Il manifesto poetico di Collettivo Mine. Intervista

Collettivo Mine (photo: Tonia Laterza)
Collettivo Mine (photo: Tonia Laterza)

Presente alla NID Platform e in arrivo al festival Interplay, l’esperimento di scrittura coreografica a dieci mani di Mine

Alla NID Platform di Salerno, la vetrina della “New Italian Dance” organizzata per questa settima edizione dal Teatro Pubblico Campano, ho finalmente potuto vedere all’opera il Collettivo Mine, nato dall’incontro artistico fra Francesco Saverio Cavaliere, Siro Guglielmi, Fabio Novembrini, Roberta Racis e Silvia Sisto.

Lo spettacolo che hanno presentato, “Esercizi per un manifesto poetico”, sarà in scena l’8 giugno al festival Interplay di Torino. Ma oltre che per la NID Platform, il lavoro è stato selezionato anche per Aerowaves 2022.

“Esercizi per un manifesto poetico” è stata l’unica produzione selezionata dalla NID non firmata da un* singol* coreograf*. Ci avete fatto caso?
Crediamo sia un momento complesso per la pluralità in generale, e in parte ci sono delle ragioni di tipo economico. Risorse sempre più limitate scoraggiano la formazione di gruppi o la realizzazione di lavori con più di uno/due performer in scena. Si incoraggia un format di lavoro con tempi di creazione brevi (un numero minimo di residenze artistiche, un team di lavoro ristretto). Un collettivo come il nostro necessita di processi più lunghi che gli permettano di codificare, oltre che una scrittura coreografica, un metodo di lavoro. Poi ci sono delle ragioni che esulano da quelle economiche: creare collettivamente è un processo sfidante, di continua messa in discussione, implica il raggiungimento di un compromesso tra i propri desideri individuali e quelli del gruppo.

Che significa Mine (all’italiano, nessuna pronuncia inglese)? Quando nascete e soprattutto perché avete deciso di mettervi insieme?
Il nome Mine lo abbiamo scelto insieme, dopo aver vagliato una lunga lista di nomi, ciascuno di noi cinque ne aveva proposti alcuni. Su questo ci siamo trovati d’accordo. Pensiamo rispecchi come ci sentivamo tre anni fa: insieme sentivamo una grande carica, un certo grado di esplosività. Avevamo lasciato le compagnie in cui lavoravamo come interpreti, e iniziavamo le nostre carriere da freelance. Nonostante avessimo vite separate in città diverse continuavamo a essere amici e a sentirci legati, e volevamo creare qualcosa collettivamente.

“Esercizi per un manifesto poetico” è il vostro primo spettacolo, e ha vinto il bando DNA Appunti Coreografici nel 2019. Poi la pandemia ne ha drasticamente rallentato la circuitazione. È molto diverso da come ve l’eravate immaginato tre anni fa?
E’ sicuramente diverso da come lo avevamo immaginato. Ma non crediamo sia stata soltanto la pandemia. Inevitabilmente dal 2019 siamo cambiati e questo si riverbera in maniera naturale nel lavoro, nel nostro modo di creare e di stare in scena.

Il ritmo e la sincronia incessante degli “Esercizi” sono davvero “catartici” e mi hanno incollato alla poltrona. Pur nell’intenso lavoro corale, durante la mia esperienza di visione ho avuto la percezione netta di aver a che fare con cinque performer, cinque corpi distinti che si armonizzano per quaranta minuti. È questo il risultato che vi aspettavate?
Il lavoro, come dice il titolo stesso, contiene una serie di esercizi che si dispiegano simultaneamente: un esercizio di scrittura coreografica a dieci mani, un esercizio di unisono in senso ampio, una ricerca sulla durata e sull’endurance e una pratica di armonizzazione costante tra noi cinque, che conserviamo la nostra specificità ma ci immergiamo in una tessitura ritmica assolutamente corale. Questa armonizzazione da cui emergono le nostre differenze specifiche è in parte il nostro manifesto poetico.

In pandemia avete realizzato una collaborazione con il festival Gender Bender e la Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio Martini di Bologna. “Corpi elettrici” è un progetto nato con un’interazione “a distanza” e poi diventato spettacolo. Ce ne parlate?
“Corpi elettrici” è una strana creatura a cui vogliamo bene. Abbiamo coniato la definizione di “disco danzato”: nella sua versione live è un susseguirsi di composizioni brevi di musica elettronica che indagano il solo, e che hanno l’eco di un’esperienza molto specifica, quella che ciascuno di noi ha esperito a distanza con i compositori del Conservatorio durante la pandemia.

Un danzatore contemporaneo, per sopravvivere, deve per forza tenere il piede in più staffe, lavorando in diverse produzioni, viaggiando su e giù tra Italia ed Europa, sempre con il trolley accanto e il calendario nel cloud. Riuscirà mai un “collettivo” a migliorare le vostre vite?
Gli spostamenti e il nomadismo sono parte della nostra routine lavorativa. Hanno un lato bello sicuramente: viaggiare, cambiare continuamente punto di vista. D’altro canto implicano rinunciare al quotidiano, trascorrere tempo lontano da casa, sentire spesso una certa instabilità, una impossibilità di pianificare il futuro. Con il Collettivo non sappiamo come e in che modo smusseremo questi aspetti sistemici del nostro settore, per lo meno li attraversiamo insieme.

Ultima battuta: ci fate la playlist di “Esercizi”?
Ciascuno di noi ha la sua, da ascoltare in cuffia nei giorni prima o durante il riscaldamento pre-spettacolo. La nostra playlist comune è la musica che Samuele Cestola ha composto per noi.

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