L’incurabile pestilenza dei Maniaci D’Amore, a prova di vita

I Maniaci d'amore in Biografia della peste

I Maniaci d’amore in Biografia della peste (photo: festivaldellecolline.it)

“Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco”.

Si apre così uno dei libri meno accademici di una tra le figure più riconosciute dell’antipsichiatria: Ronald D. Laing.
C’è un filo sottile tra questo piccolo volume di “poesia della nevrosi” (non a caso dal titolo “Nodi – Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali”) e “Biografia della peste”, spettacolo grottesco del duo torinese Maniaci D’Amore per la regia di Roberto Tarasco, che sabato sarà ospite a Pagani (Salerno) all’interno della rassegna Scenari Pagani.

Qui, il pragmatismo tanto preteso degli elementi narrativi, il concatenarsi delle azioni e l’azione stessa apparentemente non si rivelano, perché ciò che accade, in verità, è solo un fatto: all’improvviso, strappato al suo monologo dispersivo e vorace, un ragazzo sul ciglio di un marciapiede viene investito e muore. Lo sentiamo morire. Buio.


Ma è proprio in quell’unico e semplice atto dinamico, da quel primo cambio di scena così essenziale, veloce e sfuggente, che “Biografia della Peste” esplode nelle sue annodature verbali, negli scenari surreali, sottilmente postnucleari, di un narrato talora a singhiozzo, talvolta isterico ma sempre ironico, che ci spalanca di fronte cronaca e onirico di una società morente, la nostra.

Il paese di Due Campane, popolato da personaggi annoiati e trafitti da stanchezza esistenziale, ci viene descritto lentamente, battuta dopo battuta, attraverso i dialoghi cianurici di una madre ossessiva e di un figlio complessato afflitto da “disturbi della comunicazione”.
Si parte da un microcosmo privato, da una cucina, da un cavolo-verza trafitto a coltellate meccaniche, da un frigo vuoto che si fa passaggio d’interregni:
–    “Mamma, so che potrà essere un duro colpo per te, ma devi capire, è una cosa che non avevo programmato, è successo e basta: sono morto!”.
–    “Impossibile! Noi morti in casa nostra non ne abbiamo avuti mai! Ti sembriamo una famiglia di morti, noi? Io ti sembro morta?”.
–    “Ma Zio Enrico ha avuto quel brutto male…”.
–    “Zio Enrico è sempre stato una testa calda”.

Esprimere volontà di potenza sulle sorti stesse della natura umana, ed esprimerla dal proprio pulpito di apatia, sarà la ragione della punizione che verrà inflitta a tutta Due Campane (per chi suona la campana, non hanno voluto udirlo).

Ad uno ad uno tutti i cittadini moriranno, personaggi caricaturali deposti sul palcoscenico-confessionale in una rassegna di ballate con la Morte. Sono i disturbi comunicativi di Cris, il morto-colpevole, ad essere narratori dell’apocalittica parabola.
La peste c’è dunque, ma intangibile, e si spalanca nella solitudine della condanna finale: il popolo di Due Campane viene destinato a resuscitare ogni giorno per un’ora coatta di gozzoviglie e consumo.

E’ in quel limbo da contrappasso dantesco che l’amore, pur sempre parodia di se stesso, trionfa come redenzione dall’individualismo narcolettico e accidioso e si declina in parola, in gestualità monche e imbarazzate e nella scoperta dell’alterità, laddove la comunicazione si traduce per necessità in un’inevitabile volontà d’azione. Per la prima volta, quindi, la presenza scenica dell’uno all’altro è reale e non solo fisico scontro tra realtà atomistiche come quelle ironicamente patologiche di Cris e la madre: la volontà di un incontro dialettico si rivela in ultima istanza libertà dal destino collettivo.

“Biografia della peste” divora e rigetta con bulimia ogni possibile classificazione in generi e bypassa la stessa omogenità di colore che una storia dovrebbe (?) assumere. E’ uno spettacolo scomponibile, una satura lanx di tableaux scenici attraversati da innumerevoli filtri interpretativi, ma di sicuro è una fiaba, una novella in stile boccaccesco e a lieto fine che descrive la solitudine sociale, l’alienazione prodotta dalla liquidità dei consumi, l’angoscia di umanità liofillizate e scadenti, per riportare la parola alla luce della sua funzione sociale. Il dialogo, strumento di salvezza dalla morte dell’anima e dal solipsismo dell’io, ritorna ad essere dia-logos, un discorso duale.

Maniaci d’amore presentano un’opera cauta d’introspezione storica che trae le sue armi analitiche dalla psicanalisi trasformata in copione: “Cosa mi servono i miei disturbi della comunicazione, se non ho nessuno con cui comunicare?” si domanda Cris. E infatti i Maniaci D’Amore curano in quest’opera una drammaturgia che non solo descrive con livida sagacia l’impoverimento concettuale dei nostri tempi, ma che dà lezioni di filosofia del linguaggio a colpi di comicità cupe.

Eppure non è la parola il tema di questo dramma-commedia. La parola, il suo morire ed incespicarsi sintattico, altro non è che un sintomo, la superficie della malattia, il significante di un significato illogico. Quale? Di quale peste siamo portatori sani o vittime inconsapevoli noi, uomini e donne del XXI secolo? Questo, “Biografia della Peste”, sembra non dichiararlo né pare voler dare unicità di senso alle contraddizioni che portiamo in grembo, lo lascia solo intuire ammiccando.
“Life is a sexually transmitted disease that is always fatal” (la vita è una malattia a trasmissione sessuale sempre mortale), direbbe Ronald D. Laing, ed in fondo altro non è che questa la nostra inguaribile pestilenza.

Biografia della Peste
di Francesco d’Amore e Luciana Maniaci
regia: Roberto Tarasco
con: Francesco d’Amore e Luciana Maniaci
costumi: Alessandra Berardi
assistente scenografa: Marzia Cicala
assistenza tecnica: Fabio Bonfanti e Alberto Comino
training attoriale: Giuseppe Bisceglia e Andrea Tomaselli
allestimenti funerari: La Genesi e Life onoranze funebri
produzione: Nidodiragno

durata: 1h

Visto a Torino, Caffè della Caduta, il 28 febbario 2014


 

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