La filosofia nel boudoir di Fabio Condemi: interrogo i miei spettatori. Intervista

La filosofia nel budoir (photo: Futura Tittaferrante)
La filosofia nel budoir (photo: Futura Tittaferrante)

Aprirà la stagione del Teatro India di Roma, dall’1 all’11 ottobre, “La filosofia nel boudoir” di Fabio Condemi, dopo aver debuttato nello spazio del Teatro Piccolo Arsenale, ed esserne riemerso come la migliore prova registica presentata fra i molti lavori in cartellone del 48° Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia.

La sua riattivazione del dialogo di De Sade si distingue per la capacità di trattenere la ribollente, e potenzialmente rude, materia sadiana in uno stato di congelamento possibile grazie a scelte impeccabili nella messa in scena; Condemi utilizza mezzi di un’eleganza sopraffacente, diretti verso un’estetica pienamente contemporanea ed essenziale da un lato, ed intimamente bambina, ludica ed un po’ analogica dall’altro.

La strada è insomma quella di una ricchezza di significati visuali individuata grazie ad una serie di intuizioni scenografiche semplicemente perfette: tra proiezioni estremamente materiche mediate da varie lavagne luminose, scene esplicite ridotte allo stato di lettura scenica e una scelta del tono attoriale resa in modo impeccabile dal Dolmancé di Gabriele Portoghese, oltre che dall’ottima Eugénie di Carolina Ellero e dalla molto brava Madame de Saint-Ange di Elena Rivoltini.

A susseguirsi in scena sono vari capitoli, presentati e titolati da cartellini proiettati su due grandi pannelli mobili che all’inizio lo spettatore si trova di fronte, per un’immersione totale nelle mani creative di chi sta manipolando la luce con acqua, colori e altri piccoli oggetti come aghi, forbici e lampadine.
Dall’alto scendono poi, per le scene sessuali, prossimi ai singoli attori, grandi cartelloni con i nomi dei personaggi scritti a caratteri cubitali, che ne reciteranno la parte leggendola solamente: ha qualcosa di monumentale ed assoluto, di distaccato dall’uomo e prossimo all’ideale, il dialogo di Sade portato in scena così, non censurato della sua filosofica tragicità, espressa al massimo grado dalle bestemmie urlate sul palco, e soprattutto riattivato evidenziandone la capacità di aprire, ancora oggi, problemi etici e morali in grado di non scadere, anche quando consecutivi alle più impensabili interiezioni allusive del piacere sessuale.

Di fronte alla sorprendente maturità del lavoro (che arriverà a Torino dal 9 al 13 dicembre), specie in relazione ai 32 anni di Condemi, abbiamo tentato di saperne di più sulle modalità del suo processo creativo, e non solo.

Fabio Condemi (photo: Claudia Pajewski)

Fabio Condemi (photo: Claudia Pajewski)

Di fronte alle trasposizioni di testi letterari nello spazio scenico del teatro contemporaneo, e non solo, si sentono spesso usare termini come “testo integrale” e simili. Di fronte a De Sade, però, viene da pensare che la categoria di integralità si apra ad un grado maggiore, ed anche a livelli differenti, di problematicità. Al di là del fatto che il testo, pur con i necessari tagli, è stato da te ripreso con piena fedeltà, quale “integralità” per la tua “Filosofia nel boudoir”?
Spesso mi piace confrontarmi con testi che non nascono per essere rappresentati. Nel mio ultimo lavoro (“Questo è il tempo in cui attendo la grazia”), un monologo interpretato da Gabriele Portoghese, abbiamo utilizzato le sceneggiature cinematografiche di Pasolini per costruire una drammaturgia fatta di immagini evocate, descrizioni e frasi, in modo da creare un film nella mente di ogni spettatore.
Nel lavoro precedente (“Jakob Von Gunten”), il testo era il romanzo in forma diaristica scritto da Robert Walser nel 1909. In quest’ultimo caso (“La Filosofia nel boudoir” del Marchese de Sade) si tratta di un testo scritto in forma drammatica e teatrale, ma anche ‘irrappresentabile’ perché assomiglia più a un dialogo filosofico fatto per essere letto che a un testo teatrale. Anche in questo caso abbiamo lavorato sull’idea di ‘proiettare’ il testo nella mente dello spettatore, cercando di non rappresentarlo ma di metterlo in vibrazione.
Per farlo ho dato al lavoro una struttura. Si apre con un prologo tratto dalle “Operette morali” di Giacomo Leopardi e prosegue con cinque lezioni immorali e ‘scellerate’ (Sade per Klossowski era il filosofo scellerato per eccellenza). La prima lezione è una sorta di grammatica sadiana (con un riferimento ai testi di Roland Barthes), la seconda è una lezione di estetica che prende spunto dalle riflessioni di John Berger sul nudo e da un testo di Didi-Huberman (“Aprire Venere, nudità, sogno, crudeltà”), la terza è una particolarissima lezione di musica e composizione; la quarta una lezione di storia della rivoluzione francese (non dimentichiamoci che questo testo nasce esattamente in quel periodo); infine una quinta lezione che si chiama come un saggio di Simone de Beauvoir (“Dobbiamo bruciare Sade?”) e lascia negli spettatori una serie di interrogativi, o almeno spero.
Il testo di De Sade è crudo e freddo (studia gli esseri umani come un entomologo studierebbe degli insetti) ed è pieno di punti di domanda. Nello stesso modo, il mio lavoro vuole interrogare costantemente gli spettatori.
Per concludere direi che il tentativo è stato quello di non rappresentare ma di mettere in vibrazione la materia letteraria e visuale con la quale ci stavamo confrontando.

Appunti per la regia tra i cahiers di Fabio Condemini (photo: Futura Tittaferrante)

Appunti per la regia tra i cahiers di Fabio Condemini (photo: Futura Tittaferrante)

Il tuo lavoro dimostra di essere pienamente aggiornato sulle più recenti novità del gusto visuale e artistico contemporaneo. Il tuo rapporto con le altre arti, esterne a quelle del teatro, è una fonte del tuo processo creativo e, in particolare, di quello che ha portato alla “Filosofia nel boudoir”?
Il termine ‘aggiornato’ non mi piace molto per descrivere il mio rapporto con le arti visive. Penso che l’atto del guardare, come diceva John Berger, non sia così naturale e innocente come siamo portati a credere, e preferisco un approccio lento nell’osservare ad una saturazione di informazioni visive. Leggo molto al riguardo, e le osservazioni dello stesso Berger, di Didi Hubermann o di Carlo Ginzburg sull’argomento sono sempre molto stimolanti. C’è poi un libro bellissimo, che per me è un riferimento costante per ciò che riguarda la rappresentazione, ed è “Lezioni di fotografia” di Luigi Ghirri, dove si parla in maniera intelligentissima di cosa sia un’immagine e di quanto possa essere terribile e piena di grazia al tempo stesso.
Da qualche anno tengo dei quaderni dove accumulo annotazioni, diari e tanti disegni. Disegnare un luogo o un oggetto, creare quel legame tra lo sguardo, lo spazio esterno e la matita, di cui parlava Valéry nel suo saggio su Degas, mi aiuta tantissimo nel pensare in che tipo di spazio gli elementi della drammaturgia che sto assemblando possono trovare sistemazione e respiro.
Per quanto riguarda “La Filosofia nel boudoir” io e Fabio Cherstich (che firma la drammaturgia delle immagini e il dispositivo visivo nei miei lavori) abbiamo lavorato sull’accostamento di una serie di immagini e di pensieri. Abbiamo ragionato sul rapporto interno/esterno partendo dalle parole di Roland Barthes nel suo saggio su Sade: “La chiusura del luogo sadiano permette l’immaginazione”. Abbiamo poi abbinato a questi pensieri una ricerca sul secolo dei lumi.
Anche se non è in costume d’epoca, nel lavoro ci sono tantissimi riferimenti al ‘700 e alla rivoluzione francese (evento che ha dato inizio al mondo moderno). Ci sono anche molte declinazioni del tema luce/buio, proprio come nel testo di Sade in cui la metafora della luce che illumina le tenebre è usatissima.
Nel prologo del lavoro – una sorta di film-collage fatto con l’utilizzo di lavagne luminose, acqua e colori – compaiono condensati molti di questi temi. L’utilizzo delle lavagne luminose in scena consente di vedere in diretta il rapporto tra luce, sguardo e materia. Questi elementi danno vita a un lavoro-puzzle che gli spettatori possono assemblare continuamente in una composizione che ha luogo in teatro ma soprattutto nella memoria dello spettatore.

Nel tuo lavoro si percepisce, poi, la totale inscindibilità del nesso drammaturgia-scenografia, e questa conduce alle volte ad una parola detta ma non agita, che si sublima nell’estetica complessiva dell’accadimento scenico, del quale lo spettatore non può che essere, appunto, un visitatore creativo. Pensi che questo sia un futuro possibile – l’unico, o uno dei molti? – per un teatro senza retorica capace di rimanere prossimo al presente?
In un libro molto bello sul disegno ho letto che i bambini, fino a una certa età, hanno un senso molto profondo della composizione e bilanciano perfettamente i pieni e i vuoti nel foglio sul quale disegnano. Lo spazio bianco e quello colorato hanno lo stesso peso nella composizione, e per me è la stessa cosa quando sono alle prove e soprattutto prima delle prove, quando penso e progetto il lavoro. Non so se questo sia il futuro, ma è certamente il mio modo di tornare all’infanzia, a quei disegni dove tutto era, per un fragilissimo e luminoso equilibrio, in perfetta proporzione e relazione. L’eleganza è questo, credo.
Per quanto riguarda la scenografia preferisco parlare di spazio, più che di scena. A tal proposito concludo consigliando un libro che ho amato molto e dal quale ho tratto un programma radiofonico in 10 puntate per Radio India, durante la chiusura dei teatri a causa della pandemia da Covid-19: “Specie di spazi” di Georges Perec.

La filosofia nel boudoir
di D.A.F. De Sade
traduzione e adattamento di Fabio Condemi
regia e drammaturgia di Fabio Condemi
drammaturgia dell’immagine, dispositivo visivo e costumi di Fabio Cherstich
sound designer Igor Renzetti
light designer Camilla Piccioni
con Carolina Ellero, Marco Fasciana, Candida Nieri, Gabriele Portoghese, Elena Rivoltini
assistente ai costumi Marta Montevecchi
composizioni vocali Elena Rivoltini
assistente alla regia Marco Fasciana
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Teatro Piemonte Europa

vietato ai minori di 18 anni

Visto a Venezia, Teatro Piccolo Arsenale, il 17 settembre
Prima assoluta

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