Un sabato in piazza. Note “in minore” da Santarcangelo 42

Santarcangelo 2012

‘La’ piazza di Santarcangelo (photo: Ilaria Scarpa)

Difficile portare avanti un festival come quello di Santarcangelo, arrivato ormai alla sua quarantaduesima edizione. Difficile anche ricominciare una nuova avventura dopo il vincente triennio di direzione terminato nel 2011, e in un contesto sociale e artistico – quello italiano – sempre troppo impegnato a lamentarsi delle mancanze per poter iniziare ad agire.

Krapp è ripassato da Santarcangelo anche nel secondo fine settimana dell’edizione appena conclusa, decidendo di trascorrere una giornata immerso in questo splendido borgo medievale sotto la costante minaccia di un temporale estivo. Temporale che, per qualche strana magia, ha risparmiato i bellissimi luoghi del festival.

Così, arrivato un po’ all’ultimo minuto dopo le attività del week end precedente, Krapp si è messo a girovagare per le vie del paese, incuriosito stavolta più dall’aria che dalle performance in programma.

Ciò che ha appuntato nella sua memoria visiva sono, nell’ordine, giovani e meno giovani che camminavano per piccole strade e sentieri o che sedevano su una terra pulitissima; i cittadini, gli “assediati”, che aprivano curiosamente le imposte sulle performance inscenate direttamente sotto casa loro; gli spazi performativi ricavati in modo suggestivo con il procedimento delle scatole cinesi; le vecchie signore sedute al bordo della strada; una coppia di sposi che sfruttava, per le pose fotografiche, la scenografia montata per il laboratorio di Teatro Valdoca; e, più in generale, uno strano tipo di “movimento” urbano, lentissimo eppure senza soste.

Più che una nota di colore, questo nostro indugiare maggiormente sull’atmosfera rispetto all’effettivo programma della giornata, ha rispecchiato una delle idee centrali portate avanti dalla nuova direzione artistica, che ha insistito sulla “riesumazione” della piazza come cuore pulsante del territorio, e sulla coincidenza tra cittadino (abitatore politico del territorio) e artista (abitatore politico dell’arte). L’attenzione degli organizzatori è così stata rivolta, racconta Silvia Bottiroli, a una piazza intesa «non come vetrina» ma nel suo significato più antico e fertile, come luogo di condivisione dell’esperienza artistica. L’idea era operare un tuffo «nell’altro da sé», usando l’arte come lente d’ingrandimento che amplifica, chiarisce e restituisce la vite comuni nella loro sacralità legata al quotidiano.

Sulla scia di quanto detto, mettendo da parte gli eventi maggiori della giornata che ben rispecchiavano questo “impegno” nella piazza (le chiamate pubbliche per i cittadini che sono scaturite in veri e propri laboratori aperti e spettacolari come per Virgilio Sieni, Valdoca, Maxwell…), Krapp ha deciso di guardare alle proposte “minori”, meno ingolfate e forse meno ricche di aspettativa. Due sono, tra questi, i lavori che più ci hanno colpito, sia in positivo sia in negativo, perché sembrano toccare in un modo radicalmente diverso il tema proposto.

Opera video collocata nella Sala Musas, “Tragedy Competition” è un’indagine sulle emozioni e sulla spettacolarizzazione del vissuto personale. Riflessione fredda e distaccata su una società dello spettacolo che rende pubblico e “consumabile” il più minimo dettaglio del vissuto personale, può essere tuttavia letta anche come indagine (ai fini della tematica del festival molto pregnante) sul diaframma tra vita e opera, sul rapporto tra uomo e attore.
L’artista sud coreano Donghee Koo non ha bisogno di null’altro se non una telecamera quasi fissa e un gruppo di persone sedute frontalmente dietro a un tavolo. Piangono e raccontano le proprie storie infelici, in una sorta di bizzarra gara di emozioni. La telecamera, che trasforma questa gente comune in attori, sembra quasi compiere il miracolo della verità, un gioco a esclusione fino all’ultimo brandello di sincerità. “Tragedy Competition” è un gioco crudele che, nell’accezione più ampia del termine, permette l’avvio di un processo interiore senza esclusione di colpi.

Tutt’altra storia per il progetto Filomela con lo spettacolo “Petra Genetrix”.
Piccola performance acustica ospitata in una delle suggestive grotte in tufo del paese, vede due protagonisti: il trombettista e compositore Simone Marzocchi e l’attrice Sara Masotti. Nel silenzio più completo e in penombra, i due “sfruttano” la particolare acustica della grotta producendo suoni e gargarismi per 15 minuti. Evento creato appositamente per Santarcangelo, lega indissolubilmente la pratica artistica al luogo, al territorio. Seppur nel modo più banale possibile…

Una buona pratica che ogni tanto, affascinati dall’imbellettamento operante, dimentichiamo di mettere in atto, è chiederci il senso delle cose. Nel caso di “Petra Genetrix” pare di trovarci di fronte a un mero e pretenzioso esercizio acustico, chiuso in se stesso e pago della sua superficiale bellezza. Un evento di questo tipo, seppur ospitato in luogo “primordiale” ricavato nel ventre cosmico della terra, non riesce a sfiorare una parvenza di verità, come al contrario riesce, con l’ausilio dell’occhio freddo di una macchina da presa, il Donghee Koo di “Tragedy Competition”.

Vi lasciamo ora ai primi contributi video da Santarcangelo (seguirà infatti altro materiale nelle prossime settimane) con un’intervista di Francesca Leoni a Roberto Naccari, Presidente dell’Associazione Santarcangelo dei Teatri, e con la playlist dei frammenti pubblicati in tempo reale nel corso del primo fine settimana (1. Commenti a “L’uomo della sabbia” di Menoventi 2. Radio Gun Gun: Mauro Milone del Valle Occupato 3. Incontro con Richard Maxwell al Teatrino della Collegiata 4. Goffredo Fofi incontra Adele Corradi 5. Aksé. Vocabolario per una comunità teatrale).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *