NID Platform: considerazioni a latere sullo stato della danza italiana

Gli Stati generali della danza durante la Nid Platform

La seconda giornata degli Stati generali della danza (photo: Giulia Taddeo)

Come sta la danza italiana? Se dovessimo rispondere a questa domanda conducendo semplicemente un’analisi critica degli spettacoli a cui abbiamo assistito durante la NID Platform che si è svolta in Puglia la scorsa settimana, faremmo un’operazione incompleta, oltre che poco corretta.

Perché se è vero che il grado di interesse, maturità e originalità delle diverse opere presentate è risultato fortemente altalenante, con lavori spesso datati e ‘raccogliticci’ ma anche con alcune eccezioni che speriamo di vedere in scena il più a lungo possibile (come Balletto Civile e Simona Bertozzi, passando per “Le Supplici” di Fabrizio Favale, fino a due “maestri” come Abbondanza/Bertoni), è tuttavia altrettanto vero che la novità autentica di quanto è accaduto tra Brindisi e Lecce in questa fine di novembre risiede nella sua valenza politica.

Ci pare opportuno, infatti, riflettere un istante sia sulle due giornate degli “Stati generali della danza”, che sul Question Time con Salvatore Nastasi (Direttore Generale per lo Spettacolo dal Vivo del MIBAC) ospitati dalla piattaforma pugliese, non tanto per chissà quale loro intrinseco potere trasformativo, quanto perché hanno dato modo di delineare in maniera trasversale quella che è l’ossatura del “sistema danza” nel nostro Paese, mettendo sul piatto l’eterogeneità dei punti di vista, delle esigenze e delle rivendicazioni di chi ha lavorato fino a oggi con fatica e convinzione in un ambito che si stenta comunque a considerare come cultura di prim’ordine.

Simona Bertozzi alla Nid Platform

Simona Bertozzi alla Nid Platform (photo: Marija Obradovic)

Ecco allora che le annose e intricate questioni che avvinghiano l’operato di chi si occupa di danza – e, entro certi termini, di spettacolo – in Italia (dall’ottimizzazione delle risorse alla trasparenza nelle dinamiche di attribuzione dei contributi ministeriali, fino al problema di una regolamentazione concernente le attività di formazione) trovano posto accanto agli esempi virtuosi di chi ha cercato – nelle istituzioni come nei circuiti e nei teatri di tradizione – di mettere al primo posto la logica della creazione e non quella dell’impresa, sostenendo gli artisti e formando il pubblico anche se con poche risorse e di fronte a oneri contributivi e insufficienze legislative.

Come dire che, anche se la selezione degli spettacoli non ci è sembrata del tutto rappresentativa della realtà della danza d’autore ‘made in Italy’, il coagularsi delle “forze in campo” ha avuto quanto meno il senso di una dichiarazione d’intenti condivisa, che ci si augura ovviamente possa fungere da stimolo alla responsabilizzazione per tutti, sia dentro che fuori dalle istituzioni.

In sostanza, si è prodotta l’occasione per il “sistema” nel suo complesso di rivendicare la propria identità e il proprio lavoro, rivolgendo lo sguardo a un futuro che ci si augura fatto di azione e progetti.

Nell’immediato l’attenzione è rivolta al Decreto Unico per lo spettacolo che, secondo le parole di Salvatore Nastasi, dovrebbe essere approvato entro la fine del gennaio 2013, anche a seguito del confronto fra ministero e rappresentanti degli operatori e delle associazioni attive nel settore della danza.

Gli Stati generali della danza durante la Nid Platform

Gli Stati generali della danza durante la Nid Platform

Ad ogni modo se, nell’iniziare queste riflessioni sparse, avevamo fatto riferimento all’ambito della creazione, è di nuovo lì che vogliamo tornare, auspicando che sia proprio la ricerca indefessa della qualità artistica a guidare l’operato di quanti abbiamo visto e sentito parlare, nella convinzione che non sia vero – come detto da qualche voce isolata proprio in questi giorni – che la danza non abbia niente a che fare con la “politica”.
Al contrario, ci sembra che la dimensione politica della danza – che ha a che fare con la dignità del nostro vivere individuale e collettivo – si declini costantemente a più livelli, ad esempio scegliendo di promuovere alcuni autori piuttosto che altri, di proteggere – se lo si ritiene giusto – il momento della creazione o di formare il pubblico prediligendo un percorso di approfondimento specifico. Separare la danza da tutto questo significa sancirne l’esteriorità e la superfluità, alleggerendo chiunque vi operi – artisti, operatori e critici – dal peso necessario della responsabilità.

In chiusura, per integrare queste considerazioni con ulteriori argomenti che aiutino ad ampliare le linee entro cui impostare un ragionamento, vi invitiamo alla lettura del comunicato diffuso in questi giorni da CReSCo – Coordinamento delle Realtà della Scena ContemporaneaPiattaforma Danza, sì grazie, però…
  

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