Latella e la nostra Italia tra le Nuvole

Le Nuvole - Antonio Latella
Le Nuvole - Antonio Latella

Le Nuvole – Antonio Latella (photo: Teatro di Roma)

Con questa messinscena de “Le nuvole” di Aristofane Antonio Latella sembra aver messo a fuoco un’intuizione sottile, una scintilla facile a estinguersi. Per trasformarla in un incendio.

Recentemente mi è capitato di studiare un saggio di Roland Barthes sul teatro greco (ne “L’ovvio e l’ottuso”, 1985). Il filosofo francese fotografava l’Atene del V secolo come apogeo culturale e sociale, acme massimo dell’intelligenza classica, che avrebbe fatto scuola nei secoli. Passava poi a una scrupolosa analisi del teatro greco come struttura. Dalla costruzione a cono di scena e gradinate, fino all’“installazione” del pubblico quasi fosse ulteriore elemento scenico, Barthes descriveva uno spettacolo straordinariamente polisemico (musica, canto, parole, danza) e talmente basato sulla partecipazione di un pubblico del tutto immerso in una condizione di peculiare permeabilità percettiva da risultare, per gli studiosi moderni, pressoché impossibile da comprendere a pieno.

In altre parole, quelle che vengono studiate come tragedie e commedie “classiche” e le loro messinscene moderne non sono che l’ombra sbiadita di una forma di spettacolo che, in definitiva, non esiste più. Semplicemente perché non esiste più la Grecia del V secolo, che le ospitava in quanto eventi totali. Per quanto riguarda la commedia, non esiste più l’attualità cui essa si riferiva.
Gli spettatori moderni assistono tuttavia alla prova viva di come quelli fossero veri e propri capolavori, capaci di suscitare la risata ancora oggi, fosse anche solo perché gli argomenti – educazione, moralità dei costumi, politica – sono davvero gli stessi. Eppure manca del tutto, negli spettatori, la sensazione di star assistendo a qualcosa di toccante, di determinante, di rivelatore, di pedagogico. In definitiva di attuale.


Questa verità Latella sembra coglierla con grande arguzia quando realizza che, per dare senso a una nuova messinscena di Aristofane, il cortocircuito da far scattare è uno e uno solo: il rapporto con il pubblico. Nelle note di regia si legge che la vera sfida di queste “Nuvole” è nel rappresentare un mondo altro. La regia di Latella, caratterizzata dalla solita prorompente creatività, immagina un Pensatoio simile alla Wonderland di Lewis Carroll. Lì Socrate regna come la Regina di Cuori, agisce attraverso decine di piccoli araldi, personaggi scompaginati sparsi per un viaggio che Alice compie nel sonno.

Lo spettacolo comincia infatti nel buio, con Strepsiade che alza la voce sopra un coro di russate lamentandosi dell’inettitudine del figlio Fidippide. Sarà sua intenzione fare una visita al Pensatoio di Socrate, per chiedere che Fidippide venga ammesso come studente. E il suo sarà un viaggio “attraverso lo specchio”. Varcherà una minuscola porta fatta come il boccascena di un teatro in miniatura, vivrà la stessa inerzia di un’Alice inerme, in attesa di svegliarsi da un sonno troppo vivido.
Fidippide sarà un pupazzo gigante, con nudità belle in vista, animato dal clownesco Massimiliano Speziani, che interpreta anche Socrate stesso. Marco Cacciola e Maurizio Rippa saranno come diavoli allucinati, simbolo di un popolo di falsi pensatori.
Se in un primo momento, nonostante il divertimento, ci si sente estranei, presto si capisce il gioco. Latella trascina gli spettatori dentro il Pensatoio che è come la buca del Bianconiglio, li stordisce a colpi di discorsi forsennati, numeri da opera di eunuchi (la performance da soprano di Rippa è davvero notevole), entrate clownesche di personaggi che volutamente non hanno capo né coda, si riconoscono simili in quelle scarpe sovradimensionate da pagliacci d’altri tempi.

Ed ecco che, tempo che arriva l’intervallo, la sala è conquistata. La vicinanza prepotente data dal passeggiare degli attori in platea e dalle luci alte sulla sala ha significato, per 45 minuti, privazione forzata di ogni tipo di anonimato: è straniante sentirsi continuamente costretti, nell’inseguire gli attori sparsi tra le poltrone, a incontrare gli sguardi degli altri spettatori. Latella ci ha stretto attorno una morsa di messa in causa. Siamo sequestrati. Quando torniamo ai nostri posti, gli occhi sono pronti ad assistere alla discesa finale, il famoso agone tra il “discorso migliore” e il “discorso peggiore”. La goccia cinese messa in atto ai nostri danni dagli attori durante tutta la prima parte ci ha preparati ad accogliere il lato pedagogico, a ricevere il messaggio.
Scendono sul palco due dozzine di scheletri umani penzolanti nelle posizioni più svariate, mentre si prepara l’ironica lotta tra il bene e il male. La dialettica fondamentale.
Allora ha senso – ed è un senso tragico – che il “discorso migliore”, quello conservatore, quello della moralità, sia da Cacciola recitato con toni da Duce, quello “peggiore”, libertino, accomodante, caldo, consegnato al pubblico con contatto fisico e parole confortanti da Speziani, dispensato direttamente in platea. E questa stessa “visione moderna” costerà le bastonate a Fidippide, che per vendetta darà fuoco al Pensatoio.
Latella è severo e spietato: noi spettatori siamo dei “rotti in culo”; agli scheletri, in scena, si sostituiscono degli scimmioni con fascia tricolore da sindaco, come dire che il risultato è comunque negativo: scheletri che sembrano vivi ma restano morti, o scimmie esseri vivi ma senza più cervello, al suono di una “Povera patria” di Battiato, sussurrata a voce rotta.

Allora ecco il trucco che smentisce Barthes. L’unico modo per farci ascoltare ancora Aristofane: creare un mondo altro che ci si sgretola attorno, come Paese delle Meraviglie. O degli Orrori.

LE NUVOLE
di Aristofane
traduzione: Letizia Russo
regia: Antonio Latella
produzione: Teatro Stabile dell’Umbria
interpreti: Marco Cacciola, Annibale Pavone, Maurizio Rippa, Massimiliano Speziani
scene e costumi: Annelisa Zaccheria
suono e musiche: Franco Visioli
ideazione luci: Giorgio Cervesi Ripa
durata: 2h
applausi del pubblico: 4’ 33’’

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 19 gennaio 2010

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