Intime Fremde. Zona K e Lemming tra muri e intimità

Intime Fremde (photo: Marina Carluccio)
Intime Fremde (photo: Marina Carluccio)

Uno spazio asettico, antipurgatorio di figure bianche in tute sterili. Silenzio, tensione. All’ingresso in sala ci sono chiesti i documenti, siamo perquisiti. Ci vengono impartiti ordini, non siamo semplici spettatori: neppure padroni di sceglierci il posto. Siamo transfughi dalla terra di nessuno, ostaggi, reietti. Varchiamo il perimetro di uno spazio estraneo.

Il confine come barriera, ma anche come opportunità. È basata sulle mille declinazioni del concetto di muro la performance “Intime Fremde/Intimi stranieri”, quarta puntata con cui Teatro del Lemming, in collaborazione con Tatwerk Performative Forschung di Berlino, ha animato il Focus Democracy a Zona K a Milano.

Per la sala del quartiere Isola, filo rosso della stagione 2017 è l’Europa, attraversata con sguardo irriverente capace di evidenziarne le derive. Un percorso incentrato su gruppi tra i più interessanti della scena contemporanea europea, da Rimini Protokoll a Christophe Meierhans, da Theatre No99 ad Agrupación Señor Serrano.

“Intime Fremde”, coproduzione Welcome Project/Teatro del Lemming (D/It), parla di frontiere e appartenenza. Zona K affronta le recenti trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali del Vecchio Continente. Propone gli scenari liquidi che attraversano l’Europa, dalla Brexit al terrorismo, dal melting pot all’affermarsi dei partiti xenofobi. Sono orizzonti fuligginosi, di difficile lettura.

In “Intime Fremde” troviamo in scena Aurora Kellermann, Lina Zaraket e Serfiraz Vur: tre performer, una italiana, una libanese, una curda. Tre corpi, radici e biografie parallele. Storie di integrazioni e divisioni. L’incontro fra le performer e la regista Chiara Elisa Rossini avviene a Berlino, città ora sinonimo di progresso e unità, ieri simbolo di lacerazione.
Le artiste ci guidano a riflettere su confine e identità, sui concetti di origine e nazione. Le differenze possono essere vissute come limiti, ma anche diventare opportunità.

Una scena incellofanata. Voce fuori campo: «Quando ero bambina mia madre mi diceva sempre che ero una cittadina del mondo. E certo, era mia madre, le credevo. Tuttavia crescendo ho capito che quello era solo il suo sogno, il sogno di alcuni. Le frontiere esistono. Per la maggior parte sono invalicabili, per i fortunati accessibili. Per pochi sono utili e convenienti. Le loro linee e le loro regole talvolta cambiano, ma loro esistono».

Inglese, arabo, italiano: l’inizio dello spettacolo è un caos di lingue e accenti, di ordini e domande: “Ricordi il tuo primo bacio? Chi sono i tuoi genitori? Ricordi i tuoi sogni?”.
I meccanismi selettivi evocati sono quelli di sempre. Donne, uomini e bambini cercano il visto per ottenere la cittadinanza. Cercano un futuro migliore.
In scena c’è un parallelepipedo bianco. Vi sono proiettate immagini di varia umanità al femminile. Il parallelepipedo è un frigorifero, ne esce una donna nuda: dovrebbe essere l’immagine più commerciale, invece è quella più autentica. Tutte e tre le attrici si mettono a nudo: evidenziano la propria fragilità. Rettangoli di luce nel buio anziché liberarle le imprigionano. Proprio in quel frangente le tre donne si avvicinano al pubblico: lo irridono. La condizione di stranieri ci accomuna anche quando pretenderemmo di essere “padroni a casa nostra”.
Il muro di Berlino è caduto, ma il mondo è pieno di una miriade di altri muri che separano Paesi stranieri e dividono talvolta persino una stessa città: si pensi a Belfast. Le artiste ci invitano a prendere atto anche delle piccole barriere tra noi spettatori: riusciamo a tenerci per mano? Possiamo guardarci negli occhi?

L’arte è mezzo speciale per superare i confini. Mette in gioco le nostre paure. Il teatro è il luogo delle maschere. Ma proprio quando siamo spogliati e struccati, allora ci confondiamo. Abbiamo tutti gli stessi bisogni. Esercitiamo le stesse funzioni primarie. Baciamo, amiamo allo stesso modo.
“Intime Fremde” non è teatro civile. Non è neppure documentario. È solo una riflessione in sordina sul concetto di intimità che supera le diversità e la babele linguistica, sull’appartenenza, sul concetto di casa.
Viviamo gli uni accanto agli altri, ci sfioriamo continuamente, ma raramente ci intersechiamo. Le performer ci attraversano. Si siedono in mezzo a noi. Ci interrogano.
Tuttavia siamo noi che scegliamo fino a che punto farci coinvolgere. Entriamo nel gioco di rimbalzi della condivisione. Restiamo padroni della nostra intimità. È anche in questa delicatezza verso la nostra individualità, nel riconoscimento delle nostre peculiarità come persone, che il teatro si conferma terreno privilegiato di contatto, dialogo, scoperta di sé e dell’altro.

INTIME FREMDE/INTIMI STRANIERI
con Aurora Kellermann, Lina Zaraket, Serfiraz Vural
regia Chiara Elisa Rossini
luci Alessio Papa
di Welcome Project – The foreigner’s Theatre produzione Teatro del Lemming
in collaborazione con TATWERK PERFORMATIVE FORSCHUNG_Berlino

durata: 1h

Visto a Milano, Zona K, il 30 marzo 2017

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