Serena Sinigaglia: le ‘mie’ misure per il sostegno al teatro. Intervista

Serena Sinigaglia
Serena Sinigaglia

Serena Sinigaglia, direttrice del milanese A. T. I. R., regista e drammaturga, dalla sua prima regia importante (“Romeo e Giulietta”) ha compiuto un percorso innovativo e coerente, che le ha fatto rivisitare classici fra i quali “Macbeth” e “Re Lear” di William Shakespeare, “Le baccanti” e “Le troiane” da Euripide, ma anche nuove drammaturgie, da Paravidino a Erba, sino a testi originali come l’importante trilogia politica “Incontri con epoche straordinarie: ’43, ’68, ’89”.
Serena ha affrontato anche la regia di opere liriche e ora attende di tornare al ‘suo’ spazio per antonomasia: il teatro dell’A.T.I. R. “Ringhiera”, che è attualmente in ristrutturazione, per cui gli spettacoli della compagnia – fino a prima dell’emergenza sanitaria – erano ospitati a turno in altri teatri milanesi.

Con lei proseguiamo la nostra serie di chiacchierate su questo tempo sospeso a causa del Coronavirus, che ha già visto nostri ospiti su queste pagine Davide Carnevali ed Emma Dante.
Le parole di Serena Sinigaglia arrivano a toccare anche un futuro molto concreto, con proposte da intraprendere per il sostegno del settore teatrale che sembrano in dialogo con quanto Francesco Pititto di Lenz Fondazione ha scritto nei giorni scorsi (“Il teatro e il suo test“).

Serena, partiamo da come stai passando questo tempo sospeso.
Cucino, pulisco, chatto, videochatto, parlo, leggo, faccio la spesa, faccio ginnastica, studio inglese, fumo, bevo, mangio, esco solo per le assolute necessità.
Cerco riposo, perché ero molto, troppo stanca, e un nuovo ritmo, più sano, più lento, più armonico di prima.

Tre cose che stai facendo e consiglieresti di fare.
In generale provare a fare qualcosa che non facciamo mai, per ognuno ovviamente è diverso. Io non cucino mai, non sistemo mai armadi e librerie, non dormo mai.
Ne consegue che consiglio di: sistemare, cucinare, dormire. E divertirsi a inventare regali e sorprese che si possono fare agli altri, pur mantenendo le distanza da quarantena.

Suggeriscici tre libri, tre film e tre brani per questo periodo.
Un buon giallo, magari scandinavo, adesso vanno forte, un buon classico, magari russo, sulla cui grandezza non ci piove, e un italiano contemporaneo per tenersi al passo. Ad esempio: Mankell, Dostoevskji, Scurati. Questo per quel che riguarda i libri.
Sui film consiglierei un classico che non ho mai visto, c’è sempre un film che hanno visto tutti tranne te (io ad esempio non avevo mai visto “Via col vento”), un bel documentario (ad esempio “Senna” è veramente ben fatto, ma sulle svariate piattaforme ce n’è a iosa), e un buon film del momento (tra i premiati, consiglio l’ultimo di Tarantino, l’ho amato più dell’acclamatissimo “Joker”). Per le musiche, anche qui spazierei nei generi, magari provandone di nuovi (se non in quarantena, quando?): musica classica, magari un’opera barocca, un Haendel o un Monteverdi, Alcina c’entra molto con quanto stiamo vivendo, poi un evergreen italiano o straniero (Dalla, Mina, Celentano, oppure Beatles, Rolling Stone, U2), e infine l’ultimissima hit del momento (per tenersi al passo del “momento”).

Tre parole che avranno meno significato, tre che muteranno di significato e tre che avranno più significato.
Mi piacerebbe che questo accadesse davvero, ma temo che tutti questi cambiamenti sostanziali siano più nostre proiezioni che quello che davvero succederà. L’uomo dimentica, sempre, e si ripete spesso, troppo spesso. Ad ogni modo…
Tre parole che avranno meno significato: accumulo, disparità, liberismo. Più che altro la mia scelta è un augurio. Spero che questo flagello naturale ci insegni che il nostro sistema capitalistico, pur essendo fin qui il solo possibile, è sbagliato e destinato ad un fallimento apocalittico. Occorre ripensarlo completamente. Occorre che le migliori menti economiche, filosofiche, organizzative, si impegnino per proporre soluzioni alternative e nuove concrete prospettive d’attuazione.
Credo che questa debba essere la battaglia: ecologia, decrescita, distribuzione del reddito, ridefinizione di tempi etici e poetici nuovi.
Tre che muteranno significato: invulnerabilità, disobbedienza, contatto. Sono tre temi fondamentali, messi in gioco dalla crisi. Non siamo invulnerabili. E’ giusto obbedire a disposizioni restrittive della nostra presunta e sbandierata libertà? E anche dovesse finire, non avrò paura del contatto che è portatore del contagio?
Tre che avranno più significato: quarantena, distanza, mascherina. Per forza queste tre parole saranno un’inevitabile eredità linguistica di questo periodo.

Quali sono le cose positive che potremmo imparare da questa situazione?
Cambiare stile di vita e rispettare la natura e i giusti limiti. Un tempo più tranquillo, più umano. Una morbida decrescita, che faccia respirare la terra e noi stessi. Lo ritengo necessario.

Come giudichi un tuo testo visto in streaming?
Dipende. Comunque io non sono contraria, anzi. Tutti i mezzi tecnologici possono essere utili, soprattutto in un momento così difficile come quello che stiamo passando.

Quali potrebbero essere le misure messe in atto, subito, per il sostegno al comparto teatrale?
Sostegno pubblico, ridefinizione dei compiti e delle competenze, ricerca interdisciplinare con finanziamenti e tecnologie adeguate.
Il sostegno pubblico deve potersi svolgere su più fronti: sgravi fiscali, sussidi di disoccupazione, de-burocratizzazione, riduzione delle richieste da parte dello Stato di borderaux, giornate lavorative, recitative, defiscalizzazione. Facilitazioni su affitti, deroghe su debiti e pagamenti. Ma anche sostegno politico e difesa del valore pubblico dell’arte e della cultura dal vivo, inserendo queste ultime tra le richieste ai fondi europei e alle fondazioni bancarie. Proposte concrete su come affrontare la crisi attraverso un tavolo congiunto tra assessori e ministero e artisti professionisti del settore.
Ridefinire per un tot di periodo, magari per il prossimo triennio alle porte, compiti e competenze delle diverse sale e realtà artistiche del Paese. Poche stagioni ben strutturate e fitte, con il rispetto del distanziamento e delle norme di precauzione medica, per il resto sale a disposizione di compagnie per provare ed allenarsi. Intensificare i percorsi artistici al fine di migliorare la qualità del prodotto, riducendo massicciamente la quantità. Riduzione delle tournée a beneficio di un massiccio lavoro sul territorio. Intensificazione di laboratori. Valorizzazione dei repertori.
Ricerca interdisciplinare attraverso team capaci di riprendere il teatro nell’istante del teatro per riproporlo come un palinsesto fisso su radio, televisioni e piattaforme online, dirette streaming, spettacoli che nascono e studiano esattamente questa commistione di linguaggi. Accordi tra accademie di cinema e di televisione e video con i diversi teatri.
Piccoli assembramenti possono essere facilmente dotati di un regime di sicurezza sanitaria in modo da garantire una ripresa e magari una seria bonifica del superfluo, in attesa di ripartire, carichi però di un bagaglio nuovo e più ricco.

Prova a scrivere un breve racconto, di poche righe, che potrebbe contenere suggestioni per come ricostruire in modo migliore il mondo che abbiamo lasciato alle spalle.
Quel giorno la luce del sole era già forte quando si alzò. L’aria che filtrava dalla finestra aperta profumava. Era un profumo che lui riconosceva, un odore che gli ricordava le gite in campagna a trovare i nonni. Si prese tutto il tempo per prepararsi la colazione. Mangiò di gusto, soddisfatto dei frutti e dei pani che aveva condiviso con i suoi vicini. Venne allora il momento di lavarsi e profumarsi. Si rase con cura, alla vecchia maniera. Sapone, acqua, rasoio. Una doccia fresca per svegliare la circolazione, veloce ed energica, come gli piaceva. Asciugato e pronto, prese il suo vestito migliore, quello che usava nelle grandi occasioni. E finalmente uscì. Camminò per ore, semplicemente, senza una meta, solo per il puro gusto di guardare la sua città. Non aveva altro scopo che camminare. Nessuna fretta. Avrebbe lavorato nel pomeriggio, qualche ora, ma adesso era ancora mattina. La città, la sua città, gli appariva in una luce diversa. Le poche macchine, le strade pulite, gli alberi in fiore. Sorrisi e saluti scambiati con garbo con quanti incontrava per strada. Era tutta un’altra musica. Si sentiva, forse per la prima volta nella sua vita, libero dall’angoscia del fare, sorpreso dall’immenso piacere dell’essere e basta. Si accorgeva dei palazzi, di angoli mai notati, di giardini inesplorati. Le strade acciottolate, che normalmente lo irritavano, adesso lo accoglievano e lo trasportavano indietro nel tempo. Ricapitolava la grande storia che aveva calpestato quei ciottoli, le “magnifiche sorti e progressive” che qualcuno aveva sperato e rincorso, le battaglie, le riscosse, i fallimenti, le carestie, le epidemie.
Sentì accanto a sé l’energia di quel tempo passato e il lieve presagio del tempo a venire. Ora c’era finalmente spazio. Non può esserci un futuro se non c’è spazio nel presente, pensò. Non può esserci vuoto senza pieno, gioia senza dolore, vita senza morte. Il suo respiro regolare scandiva un tempo quieto, senza ambizioni, o meglio, con la sola ambizione di essere un uomo tra una moltitudine di altri uomini, immerso in qualcosa di stupefacente chiamato universo.

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