo Jo Strømgren

A dance tribute to ping pong

A dance tribute to ping pong (photo: © Knut Bry)

È lunedì, giorno di lezione per una classe di studenti di ping pong. Quattro allievi entrano uno dopo l’altro; ad aspettarli un tavolo magico al centro della scena e il loro maestro, ubriaco e russante ai piedi di quest’ultimo.
Attorno a lui e per lui, narratore e guida dall’accento orientale, i quattro faranno mostra del proprio livello di preparazione al gioco e ai suoi rimandi nel corso di “A dance tribute to ping pong” di Jo Strømgren, presentato in prima nazionale al festival Intercity di Firenze, che quest’anno ha festeggiato i 25 anni di vita.

Dopo il suo omaggio al football, il coreografo e regista norvegese usa la metafora del tennis da tavolo per parlare alla danza della vita con parole semplici e paragoni prosaici, e lo fa concentrando nella voce off di un pupazzo non il commento all’esecuzione ma la sua profana abiezione alla sacralità di un mito, l’equilibrio fra le forze in campo.

Rappresentando alcune delle sue contrapposizioni più scoperte, il nuovo spettacolo sportivo di Strømgren non solo scopre le riduzioni minimali della realtà su cui fa perno, ma tenta anche di percorrere la linea netta della loro divisione. Su riduzioni per nulla sfumate e diluite, infatti, i quattro allievi-ballerini tracciano una patina pulita di passi e gesti meticolosi, sempre sorvegliati ed evidenziati da taglienti giochi di luce e inquadrature altrettanto studiate. Si fanno palline per poi sputare palline, si sfidano e si incontrano in un invisibile reticolo di calcoli e tracciati potentissimi e inevitabili, rimbalzando di volta in volta dentro e fuori scena.

Nel piccolo quadrato usato per la netta divisione del reale – non solo tra una parte e l’altra del campo, ma anche tra Yin e Yang, tra Bene e Male, tra paradiso e inferno, nonché tra l’unica donna e tre uomini – il riferimento intellettuale rappresenta uno stimolo, che evidentemente rimanda i propri riflessi nel quadrato teatrale che lo contiene, ma che soprattutto tende a esaltare la performance, o almeno questo sembrerebbe voler fare.
D’altra parte però la rassegna ironica e volutamente superficiale di frasi fatte e filosofia spicciola recitata dal maestro-pupazzo gravita attorno a un pianeta fisso, per avvolgerlo in una leggerezza affabulatoria che spesso confonde la serietà dell’opposizione per far spazio a squarci d’assurdo, talvolta a suggerire un gusto del ridicolo da cabaret.  

E’ proprio questa parola sovrastrutturata, citata o attribuita – a Bruce Lee, a Stephen Hawking o a Gibran – a prevaricare spesso su tutto il resto, distraendo l’attenzione dal movimento e dalla sua ricercatezza, senza però compiere nessuno spostamento sulla direzione del significante. In questo senso, le esecuzioni soliste e i confronti/scontri in sincronia rimangono gemme, seppur affascinanti e sportivamente teatrali ma forse troppo dimesse e assertive, nonostante l’innegabile bellezza delle figure.
Un tributo, senza l’adrenalina e la tensione della competizione. Una metafora, senza argini e senza margini ma intatta nella sua sferica pre-compressione, inesplosa e luccicante.

A dance tribute to ping pong

coreografia, costumi, oggetti, testo: Jo Strømgren
disegno sonoro: Lars Årdal, Audun Melbye
disegno luci: Stephen Rolfe
puppet design/maker: Stephan Østensen
performers: Sverre Magnus Heidenberg, Mikkel Are Olsenlund, Jan Nicolai Wesnes, Maria Henriette Nygård
cover: Stian Danielsen, Caisa Strømmen Røstad
direttore di produzione: Sunniva Steine
project manager: Kristin Skiftun
costumi ed oggetti sono stati prodotti in collaborazione con Riksteatret
sostenuto da Norsk kulturråd, Spenn.no
durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 10’’

Visto a Firenze, Teatro della Limonaia, il 20 ottobre 2012


 

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