Servire un’idea, morire per un’idea. Conversazione sul Male con Antonio Latella

Francesco Manetti in una scena di A.H. (photo: Brunella Giolivo - facebook.com/pages/STABILEMOBILE-Compagnia-Antonio-Latella)

Francesco Manetti in una scena di A.H. (photo: Brunella Giolivo – facebook.com/pages/STABILEMOBILE-Compagnia-Antonio-Latella)

Quello che di gran lunga è dal mio punto di vista preferibile in uno spettacolo, a mente fredda, ovvero nel ripercorrerlo dopo l’emozione della fruizione dal vivo, è che lo stesso rilasci i segni del ragionamento che lo ha ispirato. Quasi i nessi logici della discussione a tavola, o in cucina, con cui uno spettacolo è iniziato: “Nel prossimo spettacolo – tipo – vorrei parlare del Bene e del Male. Anzi, solo del Male, che il Bene è noioso”. E come non dargli torto, mentre prende il formaggio dal frigo e l’acqua bolle. “Ecco, il Male. Ma dobbiamo incarnarlo questo male! Dai, dimmi secondo te chi ha incarnato il Male”. Si avvicina ai fornelli. Non si ricorda se ha messo il sale nell’acqua.

Ci pensa poi snocciola: “Hitler, Stalin, Riina, i lanzichenecchi, i generali, i gerarchi e i dittatori, Manson, Ben Johnson”

“Dai, che c’entra Ben Johnson?”


“Era il mio eroe, non doveva!”

“Non posso fare uno spettacolo sul Male parlando di Ben Johnson! Fermiamoci al primo, andiamo dall’inizio: Adolf Hitler”

E poi magari quel correre di parole, una dietro l’altra, che costruiscono l’impalcatura di idee da riversare nel testo: Hitler, II guerra mondiale, ebrei, la fine, l’inizio; l’inizio per gli ebrei? La Torah. L’inizio della Torah? Il Bereshit. L’inizio del Bereshit? La B. “Ecco, iniziamo dalla B.”

A riguardo degli spettacoli di Antonio Latella pare quasi sempre possibile fare i ragionamenti non sul sottotesto ma sul retrotesto, sul controluce, la filigrana di idee, e quindi permettere allo spettatore di costruirsi un suo personale spettacolo sulle ceneri delle visioni.
Un’offerta ulteriore rispetto alla sfida, che sempre esiste, sul tormento del teatro, la battaglia sul tempo, la sfida a chi osserva, perché ragioni sullo spettacolo dal vivo come su un tempo potenzialmente dilatabile all’infinito. Sfidante era il primo atto del “Tram”, e poi lo sono stati da diversi punti di vista tutti i lunghissimi lavori iniziali di Latella (l’ultimo l'”Hamlet’s portraits”), e cosi’ lo era ad esempio lo sminuzzare in mille pezzi un enorme foglio, azione cui il protagonista di AH destina un tempo interminabile, quasi anti spettacolare.

Latella lo immagini attraverso i suoi spettacoli. E l’uno diventa molti: Antonio da solo, Antonio stabile e mobile, Antonio Nuovo, Antonio e il palcoscenico, Antonio contro tutti, Antonio all’estero.
Quale sia il Latella che questa intervista racconta è difficile a dirsi perchè, fra ironia e rigore, molti sono gli spunti affrontati nel pomeriggio del 27 luglio 2013, all’indomani del debutto di A.H. a Drodesera, e in replica oggi ad Andria per Castel dei Mondi.

Un’intervista diretta e stringente sui temi dell’arte, ma anche sul ragionamento e sulla persona, con alcune domande-trappola piazzate qui e lì, fino a quella che, secondo me, è la domanda da mille punti per ogni uomo. Per la quale occorre lo stesso coraggio a rispondere si o no.


 

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