Del Bene, del Male. Stefano Cenci, nel bene e nel male

Del bene, del male

Del bene, del male (photo: Filippo Maria Fabbri)

Come si può “idolatrare” e “detestare” lo stesso spettacolo? Se esiste quasi sempre un motivo per dei pro e dei contro, dei moti dell’animo per amare o per odiare, mai situazione fu più azzeccata di questa, dove anche il titolo dello spettacolo di Stefano Cenci, “Del bene, del male”, porta già insito il tarlo del doppio e dello speculare.

Krapp ha affidato il racconto di questo debutto a due diversi sguardi. Senza immaginarsi che ne avrebbe tratto opinioni così antitetiche, e a loro modo “estreme”.

Del Bene (di Ines Baraldi)

“Qualcosa sta per accadere…” annunciava il manifesto dell’ultimo spettacolo scritto e diretto da Stefano Cenci, con la collaborazione artistica della Compagnia Tardito/Rendina. E qualcosa è poi accaduto. O meglio, era già accaduto e non ha esitato a ripetersi, inesorabilmente, sul palcoscenico del Teatro Storchi di Modena, sotto un soffitto in stile liberty nel giorno di un capodanno del teatro.

“Del Bene, Del Male” è innanzitutto un elaborato outing collettivo, una critica esplicita ai personaggi del nostro tempo e, nello specifico, ai ruoli interpretati da questi personaggi all’interno del grande contenitore culturale. 

Outing dunque sulla cultura e sul pensiero occidentale, che poi sono la nostra cultura e il nostro pensiero e inevitabilmente anche gli stessi da cui nasce lo spettacolo. Outing sulle mode e sui movimenti, cioè sulle nostre mode e sui nostri movimenti disarmonici e paradossali, sul pavimento sdrucciolevole di una nave diretta a…

Nonostante l’ignota direzione e le apparenti divisioni all’interno della struttura teatrale, a bordo dell’imbarcazione destinata a mollare gli ormeggi c’è posto per tutti. E per quanto ci possa infastidire o annoiare, essa non è tanto dissimile da quella che ci siamo costruiti e su cui continuiamo a navigare tutti i giorni, nonostante bufere o perturbazioni più o meno significative. Il capitano è a bordo, lì a chiedersi e a chiederci chi siano i personaggi e cosa rappresentino, a chiedersi con che occhio osservare la ciurma.

Ci troviamo nella sala grande, carta da parati e quadri viventi annessi, un maggiordomo e una domestica d’eccellenza (Aldo Rendina e Federica Tardito) al servizio per la serata, e un’onnipresente abat-jour, che si aggira sinuosa rasentando le pareti e il mobilio.
Una simbolica rappresentante del pubblico fa da spettatrice in un palchetto, e ai bordi della scena – un po’ dentro, un po’ fuori, un po’ spettatore e un po’ attore – si muove Cenci. Questo ci è stato annunciato come l’ultimo tragitto prima dell’oblio. Profezia, deduzione logica o rito liberatorio?

Lo spettacolo lascia la rotta incerta di questo dilemma e decide di non affidare il futuro al giudizio dei posteri, ma di tirare i remi in barca e con loro anche l’àncora, per lasciarsi alle spalle il mare di tutto ciò che abbiamo conosciuto, il bene e il male di questi anni e degli ultimi decenni, e provare a cercare un nuovo posto in cui fare naufragio. Questa la risposta fattuale che il progetto di Dimensioni Parallele Teatro ha deciso di percorrere.

Si parte con una declamazione di invenzioni e brevetti, compleanni, date storiche; si passa (fra i tanti) per Giordano Bruno e Madre Teresa, e mentre la padrona di casa, Francesca Ferri, ci ricorda della caduta dell’impero napoleonico, ci chiediamo cosa sarà di noi alla data del 17 gennaio 2034.
Non c’è nulla da ricordare, eppure già dall’inizio ci viene suggerito d’immaginare. Il suggerimento perdurerà lungo tutto lo spettacolo, insinuandosi in metafore, allegorie, omaggi e citazioni all’interno dei suoi gironi, durante le entrate in scena degli appartenenti a ciascun girone, tutti ospiti attesi per il gran veglione. 

Più di 50 persone si accalcano sulla scena; la maggior parte di loro proviene da laboratori tenuti dal regista e dalla compagnia Tardito/Rendina. Così arrivano gli splendidi, fashion, progressisti del primo girone o del “Vivere come se non ci fosse un domani”, sfilano a passo di deca-dance i potenti del secondo girone “E la nave va”, al centro di un moto che non li distingue più da quello che li circonda, ma nemmeno permette d’identificarvisi. Striscia in sala anche il popolo del “Girone della merda”, padrone solo dell’escremento come surrogato a tutto il resto.
Entrano poi anche quattro attori della compagnia di Oscar De Summa, e il loro girone “Cuori di Cartone” ripropone l’“Amleto a pranzo e a cena”.
Ad ogni entrata segue un brindisi, fino al carnevale finale dell’ultimo girone, “Le 120 giornate di Disneyland”, e all’esplosione gassosa e mortifera di cliché, pose, icone e maschere di un’attualità cronica.

Un comune destino di morte accomuna tutti: chi muore per omicidio, chi per suicidio, chi da padrone e chi da ospite, chi prima e chi poco dopo, poco importa nella chiusura del cerchio e alla caduta delle sue pareti. Le intermittenze della morte in questo caso risparmiano solo un’orchestra di bambini e un inno all’immaginazione che copre ogni cosa vista, vissuta o realizzata. Una “Pure imagination” come principio rifondante della vita, e di conseguenza della cultura e del teatro.

“Del Bene, Del Male” è uno spettacolo ambizioso, bramoso di futuro e di repliche con conferme o smentite, programmaticamente scandito proprio su sfumature interpretative che possano aprire a fisarmonica linee drammaturgiche già piuttosto precise e delineate. E in questo senso è anche uno spettacolo completo in sé e per sé: una denuncia chiara e aperta di un bisogno di rifondazione del codice teatrale, che per quanto più o meno condivisibile risulta sorprendentemente autentica proprio nel suo farsi pratica.

Del bene, del male

Del bene, del male (photo: Monica Muzzioli)

Del Male (di Renzo Francabandera)

Ore 22 del 4 ottobre. Davanti al teatro Storchi di Modena c’è la folla delle grandi occasioni. E’ stato infatti preceduto da un interessante battage di comunicazione il debutto di “Del Bene, Del Male”, con la regia di Stefano Cenci, aiuto di Armando Punzo e interprete di alcuni suoi spettacoli, oltre che di altri lavori dei Tony Clifton Circus.
Si tratta dell’esito di un popolatissimo laboratorio per il bando Prime Visioni, sostenuto da ERT, della collaborazione artistica con la compagnia Tardito /Rendina e Dimensioni Parallele Teatro, che produce il lavoro.

Pieno il teatro. Moltissimi i parenti dei numerosi attori in scena.
Cenci è regista in sala, come Kantor. Assiste e, da uno scranno in basso, al lato sinistro del palco, spesso dirige, con gesti o interventi a microfono, la numerosa parata della goldoniana nave di folli, un Titanic dell’umanità, forse diviso in classi in base al censo, forse in gironi danteschi in base ai peccati, come suggeriscono le sovrascritte, un po’ stile Inferno di Castellucci.

L’ambiente unico, enorme, è la sala ricevimenti della nave: entrano, di bianco vestiti, dapprima un gruppo di nobili schizzinosi. Poi altri due numerosi gruppi di individui, tutti differenti l’uno dall’altro, in vesti dai colori sgargianti, che raccontano, in una drammaturgia frammentata e di derivazione laboratoriale e collettiva, il dramma dell’incomunicabilità sola.
Come negli spettacoli di Punzo, le mezze frasi, i quasi monologhi, non riescono ad arrivare alla fine, perché una parola fagocita l’altra. Sono moltissimi, faticano quasi a parlare tutti. E tutti sono diversi, in abiti di gala (particolarmente interessanti e curati scene e costumi di Emanuela Dall’Aglio, e le soluzioni tecniche di Matteo Gozzi).

Come nel Riesenbutzbach, la colonia penale di Marthaler, presentato tre anni fa al Napoli Teatro Festival, la frammentata esibizione dei molti e miserabili sé prosegue ininterrotta per i primi quaranta minuti, mentre gli altri guardano, attendono, scrutano, muovendosi ora in gruppo, ora in modo individuale.
Una di loro, una di terza classe, dichiara essere il suo compleanno. Auguri di massa, festa finta, mega torta, regali.

Una figura esterna, una cappellaia matta, da un palchetto ai lati del palco, con fare manichino, interrompe la kermesse, e chiede a questa esasperata ed esasperante moltitudine – e ad un vecchio capitano che non la governa – se è quello cui si è assistito che deve intendersi per teatro. E diciamo pure che non è l’unica a chiederselo, perché a questo punto dello spettacolo qualche dubbio inizia a venire anche a noi, vedendo l’enorme moltitudine, pur volenterosa ma statica, ferma in questo o quell’angolo del palco, o chiamata di tanto in tanto a qualche movimento proprio per non dare l’impressione dell’inutile presenza.

Il regista interviene col microfono, ma la sua immanenza inizia (e ci duole dover usare questa sincerità, ma ne sentiamo l’intima necessità per consentire al lavoro un ripensamento, ove lo si ritenga utile) ad andare oltre la grottesca presenza kantoriana, per arrivare a livelli di assenza grottesca. Tanto il regista appare presente fuori dal palcoscenico, quanto, con l’andare del lavoro, assente dal palcoscenico, nel dare una direzione all’idea cui ci viene chiesto di assistere.

Ma è al minuto cinquantasette che avviene il colpo di teatro: come nel celebre viaggio di Goldoni e nella famosa nave, arrivano i comici. Hanno il capo coperto da una scatola, ma gli abiti e gli arnesi di scena non lasciano dubbi: sono Oscar De Summa e i protagonisti di “Amleto a pranzo e a cena”, o almeno alcuni di loro (due sono cambiati).
Il progetto di Cenci, che intenderebbe ripetere i laboratori in altre città, potrebbe prevedere infatti, in ogni piazza, un’ospitata a sorpresa di qualche compagnia legata, in certa forma, al territorio.

Un divertente cameo, pensiamo per i primi dieci minuti in cui gli attori replicano il loro spettacolo (l’Amleto a pranzo e a cena, appunto) nei punti salienti, dall’inizio.
Dopo venti minuti l’esperimento di teatro nel teatro è di fatto una mini-replica dell’assai buono spettacolo di De Summa & c., già visto due anni fa. Cosicché, nell’avvicinarci alla mezz’ora di cameo (sic!), iniziamo a chiederci quale e dove sia l’idea di Cenci per dar corpo a questa festa di fine umanità che, finalmente terminato il cameo alle undici e mezza, si chiude con un inevitabile massacro da fine del mondo, con ironica sparatoria finale stile “Hula Doll”, fra i due attori che hanno dato sostegno scenico a Cenci, Tardito e Rendina, che impersonano i camerieri di sala e che, dopo un bacio, si ammazzano l’un l’altro a colpi di pistola.
Il finale, che non riveliamo, completa, in forma didascalica, il concetto di caduta dell’impalcatura cui tutto il mondo del teatro si regge.

Come Kantor, come Punzo, come Goldoni, come Marthaler, come questo, come quello. Ma Cenci non c’è. E, dove c’è, avremmo preferito il silenzio.

L’incrocio di citazioni dotte, di tentativi di superare il già visto, il teatro quale è stato finora, sancendone la morte, ma in realtà appoggiandosi ai linguaggi più frequentati, fa comprendere l’inganno di un approccio concettuale allo spettacolo da parte della regia fintamente decadente, che fa chiudere una drammaturgia assai esile in passaggi di disneyano olocausto trash (Cenci che metaforicamente seppellisce la classe morta di Kantor e la colonia penale di Marthaler, tocciandole nel brodo dei Tony Clifton, al ritmo di un mantra minimal di pianoforte, tipo ultimi spettacoli di Punzo, già a dirlo…).

La sostanza vera è che manca un’idea forte per questa invece interessantissima moltitudine, che alla fine è costretta ad andare in scena portando sul palco, purtroppo, assai poco, quasi niente. Un niente esteticamente ben impacchettato. Ma come i regali del compleanno della ragazza in scena, “Del Bene, del Male” è per ora un pacco vuoto.

Lo spettacolo si allunga strisciando per oltre un’ora e mezza senza un’idea di fondo. Ci chiediamo allora il perché di un progetto così ambizioso, per così tanti partecipanti chiamati all’azione scenica. Un numero più gestibile avrebbe portato a uno spettacolo magari meno numeroso, ma che forse avrebbe costretto il regista a porsi prima interrogativi sulla direzione da intraprendere. Interrogativi che invece rimangono irrisolti, lasciandoci un inquietante senso di affollata inutilità, proprio quando le premesse erano quelle di agire in uno spazio concettuale “libero da intellettualismi e delle aspettative spesso consolatorie che il meccanismo teatrale propone”.
Invece assistiamo proprio alla tragica affermazione del contrario, in un susseguirsi di citazioni, memorie del già visto, che non compongono né un mosaico, né un collage, né un linguaggio, né una sua negazione.

Speriamo i prossimi tentativi si concentrino più sul Bene, visto che quello visto a Modena è stato un focus sul Male delle possibilità del teatro. O dell’antiteatro. O di qualsiasi altra roba si voglia far vedere in uno spazio scenico. Velleitario.

DEL BENE, DEL MALE
Scritto e diretto da Stefano Cenci
con la collaborazione artistica della Compagnia Tardito/Rendina
scene e costumi: Emanuela Dall’Aglio
direzione tecnica: Matteo Gozzi
organizzazione generale: Riccardo Soffritti
collaborazione al progetto di Carolina Truzzi
produzione: Dimensioni Parallele Teatro
durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 6’

Visto a Modena, Teatro Storchi, il 4 ottobre 2012

 

 

2 Comments

  • Renzo ha detto:

    Vi prego di riportare il mio punto di vista dalla prima all’ultima parola senza censure. Grazie

  • Daina ha detto:

    è un piacere leggere commenti così discordantì, è un piacere leggere critici che vedono spettacoli e ci riflettono. Personalmente credo che lo spettacolo di Cenci apra o prosegua molti interrogativi circa il senso, la funzione e il gusto dello spettacolo, che sia esso in forma di teatro, di danza, di performance, di altro.

    grazie dei nuovi spunti di riflessione con questa critica.

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