Il rumore del silenzio: Sarti e Curino per i 50 anni di Piazza Fontana

Il rumore del silenzio (photo: Jacopo Gussoni)
Il rumore del silenzio (photo: Jacopo Gussoni)

“Il rumore del silenzio”, spettacolo dedicato da Renato Sarti a Piazza Fontana nel cinquantenario della strage, è un viaggio nella memoria per chi ha vissuto quegli eventi e per chi invece non ne sa niente. Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, è lo spartiacque tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. All’evento è dedicata l’intera stagione del Teatro della Cooperativa. Lo ricorda anche il disegno di Ugo Pierri sulla copertina del libretto che la illustra: la sagoma violacea di un uomo, l’ovale deforme della bocca che ricorda l’“Urlo” di Munch, la testa reclinata, un senso di squilibrio. E un orologio immortalato alle 16.37, l’ora dell’esplosione.
Fu la madre di tutte le stragi. L’Italia divenne teatro di massacri e omicidi politici. Sulla scena politica emergeva una sinistra extraparlamentare rabbiosa intenta a radicalizzare lo scontro. L’estremismo di destra andava ricompattandosi in chiave neofascista. Fra trame eversive e progetti di golpe, divampava la bufera istituzionale. Servizi segreti e apparati tramavano contro lo stato invece di difenderlo.

Lo stato, una strage, mille misteri. Impossibile far luce nella Storia. E allora tanto vale raccontare le storie. Questo fa Sarti. Che abituato alla satira sferzante e alla denuncia veemente, qui sceglie invece una via elegiaca. L’autore di “Chicago Boys” e “Mai morti” entra di soppiatto nei ricordi delle famiglie e nelle vicende personali di chi dentro quella piazza trovò la morte.
È una narrazione sottovoce, come in “Gorla, fermata Gorla” o in “Matilde e il tram per San Vittore”. Strane storie di macchine da rottamare e di cinture di pantaloni usate come tamponi per le ferite, di luminarie spente, di regali sotto l’albero aperti giorni e giorni prima di Natale. Storie di funerali di uno stato assassino dentro una città livida, e c’era solo silenzio. «Avevo una sensazione strana: eravamo pigiati come sardine eppure mi sentivo solo. Osservavo i volti: sembravano scolpiti».

In gilet e cravatta, Sarti rievoca sé stesso 17enne, appena giunto sotto la Madonnina da una Trieste compassata. Con voce sostenuta, rapida, ficcante, con ritmo a tratti accelerato, Sarti disegna la città dei locali e delle osterie, dei sogni infranti e da realizzare.
Quella del 12 dicembre era una Milano plumbea. Si portò via di 17 persone e poi Pino Pinelli, militante anarchico e partigiano (si badi bene) precipitato da una finestra della Questura. Si portò via poi il futuro di Valpreda, ballerino, anarchico anche lui, il capro espiatorio, il “mostro” da dare in pasto ai media, tre anni di galera, una vita violata, un’identità da ricostruire.

Accanto a Sarti, una Laura Curino in foulard, voce avvolgente, recitazione piana. Vive attraverso di lei Licia, la moglie di Pinelli. Sono i fotogrammi di un amore. Sono anche gli abissi di un dolore che non diventerà mai resa.
Curino carismatica catalizza l’attenzione. Nei rimbalzi con Sarti non cala il ritmo di una narrazione che ha del visionario, grazie anche al contributo dei disegni di Ugo Pierri e Giulio Peranzoni che scorrono sullo sfondo attraverso la video installazione di Fabio Bettonica.
Gli acquarelli crepuscolari di Pierri stemperano la violenza nel simbolo. Sono sagome ceree, volti evanescenti. I corpi sono macchie smorte dilatate. La solitudine annega nell’onirico. I colori si sciolgono nell’acqua: come la verità.
I disegni in bianco e nero di Giulio Peranzoni sono inquadrature cinematografiche in successione. Accompagnano il racconto come un graphic novel. Una nota surreale smorza la tensione ed esorcizza i sospiri del pubblico.
Il controcanto arriva anche dalle musiche originali di Carlo Boccadoro, tenui, mai invasive, che tengono la pièce in linea di galleggiamento. Il linguaggio visivo del lavoro si vale di pochi oggetti scenici (su tutti l’orologio fermo alle 4.37) ed è la porta per parlare con i giovani, che di questa storia sanno poco.
Forse è pleonastica l’appendice sulle mille tappe di un processo senza verità. Ma per Sarti ricordare è atto doveroso sempre e comunque. Del resto la memoria cronachistica, nei labirinti di una giustizia senza bussola, diventa sostegno per reggere l’impatto emozionale che rischierebbe di fagocitare la lucidità. E oggi, a cinquant’anni da Piazza Fontana, ma anche a meno di vent’anni dagli eventi loschi di Genova 2001, restare lucidi è più che mai necessario.

In scena fino a domani a Milano e il 19 a Lugano.

IL RUMORE DEL SILENZIO
con Laura Curino e Renato Sarti
testo e regia Renato Sarti
disegni Ugo Pierri e Giulio Peranzoni
video installazione Fabio Bettonica
musiche originali Carlo Boccadoro
assistenti alla regia Salvatore Burruano, Chicco Dossi
con il sostegno del Comune di Milano
con il patrocinio di
Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969,
ANED, ANPI Provinciale di Milano e Istituto Nazionale Ferruccio Parri,
con il contributo di CGIL, FLCCGIL, FISACCGIL, FIRST CISL, UILCA UIL
si ringraziano Licia, Claudia, Silvia Pinelli e
Piero Scaramucci autore del libro “Una storia quasi soltanto mia”
produzione Teatro della Cooperativa
spettacolo sostenuto nell’ambito di
NEXT ed. 2019/2020 – progetto di Regione Lombardia in collaborazione con Fondazione Cariplo
testo finalista 55° Premio Riccione per il Teatro

durata: 1h 35’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro della Cooperativa, il 10 dicembre 2019 (debutto in prima nazionale il 9 dicembre al Teatro Elfo Puccini)

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