La nuova consapevolezza degli Orfani di Kronoteatro

Orfani di Kronoteatro

Orfani di Kronoteatro (photo: Alba Crapanzano)

Kronoteatro ripropone, a qualche anno di distanza, uno dei suoi lavori più noti, parte fondamentale della trilogia “Famiglia”, incentrata su tematiche generazionali e che vede la collaborazione della drammaturga Fiammetta Carena, del danzatore Davide Frangioni, della scenografa e costumista Francesca Marsella e del musicista Enzo Monteverde.
Il progetto viene inaugurato con “Orfani_la nostra casa” nel 2008 e prosegue con “Pater Familias_dentro le mura” nel 2011 chiudendosi con “Hi Mummt_frutto del ventre tuo”, presentato la scorsa estate.

Dopo lo spettacolo, di cui Klp aveva già parlato al suo debutto, abbiamo fatto una chiacchierata con Maurizio Sguotti, regista e interprete di “Orfani_la nostra casa”.

Com’era nato il progetto?
“Orfani” è stato il primo lavoro di Kronoteatro, e la compagnia si è strutturata attorno a questo percorso. Si iniziò nel 2007 attivando il nostro laboratorio permanente ad Albenga (Sv) che ha portato a creare il primo tassello del progetto. Il laboratorio ha visto nascere una collaborazione molto forte ed intensa tra un professionista maturo sul piano artistico e colleghi più giovani, un “patto” di reciproco scambio, un elemento peculiare di novità e forza che è alla base del nostro sodalizio artistico. Il testo è nato di pari passo al lavoro laboratoriale così come le scene, i costumi e le musiche.

Un lavoro complesso anche per ciò che riguarda la definizione dei vari ruoli nello spettacolo, il sostenere identità altre da sé, con inevitabili risvolti psicologici.
Dal punto di vista della costruzione dei personaggi, teatralmente abbiamo lavorato sulla verità e sulle caratteristiche dei giovani attori coinvolti, che hanno portato all’interno dello spettacolo la loro freschezza, la loro spontaneità e la loro energia. Anche le situazioni psicologicamente più pesanti sono sempre state gestite da tutti con grande spontaneità, cercando di lavorare sul realismo e la verità, ma senza mai cadere nello psicodramma. Il gruppo è molto coeso e compatto, non ci sono mai state sovrastrutture che hanno limitato la partecipazione totale degli attori alle varie situazioni sceniche anche le più scabrose e violente. Il nostro segno teatrale è questo ed è stato subito condiviso da tutti.

Riportare in scena, a distanza di tempo, una creazione di questo tipo, credo implichi degli effetti collaterali, qualcosa di imprevisto…
Dopo quattro anni riprendere lo spettacolo è stato molto interessante perché ci ha dato la possibilità di approfondire ancora il lavoro. Abbiamo fatto alcune modifiche al testo, i personaggi sono cresciuti anche perché gli attori giovani sono ovviamente cresciuti in questi anni (sia artisticamente che di età) e hanno portato nello spettacolo una nuova consapevolezza.

Orfani di Kronoteatro

(photo: Alba Crapanzano)

Il rettangolo di terra che compone la base fisica e metaforica del vostro lavoro influenza il pubblico, regalando profumi e sensazioni particolari. E’ così anche per voi che ci vivete dentro?
La terra, in “Orfani”, fa parte della drammaturgia: dalla terra tutto nasce e muore. L’azione si svolge in uno spazio-prigione-dormitorio, un luogo primordiale senza tempo, formato da un pavimento di terra scura che accoglie i corpi dei cinque  ragazzi che, sempre più manipolati e plagiati dal Maestro, si trasformano pian piano in suoi discepoli, unendosi quasi carnalmente con la materia “terra”, che diventa elemento essenziale per la loro trasformazione e la loro nuova natura. Lavorare con questa materia è molto faticoso sia da un punto di vista fisico che logistico, ma ti dà la possibilità di tirare fuori la parte più bestiale dell’essere umano.

Per quanto riguarda invece lo spettatore, riuscite ad avvertirne la forte presenza?
Il pubblico, che è così vicino allo spazio scenico, seduto ai bordi della vasca di terra, vive tutte le azioni che si susseguono nello spettacolo in modo molto diretto e coinvolgente. Sono osservatori, è come se spiassero dal buco della serratura tutto quello che succede in quel luogo oppressivo. E’ uno spettacolo duro, che dà qualche pugno nello stomaco, ma che tocca anche alcune corde emotive che ognuno di noi possiede. Le tematiche affrontate sono universali e ogni spettatore non stenta a riconoscere qualcosa che gli appartiene. Il rapporto diretto con il pubblico e con pochi spettatori (50), in uno spazio raccolto come nella sala Gustavo Modena del Teatro Archivolto di Genova, è formidabile per creare questo genere di scambio.
 

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