L’equilibrio degli opposti nella natura di Lemi Ponifasio

Lemi Ponifasio

Lemi Ponifasio al Romaeuropa Festival (photo: Sebastian Bolesch)

A volte non c’è nulla di più realistico di un’immagine metafisica.
A volte la danza si ferma e vibra con forza nelle vene, fluttua silente tra le tensioni muscolari.
A volte il canto di un popolo si trasforma in pianto universale e grido ossessivo di un pianeta sofferente.

Tutto questo è “Bird with skymirrors” del samoano Lemi Ponifasio, considerato una delle voci più potenti della danza internazionale, arrivato al Romaeuropa Festival la scorsa settimana.
Coreografo poco conosciuto in Italia, con la sua compagnia Mau (che in samoano significa “il mio destino” ma anche “rivoluzione”, con riferimento a un gruppo indipendentista del ‘900), dal ’95 porta avanti una vera e propria riflessione artistica, politica e filosofica, con un approccio all’arte come unico mezzo in grado di condurre l’uomo a scegliere la pace, la qualità della vita, il miglioramento esistenziale.  

In attesa di “Bird with skymirrors”, presentato in prima nazionale al Teatro Argentina, l’impressione è che tutto in città contribuisca a facilitare la futura lettura dello spettacolo. A partire dalla giornata piovosa e trafficata, in cui non solo è difficile spostarsi e raggiungere lo storico teatro romano accerchiato dalla confusione urbana, ma in cui è difficile persino respirare per l’affollamento caotico nei mezzi pubblici e per i gas di scarico delle auto.


Entrando nell’ottocentesca sala, avvolti dal buio e da suoni vibranti, pare di essere immediatamente catapultati in una realtà altra, extraterrena e atemporale: una sensazione che coglie gli spettatori allontanando la frenesia metropolitana.

Il magistrale disegno luci, dai forti contrasti chiaroscurali, è il vero protagonista dei primi minuti di spettacolo. Un monolite nero taglia lo spazio in diagonale. Un fascio di luce crea un muro in avanscena nascondendo gli spostamenti dei performer, che appaiono inaspettatamente in punti diversi dello spazio. Corpi nudi mutilati da macchie di luce sembrano trasmutare lentamente ma inesorabilmente. Una schiena diventa uccello in volo, acqua di mare, vento e respiro animale.

L’ispirazione di “Birds with skymirrors” nasce nell’atollo di Tarawa, dove Ponifasio ha osservato una particolare specie di uccelli tropicali, le fregate, portare nel becco quello che sembravano essere degli specchi liquidi, degli “skymirrors” appunto. Si trattava invece di pezzi di nastro magnetico, raccolti sull’Oceano Pacifico, tristemente definito “la grande autostrada dei rifiuti”: così un’immagine inizialmente di grande suggestione ha cambiato radicalmente di segno e dato l’input per lo spettacolo.

Il lavoro accompagna infatti con lentezza lo spettatore in una riflessione sulla distruzione del pianeta, con notizie poco consolanti di perdita dell’innocenza e morte della tribalità. Un susseguirsi di quadri viventi e pulsanti compongono una visionaria immagine della realtà, in cui la danza si trasforma in rituale, cerimonia e canto, lontano dalla banalità didascalica di alcuni esempi di teatro politico eppure in grado di veicolare un messaggio ecologico e non solo.

Una danza essenziale, fatta di piccole vibrazioni delle dita, di contrazioni muscolari e di ritmo vocale. Le voci e i canti in lingua maori introducono la straziante immagine video, retroproiettata su un muro trasparente e lucido sul fondo della scena, di un cormorano morente invischiato in una macchia di petrolio nelle coste dell’Oceano Pacifico.
L’immagine irrompe velocemente dapprima con un solo fotogramma, insinuandosi nella mente degli spettatori, fino a farsi sempre più invadente e ripetuta durante la pièce.

In scena un gruppo di monaci vola sui piccoli velocissimi passi, e con gesti e movimenti delle braccia racconta la storia eterna di un’umanità distruttrice. I personaggi appaiono come divinità, simboli degli elementi naturali ed entità sovraumane, innalzando un canto di lotta e rivendicando un cambiamento culturale, sociale e soprattutto esistenziale.

La scena è per Ponifasio uno spazio filosofico per fare luce sul mondo, il luogo propizio e prescelto per la riflessione e la contemplazione, in opposizione alla frenesia mediatica della nostra quotidianità. L’artista dimostra un’attenzione particolare all’arte figurativa e poetica mondiale (le citazioni a “La nascita di Venere” di Botticelli e “La conferenza degli uccelli” del poeta persiano Farid ud-Din Attar), intersecando il proprio bagaglio culturale samoano a riferimenti artistici e filosofici di altre culture.  

Un corpo unico è quello dei movimenti sincroni degli uomini, tanti tasselli di un’unica entità vivente umana. Un corpo unico e immenso, nell’unione con l’immagine proiettata del cormorano morto, quella dell’uomo-uccello, nudo con una grande maschera sulla testa, divinità e simbolo della natura. I personaggi maschili sono gruppo, accumulo di cellule nella rappresentazione dell’umano e, di contro, solitari e imponenti nella metaforizzazione di un’idea.

La figura femminile è invece più misteriosa ed emblematica, urlante e feroce. Dapprima si spoglia, svanendo tra le macchie di luce che la bagnano ingoiandola nel buio, poi si veste elegantemente di nero, irrompendo attraverso grida e canti di lotta maori, parole strazianti e devastanti comprensibili solo se inserite nella totalità di voce-suono, luce, movimento e musica. L’immagine femminile viene recepita come una voce extradiegetica, sopra il tempo e lo spazio. Senza ciò che le circonda svanirebbe la loro forza, senza la totalità scenica non si percepirebbe la loro assoluta necessità.

Nella trattazione e creazione dei personaggi, yin e yang si incontrano, l’energia diretta e lineare dei protagonisti maschili assume un senso attraverso quella circolare dei personaggi femminili.
Ecco allora la necessità che gli opposti si incontrino per creare equilibrio. Il male si rivela per dar forza al bene. La distruzione si mostra nella sua atrocità per aprire le porte alla creazione e alla crescita. Dalla visione della morte si apprende l’importanza di rispettare la vita in ogni sua forma.
Così la sublimazione di un’idea in danza aggiunge un granello di pensiero altruistico in centinaia di spettatori in tutto il mondo.

A volte è necessario annullare lo spazio per vedere ciò che ci circonda.
A volte è necessario fermare il tempo e trasformarlo in respiro per renderlo palpabile.

Bird with skymirrors
di Lemi Ponifasio-Mau
produzione: MAU
coproduzione: Theatre de la Ville – Paris, Theater der Welt 2010 Ruhr, Spielzeit ‘europa, Berliner Festspiele Berlin, Wiener Festwochen, KVS Brussel, Holland Festival, Mercat de les Flors Barcelona, de Singel Antwerpen, New Zealand International Arts Festival
in corealizzazione con Teatro di Roma
durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 26 ottobre 2012


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *