Nuove resistenze e appartenenze in divenire. Appunti da Drodesera 32

Dro by night

Dro by night (photo: Simona Cappellini per Klp)

In un presente che sembra ostinatamente continuare a dimenticare il passato, con una dominante crisi di identità che rende la comunicazione una rete di fili impazziti, a Drodesera ci si libera dei mostri – interni ed esterni – scagliandoli direttamente in scena. Come dire “se ancora non li vedete nelle vostre vite, eccoli qua”.

Di ritorno dal primo week-end di questa 32^ edizione di Drodesera Festival, notiamo come compagnie e performer si presentano come torrenti in piena pronti a riversare su un pubblico disposto a farsi travolgere, performance che parlano di libertà, oppressione, identità, lessico familiare, dittature più o meno esplicite, aggregazione e abnegazione. Performance che si distanziano per tempi, per stile, per geografia, ma che si inglobano trasversalmente grazie ad un unico filo conduttore: resistere per esistere.

Con “We folk”, titolo dell’edizione di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa, si dà spazio e forma alla ricerca di quel folk autentico che si manifesta, in mille modi diversi, come aggregazione di piccoli mondi, di minoranze, di spazi diversamente occupati che disegnano nuovi immaginari e che danno ancora la possibilità di dire “io ci sono”.

E’ il concetto che si riflette nella ricerca dei Motus, ad esempio, da sempre attenti ai mutamenti, che nei tre atti unici del loro site specific “When – Where – Who – ” circoscrivono un ipotetico futuro  sempre più caratterizzato da rapporti di potere e sottomissione, nella vita come sulla scena, dove la libertà scenica diventa un fatto politico dai risvolti reazionari e rivoluzionari.
Il lavoro è un work in progress verso il nuovo progetto “Animale Politico”, che segna i margini di nuovi immaginari evocati proprio dai titoli/avverbi, semplici pretesti per sottolineare come le possibilità possono nascere dai limiti. Il limite e il controllo sono processi inversamente proporzionali al sentire e a potenziali espressivi.

Silvia Calderoli

Silvia Calderoli (photo: centralefies.it)

Ispirandosi all’“Oscuro scrutare” di P.H. Dick Silvia Calderoni ci trasmette il senso di oppressione, il controllo che impera sulle nostre vite e che ci ostiniamo a non vedere, la prigionia delle telecamere che ci rende “animali domestici”. Ma allo stesso tempo ci apre a nuovi spazi, metaforici, come quello che occupa sul tetto della centrale in “When”, mentre il pubblico la segue in sala attraverso una telecamera, e spazi reali, come quegli spazi urbani liberati e occupati (Teatro Valle, Angelo Mai Altrove…), che stanno prendendo vita grazie ad una rete di artisti e di collaborazioni le cui testimonianze diventano parte di “Where”.
La performance diventa così una lenta presa di consapevolezza (passano cinque, sei ore tra un atto e l’altro), fino alla liberazione in “Who”, atto finale, dove il pubblico, in una scena completamente vuota, viene invitato da Enrico Casagrande, che passa tra gli spettatori bisbigliando: “Questa non è una performance”, a mettersi un cappuccio in testa e ad unirsi in un vortice di corpi al centro dello spazio.
Il pubblico reagisce, e l’azione si trasforma in un abbraccio globale di un tutto che porta all’esaurirsi di ogni significato, assaporando uno stato di grazia collettiva fino al punto in cui, mentre il gomitolo di corpi si scioglie per terra, resta solo un’intensa e solida sensazione di liberazione.

Folk è la famiglia surreale dei Peeping Tom (dal nomignolo che indica un voyeur), compagnia belga dalla formazione ibrida sia per provenienza artistica (che include danza, teatro e lirica) e geografica, sia per le generazioni dei performer.
Con il loro “A louer” (in affitto), di cui abbiamo già parlato al suo debutto italiano per Teatro a Corte, sono a simboleggiare la condizione transitoria di ogni cosa, dato che la vita stessa è in affitto, e ci conducono così in un ménage familiare dove si affonda, alla maniera di David Lynch, in un salotto onirico, affrontando in chiave ironica tematiche che vanno dagli scatti generazionali ai problemi di comunicazione, da perversioni e frustrazioni a desideri e proiezioni, estenuandone in modo caricaturale i limiti e le possibilità.
Un carosello incandescente di virtuosismi al limite del possibile, in una scena che diventa molto più che una semplice cornice, dove gli universi dei personaggi si muovono parallelamente tra sogno e realtà, sul filo di un precipizio che segna il confine tra appartenenza e perdita.

Alessandro Sciarroni

Folk-s di Alessandro Sciarroni (photo: centralefies.it)

Ed è certamente folk anche lo Schuhplattler di Alessandro Sciarroni, ballo bavarese che consiste nel battere le mani su gambe e scarpe.
Dopo aver consegnato un “Manifesto folk” all’entrata dello spettacolo, Sciarroni precisa che i performer balleranno finché resterà almeno uno spettatore. Provocazione colta da parte del pubblico, che si lascia coinvolgere in un gioco semi-perverso che rievoca oppressioni dittatoriali e mostra la forza e la resistenza possibili grazie alla solidarietà.  
Il ballo, decontestualizzato da incursioni sonore e movimenti contemporanei, poco a poco prende significato e diviene il contenuto stesso, e il persistere di quel battere costante diviene ipnotico e catalizzante, fino a rappresentare una qualche forma di rivoluzione.

E’ più che folk la performance di Peter Ampe & Guilherme Garrido, due artisti provenienti da ambiti diversi (Ampe dalla danza, Garrdido dalla visual art).
In una scena completamente vuota, due uomini si confrontano nel qui e ora con estrema ironia, portando in quello scambio tensione, rabbia, gioia, dolore, affetto. Nella loro danza-lotta emergono giochi di forza, competizione e comprensione e costruiscono nuove figure che simboleggiano nuove possibilità dell’esistere affidandosi l’uno all’altro, liberandosi di tutti i cliché, delle sovrastrutture, delle dinamiche sociali. La posizione iniziale, con Garrido sorretto da Ampe – da cui il titolo “Still standing you” – viene riproposta sul finale, ma questa volta i due uomini sono completamente nudi, dopo essersi spogliati delle paure, delle maschere, delle diossine. Nudi come è la nuda vita che rappresentano. Ma non è la fine e i due riprendono subito a rotolare, a lottare, a sorreggersi in una storia che si evolve, perché la vita è in continuo divenire.

L'installazione Almost Nite di Andreco

L’installazione Almost Nite di Andreco, realizzata con piante che, secondo uno studio della NASA, sono tra quelle che più riescono a depurare l’aria dalle sostanze nocive dell’attività antropica (photo: Simona Cappellini per Klp)

Il folk di Fies continua in questi giorni, con un programma internazionale arricchito dai concerti e dj set nel parco, nell’atmosfera fiabesca della Centrale. Buone visioni!

“W” Tre Atti pubblici

concept: Daniela Nicolò, Enrico Casagrande, Silvia Calderoni
regia: Daniela Nicolò & Enrico Casagrande
partecipano: Enrico Casagrande, Silvia Calderoni, Marco Baravalle, Ciro Colonna, Giorgina Pilozzi, Camilla Pin, Laura Pizzirani
durata: 30’ ogni atto

A Louer
produzione: Peeping Tom
concept e direzione Gabriela Carrizo, Franck Chartier
danza e creazione: Jos Baker, Eurudike De Beul, Leo De Beul, Marie Gyselbrecht, Hun-Mok Jung, SeolJin Kim, Simon Versnel
durata: 1h 15’
sala Turbina 1 – Centrale Fies
applausi del pubblico: 3’ 50’’

Folk-s, WILL YOU STILL LOVE ME TOMORROW?
invenzione, drammaturgia: Alessandro Sciarroni
interpreti: Marco D’Agostin, Pablo Esbert Lilienfeld, Francesca Foscarini, Matteo Ramponi, Alessandro Sciarroni, Francesco Vecchi
suono Pablo Esbert Lilienfeld
video e immagini Matteo Maffesanti
sala comando
durata: 2h circa (a discrezione del pubblico)

Still standing you
coreografia e danza: Pieter Ampe & Guilherme Garrido
drammaturgia: Rita Natálio
prodotto da CAMPO
coprodotto da: STUK, Leuven (B) & Buda, Kortrijk (B)
residenza artistica: Espaço Alkantara
occhio esterno: Louise Van den Eede
applausi del pubblico: 3’ 40’’


 

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