Le Low Pieces di Xavier Le Roy hanno aperto Live Arts Week

Low Pieces

Low Pieces (photo: Vincent Cavaroc)

All’inizio tutto sembra fin troppo ordinario. Quando entriamo in sala, Xavier Le Roy e i suoi danzatori ci attendono seduti in proscenio e, sornioni, osservano i nostri movimenti.
Con questi otto performer in jeans e maglietta prende avvio la serata di apertura di Live Arts Week che, anche quest’anno, riserva al coreografo francese l’onore di inaugurare gli appuntamenti serali della manifestazione.
Formatosi come biologo molecolare e cellulare, Xavier Le Roy ha condotto un percorso artistico particolarmente interessato a indagare i “processi” che stanno alla base dell’attività creativa e del rapporto fra dimensione inventiva e ricezione da parte del pubblico.

Anche nel caso di “Low Pieces”, che vede a Bologna la sua prima (e unica) data italiana, ci si rende conto sin dal principio che il ruolo dell’artista e quello dello spettatore sono concepiti come possibilità d’azione fluida e intercambiabile: senza l’ausilio dei microfoni, i performer si rivolgono a noi direttamente, e ci invitano a mettere in piedi una conversazione facendo domande e proponendo spunti di dialogo. Nessun tema, nessuna regola, solo un limite temporale di quindici minuti, trascorsi i quali le luci si abbasseranno di colpo, lasciandoci nella totale oscurità.


Senza sapere quello che accadrà dopo, questa prima fase di conversazione lascia scettici e quasi irritati, come se quella degli artisti fosse una sfida rivolta ai presenti, un modo – neanche troppo originale – di trasformare lo spettatore in protagonista e soggetto attivo, rivolgendogli una specie di subdola incitazione del tipo “e adesso vediamo quello che sai fare!”.

Eppure, dopo quindici minuti di chiacchiere che oscillano tra l’intellettualismo e la goliardica presa in giro e, soprattutto, dopo una conversazione che si è tradotta praticamente in una serie di domande poco brillanti agli artisti seguite da risposte spesso altrettanto poco brillanti, tutto cambia, e ci spiazza.
Lo spettacolo si risolve in un susseguirsi di quadri silenziosi che, incastonati dall’abbassarsi e dal rialzarsi delle luci,  offrono la visione di otto corpi umani i quali, completamente nudi, abbandonano qualsiasi “codice” di movimento precostituito per acquisire qualità dinamiche “altre”- tratte dal mondo animale e vegetale- e, con un raffinatissimo processo di incorporazione, le fanno entrare sotto la propria pelle.
E’ così che un groviglio di arti si trasforma in un ceppo di alghe scosso da flutti sottomarini e, analogamente, l’incedere carponi dei performer diventa quello flessuoso di un branco di leoni che riposano assopiti sotto un sole torrido.

Quello che colpisce maggiormente è la cura con cui si è cercato non di “imitare” i movimenti di altre creature, ma di coglierne la logica e le qualità interne, riuscendo a rendere visibile (e quasi tangibile) la loro presenza non attraverso la rappresentazione, ma mediante la capacità di far emergere proprietà dinamiche di cui spesso, soffermandosi a guardare la superficie delle cose, non si è  nemmeno troppo coscienti. E’ forse partendo dai piccoli dettagli che si riesce ad apprezzare il livello del lavoro, osservando, ad esempio, la vibrazione del ventre di questi uomini/leoni che, attraverso questo respiro “animale”, trasmette un senso di vita pulsante, selvaggia e del tutto ignara della presenza di eventuali “osservatori”.

Perché, di nuovo, è sul processo di produzione e fruizione dello spettacolo che siamo spinti a interrogarci: qual è il “vero” ruolo dello spettatore? Partecipante attivo (e – in teoria – propositivo) come nella fase della conversazione, oppure osservatore (quasi fosse in uno zoo o in una riserva naturalistica) come durante i quadri più squisitamente “performativi”? E il performer? Non è forse anche lui scisso fra il suo essere, da un lato, un individuo “sociale” (e quindi chiamato ad assumere comportamenti ordinari) e, dall’altro, un mero oggetto dello sguardo altrui?
E’ proprio il ritorno a una fase di conversazione, condotta stavolta nel buio completo, che consente di mettere a fuoco tutti questi interrogativi e, trattandosi del momento conclusivo dello spettacolo, di prendere coscienza della struttura complessiva del lavoro, delle sue ambiguità così come delle sue raffinatezze. Ma si sa, ogni evento teatrale si produce in un contesto specifico e con un pubblico di volta in volta diverso: quello del Teatro Duse, forse spiazzato dall’invito al dialogo dell’inizio, non ha dimostrato particolare volontà di apertura e partecipazione. Peccato.

Low Pieces
ideazione e concezione: Xavier Le Roy
con: Salka Ardal Rosengren, Sasa Asentic, Eleanor Bauer, Mette ingvarsten, Anne Juren, Krõõt Juurak, Neto Machado, Luìs Miguel Félix, Jan Ritsema, Manon Santkin, Christine De Smedt,Jefta van Dinther & Xavier le Roy
durata: 1h 25
applausi del pubblico: 1’ 30’’

Visto a Bologna, Teatro Duse, il 24 aprile 2012
Prima italiana

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