Drodesera 2015. Una vena madre per estrarre arte

Alessandro Sciarroni in Turning (photo: centralefies.it)

Alessandro Sciarroni in Turning (photo: centralefies.it)

Motherlode, vena madre, a Drodesera. Una vena madre da cui estrarre metallo prezioso che generi e doni linfa all’arte, per restituire una visione complessa, stratificata e aumentata della realtà. Questo il titolo dell’edizione 35 del festival trentino, che si è affidato, come a uno slogan, alle parole di Kennedy: “Things do not happen, things are made to happen”.

Il festival di Dro guarda sempre più, edizione dopo edizione, all’arte contemporanea, e questo è stato ben testimoniato anche da “Liveworks”, progetto giunto alla terza edizione che “esplora le evoluzioni della performance”. A partire da quest’anno al progetto è stata annessa la “Collezione privata delle arti performative”, un primo esempio italiano di “collezionare tracce di opere dalla natura effimera”, alla ricerca di azioni performative emergenti di diversa natura: Centrale Fies – in collaborazione con Viafarini di Milano – ha visionato in questa edizione circa 300 lavori provenienti da 27 Paesi per poi arrivare a nove finalisti.

Nei bellissimi spazi della Centrale abbiamo assistito a due intense giornate di lavori eterogenei che testimoniano di quel respiro volutamente internazionale che contraddistingue la linea del festival.


Tra i protagonisti di questa edizione la fase conclusiva, con tanto di cerimonia di premiazione, della citata terza edizione del premio “Liveworks”, che ha visto la messinscena di due performance: “Untitled” di Roberto Fassone e “Anthem of the new Earth/remastered” di Vanja Smiljanić.

“Untitled” vede in scena un vero avvocato del foro di Asti che spiega al pubblico e alla giuria le ragioni per cui la performance dovrebbe vincere il contest.
Molto più articolata invece la performance dell’artista serba, decretata vincitrice di Liveworks 2015. Un progetto composito che ha come centro focale l’eclissi totale di sole che nel 2017 avrà inizio sull’oceano Pacifico, attraverserà tutti gli Stati Uniti d’America e terminerà sull’oceano Atlantico, andando a coinvolgere, secondo le stime, più di 30 milioni di persone.

Ma la vera sorpresa della serata è stato “Turning – Live works” di Alessandro Sciarroni, ancora una volta protagonista di un grande lavoro.
Nel 2014 Sciarroni è stato invitato a far parte del progetto europeo “Migrant Bodies”, incentrato sul concetto di “migrazione” in senso ampio. Per l’occasione ha ideato un breve assolo, lavorando sul termine inglese ‘turning’, di cui Klp ha già parlato in occasione della tappa all’ultima Biennale College Danza.
Per questa edizione di Drodesera, l’artista ha condiviso con il pubblico un ulteriore frutto delle residenze del progetto.

Che dire di Sciarroni? In poche parole “sostanza”, e molta – non solo forma come accade in molte altre performance – a cui si assommano essenzialità e rigore. Per l’intera durata della performance (circa 40 minuti) Sciarroni ruota su sé stesso, sfidando le proprie capacità di resistenza (evidente il collegamento con il precedente “Folk-s”) e quelle dello spettatore, che da un momento all’altro si aspetta che crolli distrutto a terra.
È una bambolina da carillon destinata a non finire la carica, con tanto di musichetta iniziale a sottolinearlo, e al contempo un derviscio, che esplora partiture gestuali che mutano fondendosi una nell’altra. Ma c’è molto di più, un linguaggio estremamente complesso e semplice al contempo, che coglie diritto al nocciolo della tematica e che sembra rivolto a qualsiasi tipologia di spettatore, senza intellettualismo alcuno.

La Controvena di Giacconi (photo: centralefies.it)

La Controvena di Giacconi (photo: centralefies.it)

Interessante anche il lavoro presentato dopo la premiazione dell’artista serba, in un clima eccitato di foto, video e ringraziamenti.
La “Controvena” di Riccardo Giacconi è un progetto nato in seguito alla scoperta di documenti appartenuti al bisnonno, l’inventore Guido Tallei. Tra questi, degli appunti per una lettera, indirizzata probabilmente a Mussolini: una missiva, a metà tra una critica e una richiesta d’aiuto, condita con svariati elementi autobiografici.

La performance è concepita come un incrocio tra radiodramma, una seduta spiritica e una performance per macchina, quasi fossimo tra le pagine di un romanzo di Jules Verne o al cospetto di Madame Blavatsky.
Ne viene fuori un lavoro semplice, nonostante la macchina scenica complessa, che conserva quella poesia che hanno le storie del passato, il fascino di un tempo che fu e quella vicinanza ad una verità umana che trapela dalle parole dello scritto.

Altri due lavori presentati a Dro sono accomunati dall’assenza di attori o performer in scena: “The house of immortalities” di Mali Weil e “Squares do not (normally) appear in nature” della formazione OHT (Office for a Human Theatre).
Lavoro studiato con cura il primo, ideato per tre spettatori alla volta, accolti in tre camere che traggono il nome da tre parti del corpo: cuore, cervello e lingua.
Il performer viene ad essere lo spettatore, chiamato ad abitare una delle tre stanze, dove gli viene proposto, attraverso la lettura, di riflettere su alcuni concetti chiave della storia filosofica della democrazia. Un’esperienza in cui “la mitologia dell’immortalità e alcuni scenari tecnologici si fondono violentemente con il proprio orizzonte personale fino ad investire il concetto stesso di potere”.
Tutto è molto curato per questo interessante esperimento in divenire, che tuttavia si mostra un po’ “algido” e si affida troppo allo spettatore, mostrando una struttura che è quella di una performance relazionale “in absentia”.

Assenza di attori in scena anche per OHT, partnership europea che sviluppa progetti interdisciplinari spaziando dall’architettura alla fotografia.
Tutto giocato sull’ascolto e sulla vista, nello spazio scenico vengono presentati al pubblico esperimenti visivi e sonori. Al centro del lavoro c’è la figura di Josef Albers, il docente più longevo della Bauhaus. Come affermato dalla compagnia “la base del lavoro è la consapevolezza del colore attraverso luce, vetro, fonts e immagini che diventano protagonisti della scena”.
Lo spettacolo è compatto, ben calibrato e, grazie anche agli inserti video in bianco e nero, si dimostra riuscito, evitando l’algidità e quella tendenza all’elencazione documentaristica che lo avrebbe reso più statico. La capacità di sintesi e la cura quasi maniacale ne decretano il successo da parte del pubblico presente, numeroso negli spazi della Turbina 2, che ha accolto con attenzione questo invito ad ascoltare e guardare.

Michele Abbondanza nel Solo per Fies (photo: centralefies.it)

Michele Abbondanza nel Solo per Fies (photo: centralefies.it)

Da segnalare anche il complesso e stratificato “Solo per Fies” della compagnia Abbondanza / Bertoni, protagonista Michele Abbondanza.
Ripercorrendo per tappe le principali coreografie della compagnia, il danzatore ci conduce per mano in un’atmosfera tra ironia antiaccademica e reale contingenza, vissuta in presenza del pubblico. “Questa prima vera occasione di solitudine scenica – afferma Abbondanza – mi induce all’estemporaneità fisico-verbale. Mi sono quindi lasciato andare ad outings coreografici e a libere e incerte parole di ballerino. Non solo a piedi nudi e soprattutto non da solo”.

Merita infine un cenno l’interessante installazione “L’abbeveratoio”, dello spagnolo Santiago Serra, provocatoria e d’impatto nella scelta degli elementi compositivi. L’artista spagnolo ha presentato nei locali della Forgia uno spazio quadrato abitato da topi, con al centro una svastica contenente latte, alla quale i piccoli roditori vanno a bere.
L’intento è quello di riattivare le proprietà simboliche dell’emblema (la svastica) e il richiamo al tempio di Karni Mata nel Rajastan, noto per la venerazione dei topi.
La svastica, segno dell’orrore per eccellenza nella nostra società contemporanea occidentale a partire dall’avvento del nazismo, in realtà ha rappresentato fin dall’antichità, in diverse aree geografiche, un simbolo beneaugurale (il sole, l’infinito).
Il tentativo di Sierra è quindi quello di restituire il segno ad uno dei suoi “proprietari” originari.

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