Kilowatt. Le scelte energetiche dei Visionari 2012

Kilowatt 2012E’ unico nel suo genere, il festival Kilowatt (in scena fino al 29 luglio) organizzato nella cittadina toscana di Sansepolcro (AR) dall’associazione Capotrave.
Giunge quest’anno alla sua decima edizione, che per curiosa coincidenza cade nel millesimo anno di fondazione di questa terra che ha visto nascere Piero della Francesca.
Una rassegna curiosa e particolare perché affida la parte più importante del suo programma ad un gruppo di una ventina di spettatori comuni, appellati Visionari, che dopo aver condiviso durante l’anno – attraverso dvd – più di trecento spettacoli, propone la propria scelta al direttore artistico Luca Ricci.

Ma non è finita qui, gli spettacoli verranno poi discussi con un gruppo di addetti ai lavori, i Fiancheggiatori, che si confrontano sia con gli artisti che con i Visionari.
Tra questi Fiancheggiatori, a cui si aggiungevano di volta in volta qualificati ospiti occasionali, anche quest’anno Klp è intervenuto.


Il Tea-time del teatro delle Moire

Il Tea-time del teatro delle Moire (photo: L. Puricelli)

Scelta diversissima per accenti e contenuti è stata quella operata dai Visionari, una scelta quasi mai banale, e così abbiamo potuto “gustare” con interesse una nuova visione di lavori già visti più volte come “In factory” di Matteo Latino, vincitore dell’ultimo Premio Scenario, metafora coraggiosa di una generazione mandata al macello, o “It’s always tea-time” del Teatro delle Moire, performance senza parole sui riti sociali della tavola, che ci aveva molto solleticato durante il festival Luoghi Comuni a Bergamo.

Compagnie e spettacoli dunque non facili da seguire, che si gettano in profondo per cercare di rivoltare il linguaggio teatrale.
E’ il caso di “Porco mondo” di Biancofango, spettacolo in qualche modo consapevolmente sgradevole, dove Francesca Macrì mette in scena una coppia, Andrea Trapani e Aida Talliente, nel chiuso di una stanza, alla vigilia di Natale, a sbranarsi continuamente in una notte che la si vorrebbe custode di pace.
Difficile entrare in questo pur coraggioso spettacolo, che ci pare minimalista nel suo ostentato espressionismo, e dove i sentimenti, nel gioco ossessivo dei corpi che si cercano e nel contempo si evitano, paiono a volte uscire allo scoperto per poi immantinente reprimersi, per consegnarci un inferno quotidiano, segnato dall’impossibilità della connessione tra due esseri umani.

Argostudio in Prima di andar via

Argostudio in Prima di andar via (photo: Javer Delle Monache)

Spettacoli dove spesso, tra l’altro, fa anche capolino la morte.
In “Prima di andar via”, per esempio, scritto da Filippo Gili con la regia di Francesco Frangipane, gli spettatori, sul palco, circondano letteralmente una tavola apparecchiata, dove una famiglia (un padre, una madre e tre figli) sta consumando come ogni sera una cena.
La quotidianità del rito verrà interrotta da una frase, detta sottovoce, quasi un sussurro, ma dall’effetto dirompente: il figlio maschio ha deciso irrevocabilmente di uccidersi, non riuscendo più a “a digerire la vita” dopo la morte della moglie, impaurito di assuefarsi ad una nuova condizione che gli imporrebbe di dimenticarla.
Lo spettacolo vive nutrendosi delle reazioni dei consanguinei dell’uomo, che non riescono ad accettarne la volontà. E’ un teatro fatto di parole, nel solco della tradizione, in cui hanno dignità anche i silenzi e dove tutto, pur nella prevedibilità dei ruoli, ci è parso credibile e degno di commozione.

In “Il ritratto della salute”, produzione Atir, la morte invece sfiora il racconto vero di una guarigione. Chiara Stoppa, con la regia di Mattia Fabris, narra in prima persona il suo percorso di vittoria contro il tumore. E’ un percorso doloroso quello che viene narrato tra speranze e disillusioni, ma anche costellato da notazioni farsesche, che lo rendono godibile ed esplicativo per un pubblico totale.

Come corpo cade di Schuko

Come corpo cade di Schuko (photo: Paolo Spotti)

In “Come corpo morto cade” i morti sono invece in scena, come pure il pubblico in cerchio. Il gruppo milanese di danza Schuko conduce letteralmente gli ottanta spettatori ad essere protagonisti, muti ed impotenti, del dramma di Paolo e Francesca, così come li vede Dante nel V Canto del suo celebre poema.
Condotti sul palco attraverso la concitata danza (capace anche di sospensioni improvvise) di Marta Melucci, Francesca Telli, Cristiano Fabbri, illuminata da Paolo Spotti, gli spettatori diventano essi stessi Dante e Virgilio, osservando da vicino i corpi dei dannati, incessantemente costretti ad un moto senza tregua, che la musica di Alberto Boccardi esprime compiutamente. 

Leonardo Diana

Leonardo Diana

E’ ancora la danza a sposarsi stavolta con tutte le possibilità che la scena può offrire nelle sue diverse stratificazioni: pittura, musica, immagini digitali, tutte dal vivo. Sono loro il terreno su cui si esprime Leonardo Diana in “E l’uomo creò se stesso”. Performance breve la sua, di forte impatto visivo, che sollecita tutti i sensi in un gioco di immagini spesso ingannevoli, che rimandano alla figura umana e al suo evolversi.

Per poi scoprire un vero animale da palcoscenico, Massimiliano Donato, che, impersonando un becchino che vive tra le ossa, ne “L’archivio delle anime. Amleto” narra a brandelli, aiutandosi anche con il teatro di figura, la vicenda del principe di Danimarca.
Pian piano il palcoscenico si riempie di personaggi veri ed inventati, di oggetti, di semplici effetti speciali con un gioco all’accumulo, spesso beffardo, che tenta di capovolgere ogni volta il senso faticosamente acquisito  dallo spettatore.
Ma troppo spesso le invenzioni si perdono in un marasma concitato in cui è difficile districarsi, e forse è proprio quello che vorrebbe l’autore.

Infine, su presupposti interessanti, in parte disattesi, si muove la narrazione di Alessandro Pezzali del mantovano Teatro Magro che, in “Senza niente – l’attore”, parafrasando gli esercizi di stile di Quenau, attraversa tutti i modi di porsi del teatro.  
Molti sono i quadri che compongono questa divertente catalogazione delle forme teatrali, che Pezzali rende con indubbia capacità interpretativa, demistificando tic, movenze, vizi proposti come virtù di un mestiere che, al di là dei linguaggi usati, è oggi più che mai necessario, come viene enunciato nell’ultima parte (fin troppo retorica) dello spettacolo. Peccato che spesso anziché incidere espressivamente ed in profondità sui generi proposti, venga utilizzata la parodia, che fa sì sorridere ma non riesce a far emergere compiutamente il valore di una ricerca di per sé interessante.

Nove spettacoli assai diversi tra loro, dunque, ma che il proficuo confronto (assai raro) tra pubblico, critica e artisti conduce verso un’esperienza di reciproco ascolto ed approfondimento, in replica ormai da dieci anni con rinnovato entusiasmo.
 

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